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Cesare Pavese

2007-2010 > 2010 > RIFLESSIONI


ferragosto 2010


CESARE PAVESE



Ad agosto ricorre il 60° anniversario della scomparsa di Pavese.

Com'è noto lo scrittore morì suicida nel 1950.

A soli 42 anni.

Ci ha lasciato molti bei romanzi, un'esemplare autobiografia, un libro di poesie affascinante e ricco di spunti interessanti.

Ha portato in Italia
la letteratura americana del primo '900 che è come dire che ha spalancato le porte del nostro piccolo e chiuso mondo ammuffito e stantio e vi ha immesso aria fresca e nuovi impensabili punti di vista.

Pavese è sempre stato
snobbato dalla critica letteraria: non ho mai capito il perché.

Avessimo avuto, nella letteratura nazionale, romanzieri di vaglia e spessore, che so, tipo Thomas Mann, tanto per fare un solo esempio, lo potrei anche capire; ma in tutto il nostro '900 i romanzi degni di nota non superano le dita delle mani.

E allora, perché storcere il naso con Pavese?


A parte la critica e i compilatori di antologie, nel panorama misero e incancrenito del verminaio dei nostri giorni, non ho ancora sentito per radio o in televisione un servizio, un approfondimento degno di nota, che ricordi la figura di questo nostro grande connazionale.

Ci ha pensato 'Repubblica', qualche giorno fa, a rinfrescarne il ricordo.


E per me è stato come un ritornare al passato, un rituffarmi nella mia giovinezza, un riandare a situazioni e sensazioni che con il tempo sono diventate struggenti e ammalianti.

Ero studente liceale, allora, o forse all'inizio del corso universitario, quando mi capitò per le mani un libro di Pavese, credo fosse
'Paesi tuoi', se non ricordo male.

Fu una folgorazione.

In fretta mi procurai tutti i suoi libri e nel breve volgere di qualche tempo li divorai.

Non mi successe solo con Pavese, ma anche con
Silone e con molti degli autori americani che Pavese aveva tradotto e fatto conoscere in Italia (oltre a Hemingway, Steinbeck, Lee Masters, Whitman ... )

Capitava, allora (ma forse accade anche adesso), che un liceale o uno studente universitario di primo pelo scoprisse un romanziere o un poeta, in genere del primo '900, di quelli che i professori di lettere si guardavano bene anche solo dal nominare, e lo sentisse suo, ne condividesse pensieri, emozioni e sentimenti: da un primo libro, scoperto per caso o per passaparola, si passava a tutti gli altri, con una brama divoratrice che portava in poco tempo ad assorbire tutto di quell'autore.

Non ho mai riflettuto, allora, sui motivi che mi hanno spinto a leggere Pavese dalla A alla Z.

So che fu d'estate, una stagione che ritorna in molti suoi scritti e che quindi avrà favorito l'immedesimazione.

In quel tempo l'ho sentita, la sintonia, l'ho vissuta in profondità nei moti dell'animo: e tanto mi è bastato.

Adesso posso tentare di recuperare qualcosa, di quelle ragioni.


Quando si è giovani si ha un grande bisogno di autenticità, un desiderio profondo di giustizia, una voglia incontenibile di impegnarsi per ciò in cui si crede.

Si lotta contro ogni forma di autoritarismo e si vorrebbe che la realtà fosse diversa, meno dura per tutti e un po' più dolce anche per chi è nato nel posto sbagliato della Terra.

E' il tempo delle grandi amicizie, dell'amicizia come sentimento radicale e genuino, dei rapporti selezionati destinati a durare per tutta la vita.

E ogni tanto si fugge, soprattutto in estate e ci si imbarca in viaggi rocamboleschi, si scappa via non si sa bene da che cosa, alla ricerca di qualcosa di indefinito, di qualcosa che non abbia i caratteri della quotidianità e dell'uso abituale: per il piacere, dopo, di tornare alle origini, di ritrovare il paese della propria infanzia, che può essere un isolato cittadino, un gregge disordinato di case sparso nella pianura o un grumo di abitazioni incollato alle pendici di un colle o affossato in una vallata tra i monti.


Quando si è giovani si è contenti, a volte, ma felici veramente e con continuità, quasi mai: perché spesso non si sa cosa fare, esattamente, o cosa pensare; perché si sconta fino in fondo un'ineliminabile stato di angoscia legato ad un presente poco entusiasmante o a un futuro tutto da inventare; perché talvolta la fatica di vivere è quasi insopportabile così come la mancanza di senso.

E ci sente soli, anche in mezzo alla miriade di amici e compagni cui spesso non si sa che cosa dire o come; ci si sente prendere alla gola dalla noia, dall'insofferenza e dall'insoddisfazione e si sente montare una gran voglia di piangere, senza un motivo preciso, con la chiara consapevolezza di non poterlo e, in fondo, di non saperlo fare.

Spesso non si accettano gli appuntamenti ineluttabili della vita, la vita stessa nel suo monotono ripetersi appare assurda e ancora più assurda e improponibile sembra la morte.

Si vorrebbe parlare e dire e raccontare senza stancarsi mai, magari con il proprio partner che non sempre ha la disponibilità mentale necessaria e si tocca con mano la povertà del linguaggio che mostra tutta la sua inadeguatezza a esprimere i moti profondi dell'animo.

E allora si vorrebbe regredire all'infanzia vissuta come il periodo dell'irresponsabilità, coltivata come mito e come rifugio e tuttavia impossibile da recuperare e da riproporre.

Tutto questo sente un giovane.

Nell'animo di un giovane c'è tutta la complessità della vita.

Tutta la ricchezza e la miseria della condizione umana.

Questo era l'intrico che animava i miei anni, tra i '60 e i '70.

Tutto questo ho trovato in Pavese.

E molto altro.

















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