ACRONIA


Vai ai contenuti

Menu principale:


Heimat1: home sweet home

2007-2010 > 2009 > FLUTTUAZIONI


14/10/2009



Heimat1: home, sweet home



Heimat in tedesco significa casa: ma anche patria, paese natio, terra di origine.

Un po' come 'home' in inglese.

E' il luogo degli affetti, della memoria, delle dolcezze dell'infanzia.

Heimat non è quindi un puro e semplice edificio fisico, un blocco di costruzioni più o meno belle e accoglienti: è soprattutto un insieme di particolari oggetti, di odori, di sapori, di immagini, di suoni.

Sono le persone, gli animali, le stanzette, gli angoli e i rifugi che hanno reso calda e sicura la fanciullezza.

Più ancora è il ricordo di tutto ciò.


Heimat è il titolo di una serie di film con cui il regista tedesco
Edgar Reitz ha voluto rivisitare la storia della Germania nel novecento (precisamente dal 1919 al 1982).

Sono complessivamente trenta episodi raccolti in tre parti: Heimat1 (11 episodi); Heimat2 (13); Heimat3 (6).


Hobby & Work li sta pubblicando tutti: la mia riflessione riguarda la prima parte di quest'opera olistica.



Heimat1 è ambientato nell'Hunsrück che è anche la terra d'origine del regista.

Le vicende principali si sviluppano in un paesino immaginario di quella regione,
Schabbach, che con le sue case a graticcio, la chiesa dotata di uno dei famosi organi Stumm, le distese arative, i pascoli e i boschi è un po' il simbolo e in un certo senso il riassunto di tutto il territorio.

L'Hunsrück si trova ai confini con il Lussemburgo, incuneato tra la Saar e la Renania-Palatinato, circondato da tre grandi fiumi: la Mosella, il Reno, e il Nahe.


E' un'area collinare ricoperta di foreste e corsi d'acqua, occupata e colonizzata dai Romani, attraversata a più riprese dai Celti e dai Franchi.

Terra di contadini, di artigiani, di scavatori e di lavoratori di ardesia.

Una zona a tratti impervia e poco ospitale, abitata nel medioevo da famosi briganti.

Un posto strategico, tuttavia, dove molte importanti famiglie aristocratiche costruirono castelli e fortezze.



Il racconto, come ho già accennato, comincia con la fine del primo conflitto mondiale: uno dei primi momenti significativi della storia è, appunto, l'edificazione del monumento ai caduti della grande guerra in una piazza di Schabbach.

Attraverso le vicende della
famiglia Simon, il regista sfiora gli eventi più importanti della storia tedesca ed europea: il difficile consolidamento della nazione dopo la sconfitta, l'ascesa del nazismo, la scelta razzistica, la follia della seconda guerra mondiale, la nuova e più terribile sconfitta, la miracolosa ricostruzione, la nuova forza e la ritrovata consapevolezza.

I matrimoni, i viaggi, le scelte di vita portano i personaggi a sfiorare ogni angolo della Germania, a tirare in ballo anche l'America (U.S.A.), più come mito che come realtà.



Naturalmente
non sono un critico cinematografico e lascio agli esperti l'analisi filologica dell'opera nonché la sua valutazione complessiva rispetto alla tecnica cinematografica e alla resa espressiva.

Cosa che, del resto, è già stata fatta da tante autorevoli 'firme'.

Da dilettante, amante del cinema, della storia e della Germania, mi permetto soltanto
alcune considerazioni.

Estemporanee e immediate, proprio come mi sono nate dentro.


*)

Considero Heimat una sorta di Buddenbrook dei poveri.

Raccontata per immagini.


Ai ricchi mercanti di Lubecca è bastata (si fa per dire) la sublime penna di
Thomas Mann per emergere dall'anonimato ed imporsi come casato simbolo di una certa classe sociale, di una Europa che, tra ottocento e novecento, in parte scompariva e in parte si trasformava a ritmo accelerato e in un modo irriconoscibile.

Gli umili paesani dell'Ovest avevano bisogno di qualcosa di più e di diverso, per assurgere a paradigma delle masse popolari europee: ecco allora il cinema con i suoi dialoghi ma anche con le immagini, i suoni e le evocazioni.

Sia nel romanzo che nel cinema abbiamo un casato che, con il tempo, si va inevitabilmente ed inesorabilmente sfaldando:
i Simon, tuttavia, con maggiore reattività rispetto ai Buddenbrook, con una attitudine psicologia più allenata e pronta nel difendersi dai colpi del fato avverso.


*)

Heimat è anche la storia di un popolo: una storia, tuttavia, depurata dalla storia.

E' la storia della nazione tedesca raccontata dal punto di vista di uno dei suoi angoli più remoti, dove tutto arriva attutito e attenuato.

Dove il progresso era recepito e assorbito per quel tanto che serviva a migliorare la vita quotidiana e ad alimentare gli animi assetati di novità e curiosi del diverso.

Dove le tragedie si inserivano nella secolare e fatalistica attitudine del popolo ad aspettarsi dalla vita sempre il peggio.

Dove tutto, insomma, si decantava e si stemperava nella saggezza della tradizione e in uno stile di vita sobrio e lontano dagli eccessi.

E' la storia della nazione tedesca raccontata dalla malinconia, rivissuta dalla nostalgia, rimodellata dal ricordo.

Una storia falsa?

Sì, se guardiamo ai libri di storia.

No, se teniamo conto delle circostanze e del 'colore' psicologico.



*)

L'
Hunsrück è fondamentale in questa operazione.

Capire l'
Hunsrück è indispensabile se non si vuole essere vittima di fraintendimenti e di stravolgimenti.

L'
Hunsrück è il nido, è il caldo utero materno, è la grotta primordiale dove ogni animale si sente al sicuro, sente di essere padrone del mondo.

L'
Hunsrück è il luogo senza tempo dove le gioie sono intime e profonde e le sofferenze sono, come ogni altra esperienza, passeggere e purificatrici.

E' il posto magico dove l'amore delle madri è forte e incrollabile e dove le radici, lungi dall'indebolirsi, si rafforzano con il passare del tempo.

Nell'
Hunsrück gli adolescenti riescono a vivere le esperienze che nella realtà non si presentano quasi mai: vedi l'iniziazione sessuale di Hermann ad opera delle due mature ragazzone impiegate nella fabbrica di Anton.

Anche la morte è meno tragica nell'
Hunsrück: un evento doloroso, certo, tuttavia inevitabile come l'avvicendarsi delle stagioni, la furia di un temporale o le distruzioni provocate dalla follia della guerra.

L'
Hunsrück è, così, sia un luogo geografico che un topos dell'anima.

E' il patrimonio di idee, di tradizioni, di sentimenti e di esperienze che costituisce il tesoro di un popolo, ciò che lo tiene unito e non gli fa perdere la bussola, nemmeno dopo gli orrori più degradanti. E' ciò che gli indica la direzione.


*)

Quella di Schabbach è, per certi aspetti, una
società matriarcale in cui le donne esercitano un ruolo fondamentale: di ancoraggio, di resistenza e anche di speranza.

In questo senso Heimat1 mi ha fatto pensare a un altro grande film, '
L'albero di Antonia': saga famigliare fiammingo - olandese che mette le donne al centro e alla base della vita di un'intera comunità.

Katharina prima e Maria dopo, sono le donne che tengono insieme tutta la storia di Heimat1, dall'inizio alla fine.

Gli uomini lavorano, si dannano in mille incombenze diverse, corrono per il mondo, si combattono senza soste.

Le donne restano nell'
Hunsrück, nella casa avita: restano ed aspettano, custodiscono, consolano, incoraggiano, raccolgono e distribuiscono, partecipano alle gioie, leniscono le ferite provocate dai rovesci della fortuna, conservano e rilanciano la vita.

Anche l'eccentricità e l'arguzia sono affidate dal regista ad una donna, a
Lucie, moglie di Eduard Simon: con la sua aria disinibita, le facezie e i frizzi rompe la monotonia di Schabbach e aggiunge una nota di frivolezza ad un viluppo di situazioni che rischiano, talvolta, di diventare troppo pesanti.



In conclusione.


Forse molti dei nostri guai dipendono dal fatto che non abbiamo un Hunsrück nazionale ma soltanto tanti piccoli Hunsrück locali.


E quindi non abbiamo un regista che abbia mai pensato ad un Heimat, per noi italiani.

Né potevamo averlo.


Ognuno conosce solo il proprio luogo di provenienza, il piccolo anfratto che l'ha generato.

Che l'ha plasmato non in simbiosi con i mille altri diversi angoli del Paese, ma contro ciascuno di essi, contro i più vicini soprattutto, contro tutti gli altri nel loro insieme.

Non abbiamo alcuna Katharina o Maria che sappiano stemperare le passioni, che facciano sollevare la testa dall'immediato presente e aiutino a volgere lo sguardo verso un comune futuro migliore.

No, non abbiamo alcun Hunsrück dentro di noi né permettiamo ad alcuna donna di salvarci dalla distruzione.


Per questo ci muoviamo sempre sull'orlo di un abisso, balliamo sull'anello più alto del vulcano.

Gente come noi ha bisogno di tanta fortuna.

Gente come noi ha accumulato un debito incalcolabile con il destino.

Che prima o poi potrebbe essere chiamata ad onorare.




















il sito di Saltas (saltas@tiscali.it) | saltas@tiscali.it

Torna ai contenuti | Torna al menu