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(2) origine

2007-2010 > 2007 > RELIGIONE

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Come nasce la RELIGIONE?
Perché nasce?
Perché, nonostante le molte profezie contrarie, non è ancor morta?
Perché non sembra destinata a scomparire?
Religione e religiosità, sono la stessa cosa?

(14/11/2007)














Che cosa significa, esattamente, essere religiosi?
E' qualcosa di naturale o di acquisito?
Esiste una religiosità al di fuori delle chiese ufficiali?
La laicità è anch'essa una forma di religiosità?
Meglio: possono dei laici essere religiosi senza appartenere ad alcuna chiesa?













Sull'origine delle religioni si sono scritti talmente tanti libri che non è opportuno tentare di aggiungere qualcosa.

Che difficilmente sarebbe originale.

Certamente hanno giocato un ruolo importante la paura e l'isolamento, il senso di inferiorità e l'ambiente ostile, l'imponenza dei fenomeni naturali e la pochezza delle conoscenze, la fragilità dei corpi e la vigoria degli altri animali ...

Tutti fenomeni che possono spiegare l'insorgere di un sentimento religioso, l'idea dell'esistenza di qualcosa di trascendente, la convinzione che una Natura così prorompente doveva pur avere, dentro o fuori di sé, un padrone in grado di addomesticarla.

E tuttavia se la religiosità si fosse basata solo su queste contingenze psicologiche, con il passare dei secoli e dei millenni, con il mutamento delle situazioni, con il progredire delle conoscenze avrebbe dovuto affievolirsi fino a scomparire del tutto.

E invece no: è sotto gli occhi di tutti che il sentimento religioso lungi dallo scemare, si è via via precisato e rafforzato, ha assunto forme nuove e più potenti, si è rivestito di corazze teologiche infrangibili e si appresta a sfidare i secoli a venire.

Nemmeno la filosofia e le scienze, che sembravano poter sferrare l'attacco mortale, sono state in grado di scalfirlo in modo significativo.

Non solo: anche l'ipotizzato incremento della massa cerebrale e la conseguente maggiore capacità logico-razionale non sembrano poter influire in modo decisivo sulla vitalità dell'esperienza religiosa.

Quindi ci deve essere dell'altro, c'è sicuramente qualcos'altro di più determinante ed incoercibile che spinge gli esseri umani alla religiosità.

Tra i molti fattori, tre sembrano essere decisivi.

* La realtà del limite. L'uomo, come gli altri animali, è un essere limitato. A differenza di tutti gli altri, però, ha coscienza di questo limite, lo sperimenta continuamente e se lo trova sempre sbattuto sotto gli occhi.

E' un'esperienza drammatica e dolorosa che fa nascere una gran voglia di riscatto e di rivalsa, una incontenibile bramosia di potenza, un desiderio incontrollabile di onnipotenza.

* L'immensità dell'Universo. L'uomo coglie la grandezza inarrivabile della Natura, la sua indiscutibile superiorità. Si sente sovrastato e quasi schiacciato da questa entità che crede sempre di afferrare e di domare ma che si ripropone di continuo in tutto il suo strapotere.

E più la scienza avanza, più l'Universo si disvela nei suoi smisurati attributi; più la conoscenza si estende e approfondisce, più l'uomo rimpicciolisce e l'Universo giganteggia.

L'ipotizzato aumento della capacità razionale non farà che dilatare ancora di più l'immensità della Natura acuendo, di conseguenza, oltre misura il senso di inadeguatezza.

* L'uomo è forse l'unico essere vivente a sperimentare, contemporaneamente, il limite e l'onnipotenza: a vivere dolorosamente il primo e a proiettarsi anima e corpo nella seconda. L'infinità del pensiero, dell'immaginazione e della fantasia, la forza irresistibile delle passioni, il trasporto sublime dei sentimenti fanno sì che l'uomo dimentichi la sua corporeità, il suo nudo e crudo dato materiale.

E' la morte che si incarica di ricordarglielo, in modo brutale. La morte in sè è il fenomeno più naturale e 'razionale' della vita: non c'è niente di più chiaro e necessario. Non ci sarebbe vita senza morte. Eppure il pensiero della morte è per l'uomo qualcosa di inaccettabile, di inammissibile, di intollerabile. E' sentita come una punizione immeritata e del tutto immotivata.

Queste tre 'situazioni' fondamentali che gli uomini sperimentano nel corso dell'esistenza, fanno sì che si possa parlare di una religiosità diffusa, comune a tutto il genere. Ciascun uomo, prima o poi, si trova a dover fare i conti con queste 'realtà'.

Plotino le ha compendiate nel termine Uno; qualcun altro ha preferito rispolverare la Monade, un altro ha richiamato la Sostanza; e c'è chi ha parlato di Inconoscibile e chi di Ignoto. Mi sembra più suggestiva l'espressione di Wittgenstein che ha definito questo Tutto ineffabile 'il Mistico'.

A partire da questi dati ci sono uomini che pensano di poter esplicare positivamente ciascuna delle sopra citate esperienze, di poter dare un nome e attribuire delle qualità a quelle realtà che essi sentono tanto superiori.

Arrivano addirittura a personalizzarle creando attorno a loro un insieme di principi e di dettami, che poi trasformano in regole e in strutture visibili.

Nascono così le religioni positive che trasformano il 'sentire' in fede e compattano i molti in unum dando vita alle chiese.

Altri, al contrario, continuano a vivere l'esperienza umana così com'è, in tutta la sua complessità e anche nella sua relativa incomprensibilità, senza dar corso ad alcuna ipostatizzazione; pur non negando i sentimenti religiosi, costoro restano tuttavia al di fuori di ogni religione positiva, estranei a qualsiasi fede, lontani dalle chiese.
Per questo sono chiamati laici.


(SEGUE)
















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