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aspettando ... la fine del mondo

2007-2010 > 2010 > RIFLESSIONI


23 ottobre 2010


aspettando ... la fine del mondo




Ci sono studenti che, aspettando un esame, diventano nervosi e intrattabili: riducono i rapporti sociali e si immergono nei libri.

Ci sono
studenti che nell'imminenza della tesi dimenticano perfino di mangiare.

Ci sono
madri che vivono in una specie di trance e padri che bighellonano senza costrutto, aspettando l'arrivo di un figlio.

Ci sono
amanti che macinano giorni e settimane pestando l'aria nel mortaio, nell'attesa dell'amato.

I bambini piangono di rabbia aspettando di diventare ragazzi.

Gli adolescenti sprecano i loro giorni nell'attesa di varcare la soglia della giovinezza.

I giovani non sanno come impiegare i loro anni aspettando i privilegi della maturità.

Le persone mature fremono nell'attesa della pensione, il traguardo finale della loro vita di lavoro.

I vecchi non aspettano più niente, temono ciò che li aspetta e, pur di ingannare l'attesa, impiegano il loro tempo in mille attività.

C'è chi aspetta il Messia e chi la fine del mondo.


Chi vive nell'attesa di una catastrofe imminente e chi attende con ansia la fine di tutti i mali.

C'è chi aspetta
la fine di un governo o di una dittatura e chi spera nella dissoluzione dell'opposizione.


Insomma nella vita tutti sono sempre in attesa di qualcosa, tutti aspettano la realizzazione di eventi di vario tipo e natura.



Spesso siamo inchiodati, contemporaneamente, all'attesa di più eventi, di portata diversa.



Possiamo,
per esempio, aspettare una mail, un sms, una telefonata e, nello stesso tempo, essere in attesa del perfezionamento di un rapporto lavorativo o dell'acquisto di una casa; tutte eventualità che non escludono l'attesa di un cambiamento politico radicale, di un miglioramento della situazione ambientale e, magari, anche dell'irrompere delle trombe dell'Apocalisse.



Samuel Beckett ha illustrato la brutalità e l'assurdità del nostro tempo con la pièce 'Aspettando Godot'.


Non è di questo che voglio parlare, ma dell'attesa in quanto tale: del nostro modo di viverla e della sua capacità di condizionare tutta l'esistenza.

Ci sono alcuni che nell'attesa di un qualche evento trascorrono 'normalmente' la loro esistenza cercando di cogliere e di sfruttare tutte le opportunità che la vita mette sulla loro strada.

Molti, al contrario, non riescono a sfuggire alla pressione psicologica e perfino al vero e proprio stress che l'attesa suole scatenare.


Non vivono in pienezza i loro anni ma si fanno condizionare dall'agitazione, dalla premonizione, dalle aspettative, dalle anticipazioni, dalle paure e da tutto l'armamentario di cui l'ignoto si ammanta.



Si freme e ci si consuma aspettando l'evento, si gioisce e ci si esalta nella prefigurazione di un esito felice.


Quasi mai si riesce a conservare la serena lucidità che permette di vivere in sintonia con le mille contingenze che possono sì angustiare, ma che spesso hanno anche potenzialità positive da saggiare e da apprezzare.

Se non stiamo attenti l'attesa ci divora l'esistenza.


Perché non è mai uno solo, l'evento che mette in ordine definitivamente la nostra vita.

Conseguito un risultato, portata a termine una nostra piccola corsa, dietro l'angolo si apre un nuovo scenario, si spalanca un percorso inaspettato che presenta, a sua volta, una propria meta, un nuovo esito da conseguire.

Così la vita diventa un susseguirsi di scopi e obiettivi sempre nuovi e diversi, sempre ammiccanti e suadenti.


Ognuno dei quali è preceduto e accompagnato dalla
ingombrante e talvolta asfissiante 'sintomatologia' dell'attesa.

Per cui
alla fine, quando saremo in attesa di ciò che non vogliamo aspettare, guardando indietro dovremo dire di aver speso la maggior parte del nostro tempo nel paradosso dell'attesa, avendo riservato solo una fuggevole attenzione alla raccolta e al godimento dei frutti maturi.

L'attesa è ineliminabile, fa parte della nostra psiche, per certi aspetti è anche il sale che dà gusto e senso ai nostri giorni, che motiva le nostre azioni e che sostanzia la nostra determinazione.

A volte è bello abbandonarsi all'attesa, lasciarci trasportare dalle mille fantasticherie che essa è in grado di suscitare, perderci nei dolci fremiti che anticipano un evento bramato.

Bisogna saperla governare, tuttavia: assecondarla e assaporarla senza farsene dominare.

Per non vivere sempre e solo di sospiri e di conati.


Anche perché non abbiamo più vite da 'giocare': ad esempio una da dedicare alle attese e l'altra per godere dei risultati.

Ma una sola in cui dobbiamo contemperare le une e gli altri:
senza lasciarci vivere, ma vivendo noi da protagonisti.

E' vero che anche l'attesa è vita.

Ma è altrettanto chiaro che la vita non può essere tutta e solo un'attesa.





NOTA


L'attesa più spasmodica e incontrollabile riguarda la fine del mondo.


Già altre epoche l'hanno sperimentata: fino allo sfinimento, fino all'autolesionismo.

Quelle esperienze che ci stanno alle spalle, essendo state superate senza conseguenze disastrose e definitive, dovrebbero averci messo al riparo da simili anticipazioni.

E invece
ogni volta è sempre come se niente fosse avvenuto in passato, come se fosse la prima volta.

Di tanto in tanto ci si mette
Nostradamus con i suoi oracoli, buoni per tutto e per niente, utili in ogni caso a creare tensioni e a suscitare infondate apprensioni; un'altra volta è il turno dei Maya che non si sa perché né come, avrebbero puntato il dito su un anno preciso del nostro secolo; oppure 'ci pensano' le comete con i loro passaggi o gli asteroidi con i loro movimenti.

In mancanza d'altro c'è sempre la
Bibbia, in particolare l'Apocalisse, pronta ad offrire materiali inesauribili a chi voglia divinare o anticipare sventure.

E non mancano
le Sette con i loro bisogni di identità e di proselitismo, o le conventicole 'avveniristico-ambientaliste' con le loro ossessioni: che utilizzano i sussulti e le catastrofi del Pianeta e dell'umanità per lanciare i loro moniti, per urlare tutta la loro paura, per additare - invocare la fine imminente.

Non si tratta di ignorare i problemi o di chiudere gli occhi di fronte alle emergenze.

Sono necessari attenzione, sensibilità e un grande senso di responsabilità: per noi e per quelli che ci seguiranno.

Dopo di che non credo possiamo fare molto di più.


Qualcuno crede di poter deviare l'asteroide Terricida?

O pensa di poter tappare le bocche dei vulcani?

O sciogliere gli spasmi delle viscere dei continenti?

O contenere la forza d'urto degli oceani?



Possiamo adoperarci perché non scoppino nuove guerre o perché ci sia una sempre maggiore giustizia sociale: questo sì.

Senza pretendere che l'umanità esaudisca i nostri voti.

Sarebbe bello e auspicabile ma non è realistico.


Contemporaneamente possiamo dedicarci a vivere in pienezza e tranquillità la nostra unica esistenza.


Non si tratta di ballare sul Titanic che affonda.

Ma di non perdere il bene più prezioso che abbiamo ricevuto in dono.






















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