ACRONIA


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apologo

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(15/05/2009)



apologo


C'era una volta uno strano Paese.

Era un territorio allungato e bislacco, terminante in una pronunciata divaricazione che a molti faceva venire in mente una scarpa o uno stivale.

Per essere più precisi ricordava una calzatura tipica delle passeggiatrici d'altri tempi, tanto che i vicini, invidiosi, lo chiamavano scherzosamente il Paese delle zoccole.

Era abitata, quella terra, da una popolazione che definire bizzarra sarebbe solo approssimativo.

Aveva alle spalle una storia lunghissima e complicata, fatta di tanta luce ma anche di ombre inquietanti.

Quella gente aveva raggiunto, in fatto di civiltà, delle vette insuperabili, ma in altri prolungati periodi aveva toccato abissi ignominiosi.

Alla fine si era stabilizzata su un train de vie atipico, guardato con sospetto dai cittadini delle altre nazioni, tale in ogni caso da garantire una tranquilla e dignitosa sopravvivenza.

Il Paese era ricco di attrattive, naturali e culturali, tanto che tutti gli abitanti delle altre regioni della Terra non potevano fare a meno di recarsi in visita almeno una volta nella loro vita.

Costituendo così, loro malgrado, la principale fonte di sostentamento per quella popolazione tanto irritante.

Vivevano allegri e spensierati, gli abitatori dello zoccolo rutilante: costruivano imponenti viadotti che terminavano addosso ad una montagna o dentro un lago; edificavano i loro palazzi sui greti dei fiumi, dentro le faglie tettoniche e persino attorno alle bocche dei vulcani; amavano alla follia il gioco e il divertimento, nei quali si immergevano anima e corpo per periodi lunghissimi, sfondando tutti i record del Guinness.

Proprio dal divertimento e dal gioco e solo da questi, il governo ricavava gli introiti necessari al funzionamento della macchina pubblica.

Ad un certo punto una persona particolarmente ingegnosa, non ne mancavano in quell'area, inventò un apparecchio rettangolare, una sorta di parallelepipedo che, in dimensioni ridotte, conteneva tutte le forme di divertimento e di gioco che si potessero mettere in atto.

Non solo: in poco tempo lo perfezionò a tal punto da far svolgere al suo interno tutta la vita economica della regione, tutte le attività culturali, tutte le dinamiche sociali, perfino l'intera vita religiosa.

Naturalmente tutti si precipitarono ad acquistare almeno un parallelepipedo, in ogni famiglia ciascun componente aveva il suo, tutti impararono in un batter d'occhio ad organizzare la propria esistenza in funzione del nuovo macchinario.

Tutti aspiravano a comparire dentro il magico congegno, tutti avrebbero voluto lavorare là dentro, tutti avrebbero fatto carte false pur di vivere al suo interno.

La minoranza che non riusciva in alcun modo ad accedervi, si accontentava di contemplarlo da mattina a sera, giorno e notte.

Ad un certo punto non ci fu in quel territorio alcun'altra attività, non veniva coltivato alcun interesse che non fosse collegato all'incantato congegno.

Presi da questo imbambolamento, i cittadini di quel Paese diventarono totalmente indifferenti alla politica: era del tutto irrilevante, per loro, che ad esercitare le funzioni di governo fosse una forza politica o la sua avversaria.

Avevano a cuore una sola questione, le imposte: dovevano essere leggerissime e assolutamente indolori.

Per il resto seguivano un'unica regola: vivere senza regole.


Fu così che uno dei più scaltri briganti in circolazione, particolarmente esperto nei meccanismi del magico parallelepipedo, decise di utilizzare il suo patrimonio, accumulato con gli artifici più spericolati, per impadronirsi del governo del Paese.

Da anni stentava a togliersi di dosso alcuni magistrati perditempo che, rifacendosi a degli astrusi codicilli, tentavano in ogni modo di mettere il naso nei suoi affari.

Era stanco di quello strano paradosso: lui, una delle persone più ricche di tutta la regione, era sempre sul punto di dover trascorrere le sue giornate dentro le prigioni.

Perché poi?


Soltanto perché dei ficcanaso volevano capire in quale modo avesse messo insieme il suo ingente patrimonio.

Faccenda che, del resto, non interessava minimamente agli altri suoi compatrioti.

Ma come arrivare al potere?

Non da solo, naturalmente.

Si applicò, quindi, prima di tutto, a costituire una banda.


Aveva immaginato di dover penare chissà quanto per mettere insieme un gruppo abile e determinato, pronto a tutto pur di afferrare e di gestire il potere.

Fu invece l'operazione più facile del mondo: tutti erano già pronti, i suoi aiutanti vivevano segretamente la sua stessa passione, il Paese pullulava di gente desiderosa di issarsi sul ponte di comando.

Bastò spargere un po' la voce, sussurrare qualche frase neanche tanto compromettente, fare un fischio e il gruppo era fatto.

Anzi, si dovettero sbarrare quasi subito le porte per impedire che tutti i governati accorressero sotto le bandiere del capo brigante a fare i governanti.

Fatto il gruppo occorreva trovare la chiave che doveva spalancare la porta del potere.

Il capo di tutti i briganti ebbe, a questo proposito, un'intuizione geniale (diversamente che capo - brigante sarebbe stato?): occorreva accumulare parallelepipedi, bisognava controllare il maggior numero di parallelepipedi esistenti nel Paese.

L'organizzazione agì con decisione, sfruttando l'assenza di regole, piegando a proprio vantaggio le poche norme esistenti: in poco tempo raggiunse l'obiettivo.

E come Talete si arricchì facendo incetta di frantoi, così il grande capo accaparrando i parallelepipedi, non solo si arricchì, ma arraffò senza colpo ferire tutto il potere.

Giunto al vertice il boss smise i panni del grassatore, si cambiò da capo a piedi e assunse atteggiamenti e pose da padre della patria: accarezzava i bambini, consolava i disgraziati, eccitava i giovani, deliziava gli anziani.

Soprattutto dispensava ottimismo e buonumore a piene mani.


Si notava, è vero, in alcuni dei suoi accoliti qualche comportamento che rivelava la precedente, innominabile, militanza; lui stesso, a volte, per eccesso di protagonismo, si lasciava andare ad affermazioni e a prese di posizione francamente inquietanti.

Ma tutto veniva subito banalizzato e seppellito sotto una montagna di idiozie da parallelepipedo: era sradicato dalla memoria degli utenti prima ancora che potesse suscitare un barlume di riflessione.

Tutto funzionava a meraviglia, talmente bene che sembrava che niente e nessuno avrebbe mai potuto intaccare quello stato di cose.

Sennonché …


C'è sempre un granello di polvere che minaccia anche i più perfetti congegni umani.

Fu una donna a mettersi di traverso, una delle tante che animavano il suo entourage, una delle più vicine e sicure, la meno controllata perché ritenuta la più fedele.

E tutti sanno che spesso le donne, nella storia, risultano decisive: fu Elena, moglie di Menelao, l'inizio della rovina della città di Troia e fu Giovanna d'Arco colei che lanciò la Francia verso la vittoria finale nella guerra dei 100 anni.

Cominciò a gridare che ne aveva abbastanza di tutto quel circo, che era stanca di quella spessa coltre di ipocrisia che le toglieva l'aria, che insomma era ora di scoperchiare qualche pentola e di farla finita con quel tran tran osceno.

Sulle prime il capataz non ci fece molto caso, era sicuro che la sfuriata si sarebbe esaurita, come tutte le altre volte.

Visto però che le accuse continuavano, diramò la direttiva, segretissima, di seppellirla sotto un fiume di fango e di farla passare per pazza.

Ma la donna non si fece intimorire e urlò ancora più forte.


Fino a spaccare i tappi di cera che ostruivano le orecchie dei parallelepipedo-dipendenti, fino a spingerne più di uno a calpestare gli occhiali colorati con cui era solito guardare il mondo circostante.

Fu così che cominciò a levarsi qualche critica, alcuni si permisero di pensare con la propria testa, molti giovani si riversarono per le strade gridando slogan contro il governo, perfino gli anziani si dichiararono stufi di quella realtà fittizia.

Ci fu anche chi ebbe l'ardire di spaccare i parallelepipedi, non nel chiuso della propria abitazione, ma all'aperto, sulla pubblica piazza.

Il governo dapprima si affidò alla persuasione ma ben presto minacciò provvedimenti duri e dolorosi.

L'essere umano, si sa, è un animale strano: si abbevera di idiozie fino alla nausea, si stordisce con il divertimento fino all'incoscienza, si perde nel gioco fino all'intontimento.

Ma se qualcuno gli mette una pulce nell'orecchio o gli ficca dentro la testa un tarlo di quelli che innescano il libero pensiero, allora c'è poco da fare.

Si mette in moto un meccanismo che nessuno può più fermare, si sprigiona qualcosa per cui tutto è rovesciato.

Quel che prima divertiva dopo provoca solo stizza e fastidio, le bugie che prima si presentavano come verità diventano poi degli espedienti miserabili: non solo, ma anche la verità più sacrosanta in bocca alla persona abituata a propalare menzogne diventa, dopo, una ignobile bugia.

Le barzellette che un tempo suscitavano una condiscendente ilarità, scatenano, dopo, una vera e propria irritazione.

Le gaffes, prima così apprezzate come manifestazione di originalità, diventano in seguito soltanto delle brutte figure di cui vergognarsi.

Come sempre accade in simili circostanze, la marea che così compatta e veloce aveva portato il boss e la sua cricca ai vertici del potere, in modo altrettanto repentino minacciò di trascinarli tutti insieme nella rovina.

Ci provarono i suoi manutengoli, ad invertire il vento: la loro azione si rivelò controproducente e disastrosa.

Usi a servire, riuscirono a far roteare nell'aria solo boomerang.

Venne schierato l'esercito delle donnine e dei favoriti: fu sbaragliato e scompigliato prima ancora di prendere posizione.

Allora, il boss, giocò in prima persona tutte le sue carte.

Invano.

Parlò ma non trovò ascolto, spergiurò ma non fu creduto, insistette e fu ridicolizzato.

Più passava il tempo e più risultava chiaro che la luna di miele era finita.

Ma lui era un uomo dalle mille risorse, non poteva dichiarare fallimento, meno che mai poteva rischiare di terminare i suoi giorni nelle patrie galere.

Senza clamori e con grande tempestività monetizzò i suoi parallelepipedi, si disfece di ogni bene immobile, trasferì tutto all'estero e prima che qualcuno potesse emettere un provvedimento restrittivo era già fuori dal suo Paese, pronto per un'altra avventura.

Investì i suoi capitali nel turismo spaziale, che si presentava come la nuova frontiera del profitto facile e a buon mercato.

Il primo viaggio fu un vero e proprio evento dimostrativo: il boss con i suoi più stretti collaboratori e il fior fiore delle sue donne erano i passeggeri di quella che fu presentata come una vera e propria epocale parata.

Tutto fu minuziosamente monitorato e teletrasmesso dentro i parallelepipedi della Terra: sia ciò che succedeva all'interno che la situazione esterna.

La partenza fu un geniale coup de théâtre; il viaggio una scoppiettante cavalcata; la permanenza all'interno dell'astronave un piacevole pregustare futuri trionfi.

Il ritorno cominciò a passo di danza, continuò come una burocratica routine tecnologica, finì in un disastro totale.

La struttura, non opportunamente controllata visto che si trattava di una missione commerciale, non resse all'impatto con l'atmosfera, ai 1600 gradi Celsius di attrito.

I suoi compatrioti - che l'avevano perso con gioia, che lui aveva abbandonato sdegnoso - non seguirono la sua avventura: né l'andata trionfale, né il ritorno rovinoso.

Gli aspiranti astronauti di tutto il mondo, che erano sul punto di affidarsi al sempreverde imbonitore, rividero terrorizzati il finale di Zabriskie point.

I più dotti pensarono che era nata una nuova costellazione, quella del coccodrillo.
















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