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COMUNI

2007-2010 > 2008 > STILLE

(08/07-2008)


E' strano sentir parlare ancora di comune nel 2008.


Sembravano esperienze confinate negli anni 60 - 70, quando fiorirono in gran quantità.

Si vede che, come cantava Ivan Della Mea, l'idea non è morta.

Anche se si è profondamente modificata.


Stefania Parmeggiani, in un suo articolo, descrive l'esperienza dei nostri giorni con dovizia di particolari.

Succede tutto in Val Cogena, un territorio incontaminato situato sulla montagna che da Parma va verso Genova.

I protagonisti sono due tedeschi, Kai e Johannes, con i loro due figli Urla (la ragazza di 17 anni si chiama proprio così, Urla) e Johannes, di 12 anni.

Vivono immersi nel bosco, in un posto irraggiungibile da qualsiasi mezzo meccanico: senza acqua corrente né elettricità.

Bevono l'acqua dei torrenti e comunicano con i piccioni viaggiatori.

Bevono il latte delle loro mucche e mangiano il pane fatto con la farina macinata a mano; lavano i panni con la cenere e per illuminare gli ambienti usano le candele.

Di giorno lavorano con la consapevolezza che 'la terra è bassa e ha bisogno di sudore'; di sera compongono poesie e canzoni, suonano e cantano.

Spesso passano delle persone a trovarli: vanno a condividere la loro esperienza per qualche tempo (giorni o settimane, talvolta per mesi, in qualche raro caso persino per anni).

In quel posto il tempo scorre lentamente: scandisce e decanta esperienze ed emozioni; lascia che pensieri ed immagini si sviluppino e si rincorrano in un produttivo andirivieni.

Questa Comune 2008 è fortemente caratterizzata in senso ambientale e d ecologista.

Kai e Christine con i loro due figli vogliono vivere a contatto con la natura, consumando e sprecando lo stretto indispensabile.

Calcano la Terra ma vogliono che la loro impronta sia la più leggera possibile.


Tra la fine degli anni 60 e i primi 70 ho visitato più di una Comune.
Ne ricordo in particolare una, realizzata in Umbria nel territorio di Todi.

Queste comuni non erano sensibili agli ideali ambientalisti che, almeno da noi, hanno fatto la loro comparsa all'inizio degli anni 80.

Esprimevano esigenze diverse: alcune erano schiettamente libertarie, altre erano più ideologiche.

Le prime erano realizzate dai figli dei fiori: i partecipanti vi cercavano innanzi tutto se stessi, al di là degli stereotipi e dei condizionamenti sociali, soprattutto di tipo sessuale.

Le altre erano di ispirazione comunista: i compagni vivevano nell'uguaglianza, rifiutando ogni forma di proprietà privata.

C'erano anche quelle miste: libertà sessuale e proprietà comune.
Quella di Todi era del tipo misto.

Arrivammo alle nove di mattina, era autunno inoltrato, la giornata era fresca, avremmo dovuto fermarci per pranzo.

Il casale era molto grande, parzialmente restaurato, ammobiliato in modo spartano, piuttosto freddo e umido.

All'esterno le erbacce aggredivano la fettuccia di cemento che separava la casa dal prato.

Dei tre maschi adulti uno solo era in casa, gli altri lavoravano nei campi.

C'erano poi quattro donne, tra i venti e i trenta, tutte con figli piccoli, chi uno e chi due.

L'uomo, con sega, chiodi, martello e pialla stava tentando di costruire un rudimentale armadio.

Due donne, le più giovani, badavano ai bambini; le altre due disfacevano delle maglie e cercavano di comporre i fili in gomitoli e matasse.

Parlammo un po' con lui e un po' con le due ragazze che si prendevano cura dei bambini: le altre non mostrarono alcun desiderio di dialogare.

L'uomo ci ripropose le teorie marxiste ed anticapitalistiche che conoscevamo a memoria: avevano deciso di rinunciare ad ogni forma di proprietà privata, di realizzare uno stile di vita basato sulla perfetta uguaglianza, di condividere assolutamente tutto, non solo le cose ma soprattutto le emozioni, i sentimenti, i pensieri più riposti, in una parola tutta la loro interiorità.

Le ragazze sottolinearono che tutto ciò costituiva l'obiettivo finale e che, per il momento, c'era ancora parecchia strada da percorrere.

A colpirmi di più furono i bambini: erano vestiti in modo approssimativo ed erano visibilmente raffreddati. Qualcuno aveva gli occhi lucidi per la febbre.

Lo feci notare alle giovanissime madri ma non si mostrarono per niente sconvolte.

Mi spiegarono che i piccoli sapevano benissimo da soli che cosa fare: quando non si sentivano bene si mettevano a letto spontaneamente.

La casa era umida e disordinata, soprattutto mancava di allegria: aleggiava un'aria strana, quasi di costrizione, una fredda aria cerebrale che non riusciva a stimolare sentimenti né ad accendere emozioni.

Le uniche sensazioni che quell'esperienza comunicava erano tutte negative.

Dopo tre interminabili ore decidemmo di andarcene: ne avevamo abbastanza.

Lo comunicammo con una certa apprensione, visto che avevamo preventivamente concordato di fermarci per il pranzo: nessuno, tuttavia, ebbe qualcosa da ridire, nessuno cercò in qualche modo di trattenerci.


Anche Giorgio Gaber in una sua nota canzone illustra a modo suo la vita di comune.

Mette in luce soprattutto gli aspetti negativi: le invidie corrosive, i contrasti latenti, le gelosie esplosive.

Prende di mira, in particolare, la libertà sessuale: Gaber non sopporta l'ipocrisia che accompagna quella che dovrebbe essere una allegra comunanza di donne e di uomini.


Cosa sono, dunque, queste comuni?

Sono ancora di attualità?


Bisogna partire da un dato certo ed essenziale: gli esseri umani non sono fatti di sola testa; a dire il vero lo sono molto poco.

Nella vita quotidiana contano, oltre e più della testa, molti altri aspetti: i sentimenti, le emozioni, le passioni, le attrazioni e le repulsioni, i desideri, i sogni, le aspettative, le voglie, i moti dell'animo, le pulsioni, i cedimenti, le impuntature …

E poi pesano l'educazione ricevuta, le tradizioni, la cultura, la storia personale e quella della propria famiglia.

Prescindere da questi elementi per voler realizzare l'Ideale è sempre rischioso.

L'entusiasmo iniziale è qualcosa di potente che spinge le persone anche a scelte radicali, a rotture totali.

E' una forza che, a tutta prima, sembra invincibile e indistruttibile.

Forse invincibile lo è, almeno nella fase aurorale ma sicuramente non è indistruttibile.

Più passa il tempo e più si affievolisce, più si attenua, si sbriciola, si sgretola fino a scomparire del tutto.

Può durare più o meno, a seconda delle circostanze e della determinazione delle persone.

Ma sicuramente non è per sempre.

La parte emozionale della persona, inizialmente trascurata, piano piano si ripresenta a reclamare il proprio spazio.

E non c'è testa che tenga di fronte a questa rimonta.

Resistere barricati dentro l'idea è inutile, oneroso e dannoso.

Il risultato è l'infelicità.


Può darsi che le esperienze contemporanee di comune siano più mature e più capaci di resistere all'inevitabile logorio: può darsi che i promotori siano più avvertiti e più sensibili rispetto alla psicologia della persona.

In ogni caso è importante che tutti coloro che vi partecipano lo facciano spontaneamente e volentieri: che lo facciano fin tanto che si sentono realizzati.

Ognuno, anche se minore, anche se figlio, deve sentirsi libero e soddisfatto.

Non solo libero fisicamente ma, soprattutto, libero mentalmente e interiormente.

Diversamente, per quanto alti e condivisibili siano gli ideali, si sentirà frustrato e violato.




















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