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HEIMAT3: l'ultimo decennio del '900

2007-2010 > 2010 > RIFLESSIONI


12/01/2010



Heimat3: la fine del '900


Heimat3 racconta i nostri anni.

Ricorda la fine di un millennio e di un secolo che, in fondo, abbiamo abbandonato con pochi rimpianti.

Apre al nuovo secolo e al nuovo millennio nel segno dell'incertezza e dell'insicurezza.

Più che una continuazione di Heimat2, Heimat3 mi è sembrato un ritorno a Heimat1.


Un ritorno che non prescinde certo dalla rottura operata dagli anni 60 e 70, ma che tuttavia recupera ciò che di sostanziale aveva prodotto la prima metà del secolo.



Heimat 3 si apre nel 1989 con la caduta del muro di Berlino, si conclude con i festeggiamenti per il capodanno dell'anno 2000.


Gli eventi centrali di questa ultima parte della 'saga' sono collegati, non solo alla caduta del muro di Berlino, ma anche al disfacimento del sistema politico - economico dell'Europa dell'Est.

Cadono uno dopo l'altro tutti i regimi legati al comunismo sovietico, si disintegra la stessa Unione sovietica favorendo in quei territori un cambiamento sociale, politico e culturale di portata epocale.

Tutto l'Est europeo diventa un'area di grandi fermenti, di cambiamenti alcuni reali altri solo di facciata, di spostamenti, di illusioni e di disillusioni.

La Germania, per la sua storia, per l'importanza economica e anche per la sua stessa collocazione geografica, diventa il Paese chiave di quella specie di ribaltamento radicale.


Dopo il 1989, che può essere considerato il momento cruciale della rottura,
l'anno più importante per la Germania è certamente il 1990.

E' l'anno della riunificazione delle due Germanie, l'anno che sana definitivamente le lacerazioni prodotte dalla seconda guerra mondiale.

Nell'estate del 1990, prima della riunificazione ufficiale, la Germania vince anche il
mondiale di calcio battendo in finale, a Roma, l'Argentina di Maradona.

Tutto bene dunque?


Fino ad un certo punto, perché dopo l'euforia sopraggiungono i problemi, dopo le vittorie incalza la routine, dopo gli abbracci subentra la difficile integrazione.

L'Est che si riversa all'Ovest (e non sono solo tedeschi ma anche polacchi, ucraini e russi) è composto da una massa di individui relativamente poveri, abituati ad un'esistenza piuttosto modesta, protetta tuttavia e garantita dall'alto.

Sono persone poco abituate all'uso spregiudicato della libertà e alla totale mancanza di provvidenze pubbliche.

Vogliono imparare tutto e subito ma nello stesso tempo sono bisognose di tutto.

Il muro di mattoni e cemento che con tanto entusiasmo era stato abbattuto con il concorso di tutti, piano piano si trasferisce dentro le teste della popolazione fino a dar corpo a una nuova divisione, meno fisica ma non meno reale e dolorosa.

Nascono così gli
Ossi, la gente dell'Est, che cominciano a coltivare rimpianti e a vivere di amarcord; a costoro si contrappongono i Wessi, la gente dell'Ovest, che non lesinano rimbrotti e non nascondono le mille recriminazioni.



Sul piano privato Heimat3 chiude la stagione della ricerca e della sperimentazione; in un certo senso mette fine anche al periodo della crescita e della maturazione dei personaggi.

Il centro narrativo ritorna nell'Hunsrück: Monaco di Baviera resta la grande metropoli laboratorio, necessaria alla formazione dei giovani ma poco adatta a chi ha bisogno di serenità per coltivare una ormai ben avviata carriera.

Hermann e Clarissa riescono finalmente a coronare il loro sogno di vita in comune e, nonostante le difficoltà, a realizzare una costruzione che, con il tempo, diventerà il centro di tutta la storia.

Acquistano vicino a Schabbach, nell'Hunsrück appunto, una vecchia casa con un ampio terreno tutt'intorno: con l'aiuto di alcuni Ossi molto particolari, la ristrutturano e la trasformano in una grande villa da cui si può spaziare con lo sguardo sul fiume sottostante, sulla vallata del Reno e su gran parte del territorio.

Ancora una casa, dunque, che si pone come centro ideale e affettivo di tutte le vicende: in Heimat1 tutto aveva ruotato attorno alla grande abitazione di Katherine e Mathias; in Heimat2 c'era stata la 'Tana della volpe' dell'eccentrica e matura signorina Cerphal.

D'altra parte non a caso questo grande affresco cinematografico della Germania del '900 si chiama, appunto,
Heimat: che è home, casa nel senso più ampio e profondo del termine.

Che significa popolo, cultura, territorio, lingua ma che vuol dire anche casa, in un senso molto materiale e concreto: perché se è vero che home non è house, è ugualmente vero che gli affetti, i sentimenti e i legami per sprigionare tutte le loro potenzialità hanno bisogno anche di un punto di riferimento fisico, di qualcosa che nello spazio e nel tempo offra occasioni concrete per la loro estrinsecazione.

Anche in Heimat3 non tutto fila liscio: anche l'ultimo decennio del '900 porta successi e gioie inframmezzati da sconfitte e dolori.


Compresa
la morte, che ritorna metodica e implacabile a falciare vecchi e giovani, malati e ragazzi nel pieno della vita.

I Simon, la grande famiglia che costituisce il perno dell'intera vicenda, vanno incontro ad uno sgretolamento inarrestabile, ad una erosione che, più che determinata dall'insipienza degli eredi più giovani, sembra proprio voluta dal fato.

Anton, figlio di Maria e Paul, ha fondato e reso grande un'industria ottica che produce apparecchi di alta specializzazione: dirige la sua azienda con piglio fermo e sicuro ma la sua salute è fragile e, alla fine, il suo cuore non regge di fronte ai mille impegni.

I suoi figli sono incapaci di continuare la sua opera e nel giro di poco tempo la 'Simon optik' viene ingoiata dai creditori.

Ernst, il fratello minore di Anton, ha condotto un'esistenza appartata e ingarbugliata, accumulando denaro e opere d'arte in gran quantità.

Senza moglie né figli non riesce a dare un senso alla sua esistenza e quando arriva a toccare con mano l'ostilità dei suoi concittadini, decide di farla finita e va a schiantarsi con il suo amato aeroplano contro un costone roccioso, proprio di fronte alla abitazione di Hermann.

Del grande casato alla fine resta solo il compositore, il più giovane e atipico, quell'
Hermann che per dare una chance alla sua vena artistica era fuggito da Schabbach quand'era ancora ragazzo.

Una volta affermatosi come direttore d'orchestra era poi tornato nell'Hunsrück dove aveva costruito la sua grande casa-ritrovo.

Lui che, per sopravvivere, aveva abbandonato la famiglia, diventa, nella maturità, l'unico e il solo rappresentante di tutto il casato.

'La famiglia', aveva detto Ernst, 'è una gobba nodosa che ci si porta dietro ovunque, anche quando si è in fuga'.




Naturalmente in Heimat3 ci sono
tanti altri elementi, molte altre storie che non è possibile ricordare: c'è la passione del figlio di Anton per i cavalli e per le macchine d'epoca e c'è la vicenda tragica dell'adolescente Matko, un piccolo slavo che Ernst avrebbe voluto adottare per trasformarlo nel suo unico erede; c'è l'eclissi totale di sole e c'è lo sfruttamento commerciale dei frammenti del muro di Berlino; … … …

C'è, insomma, tutta la storia di quel decennio che ha chiuso un secolo pieno di luci e di ombre e ne ha aperto un altro difficile da inquadrare: una nuova era che suscita perplessità, attese e paure.

Heimat3 recupera il valore e il significato della famiglia, della casa, del paese, del posto (l'Hunsrück); chiude le frenesie, gli individualismi e i parossismi sperimentali di Heimat2 e si riallaccia idealmente a Heimat1.

Nel frattempo molte cose sono cambiate, il mondo della prima metà del '900 se n'è andato definitivamente, ma alcuni suoi valori sono rimasti a dimostrazione che ciò che è autentico, in realtà, non muore mai: si rinnova e assume altre forme, ma non sparisce mai del tutto.

Heimat3 e l'intero progetto si conclude con il
capodanno del 2000.

Che, non a caso, è celebrato e vissuto nella villa di Hermann, sopra il Reno, nel cuore dell'Hunsrück.

Una festa che non è del tutto priva di spine.


Due, in particolare.

Gunnar, l'operaio dell'Est che aveva restaurato la grande casa di Hermann e Clarissa e che aveva fatto fortuna vendendo frammenti di muro agli americani, decide di festeggiare in modo eccezionale l'arrivo del nuovo secolo e l'inizio del terzo millennio.

Finanzia la festa e fa acquistare anche dei magnifici fuochi di artificio: dovrà tuttavia vivere l'evento in carcere, arrestato perché recidivo nella guida in stato di ubriachezza.

Spererà fino all'ultimo di ottenere il permesso di partecipare al grande evento ma, di fatto, il benestare non arriverà mai.

Il contrasto tra le danze, i brindisi, i canti e i balli che animano la villa di Hermann e la solitudine di Gunnar prigioniero che quella festa ha pagato e organizzato è di quelli che lasciano il segno.



Nemmeno
Lulu, la figlia di Hermann diventata nel frattempo l'erede delle grandi interpreti femminili dei Simon, partecipa alla gioia comune: se ne distacca volontariamente.

Decide di trascorrere il capodanno con un suo amico malato di AIDS.

Le ultime scene dell'ultimo episodio di Heimat3 la presentano sola, con la faccia schiacciata contro il vetro di una finestra a guardare lontano nel vuoto, dentro un futuro che non sente né certo né sicuro.

Ha un figlio piccolo da mantenere, non ha soldi né casa, né lavoro.

Certo, potrebbe andare a vivere con Hermann, suo padre, lassù nella casa rifugio a picco sul Reno, ma la soluzione non le piace: sente che in quel modo rinuncerebbe a cercare se stessa, a realizzare la parte più viva e creativa di sé.

Senza saperlo si butta per la stessa strada piena di incognite per la quale si era incamminato suo padre qualche decennio prima.


Il progetto Heimat è sì un discorso sulla Germania, è una grande narrazione del '900, ma è anche il grande racconto della vita.

E' un caleidoscopio che riproduce le mille sfaccettature dell'esistenza umana: dei popoli come delle singole famiglie, delle Nazioni come degli individui.

E' l'affresco della Germania del '900 ma in quanto attinge i vertici dell'arte, è anche un discorso su tutti noi, sul nostro ieri, sul presente e sul nostro futuro.
























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