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consanguineità

2011 > vario


17 ottobre 2011


consanguineità



Innanzi tutto: chi sono i parenti?

Sono i consanguinei più stretti.


Escludo quindi da questa categoria gli amici: essi infatti sono scelti volontariamente sulla base di rapporti ideali ed 'esperienziali' che cementano la comunanza.

Ho già scritto sull'amicizia: è un legame di anime, di persone, che tocca recessi insondati e insondabili, capace di coprire l'intero arco di un'esistenza.


Escludo anche
il legame tra marito e moglie: i coniugi, come anche i conviventi, non sono consanguinei.

Tra loro si stabiliscono rapporti strettissimi - di amore, di affetto, di stima, di amicizia -, a volte più forti della consanguineità che tuttavia escludono: in forza dei tabù e delle leggi.


Non mi riferisco nemmeno all'
ampia cerchia dei consanguinei di ennesimo grado che sono importanti per alcuni, ininfluenti e quasi inesistenti per moltissimi altri.

D'altronde si sa che, se risaliamo all'indietro, scopriamo che siamo tutti più o meno imparentati: nel senso che tutti proveniamo dai primi nuclei di antenati che sono arrivati dall'Africa.


Intendo quindi per
consanguinei i parenti più vicini, quelli che appartengono alla cerchia famigliare più stretta.

Sono i genitori e i figli, i fratelli, i nipoti e i cugini primi (in molte parti nemmeno questi ultimi rientrano tra i parenti più stretti): tutti coloro, insomma, che, in forza della nascita, appartengono a quel nucleo che, solitamente, affronta unito le vicissitudini della vita.

I rapporti tra queste persone dovrebbero essere idilliaci, improntati all'armonia, alla coesione e al comune sentire.

Invece molto spesso non è così.

Ce lo ricorda la storia, ce lo insegna la cultura, lo mostra crudamente ogni giorno la cronaca.


Secondo la
Bibbia, la storia umana comincia con un fratricidio: Caino uccide il fratello Abele.

Perché?


Non per aver subito un torto ma solo per gelosia.

Fin da principio si punta il dito sulle
dinamiche psicologiche che possono scatenare la violenza nell'ambito famigliare.

Non solo l'aggressività fisica ma anche il disprezzo e lo scherno: che si impadroniscono, ad esempio, dei figli di
Noè quando deridono il padre che giace a terra ubriaco e discinto.

E che dire di
Abramo che si appresta ad uccidere Isacco, il proprio unico figlio?

E poi ci sono
i figli di Giacobbe che vendono come schiavo a dei mercanti stranieri il loro fratello Giuseppe: anche qui per pura e semplice invidia.

E così via: fino al
figlio maggiore del signore magnanimo che, nella parabola evangelica, non vuole che venga riaccolto in casa il fratello 'prodigo'.


La cultura e i miti dell'antica
Grecia scavano in profondità nelle dinamiche famigliari mettendone a nudo l'imprevedibilità e la violenza drammatica.

Ricorderò, per tutti, le narrazioni riguardanti
Agamennone.

Prima di partire per Troia, per ingraziarsi gli dei, il re degli Atridi sacrifica sulla spiaggia la figlia
Ifigenia.

Finita la guerra torna in patria, ma viene ucciso in un agguato organizzato dal cugino
Egisto e dalla moglie Clitennestra che non gli ha perdonato l'assassinio della figlia.

Successivamente
Oreste, figlio di Agamennone e Clitennestra, sospinto dalla sorella Elettra e con l'aiuto del cugino Pilade (figlio di una sorella di Agammenone), per vendicare il padre uccide sia Egisto che la madre Clitennestra. A suggello del matricidio, Elettra, poi, sposerà il cugino Pilade …

Mi pare che basti.


La cronaca dei nostri giorni mostra come i delitti più efferati si consumano spesso proprio all'interno dell'ambito famigliare.

Anzi, questi fatti drammatici hanno sempre un di più, un grado più alto di ferocia e di perversione rispetto a tutti gli altri delitti.

Non per niente
la psicologia ha studiato e studia a fondo le dinamiche famigliari nel tentativo di dipanare il groviglio ancora inspiegabile che è all'origine di tali manifestazioni.

L'aggressività e la furia distruttrice che si dirigono verso il consanguineo nascono da carenze di affetto, da disistima, da durezza, abbandono e indifferenza.

Ma possono anche scaturire da un eccesso di 'amore' possessivo ed esclusivo che uccide la libertà, soffoca la creatività e mortifica la persona.


Il solo fatto della consanguineità crea a volte delle attese abnormi che sono destinate ad essere disattese, a pretese immotivate che non possono essere corrisposte e che lasciano il posto a rancori profondi capaci di suscitare qualsiasi tipo di comportamento.

E' come se al fondo del nostro animo ardesse un fuoco potente capace sì di scaldare e unire ma, cambiando le condizioni, in grado anche di distruggere.


Il fatto è che, spesso, tra consanguinei, si procede con più leggerezza, si dà molto per scontato, non si coltivano gli affetti e si trascurano le attenzioni.

Quasi che il sangue, di per se stesso, potesse supplire alle carenze dell'ambiente.


E invece, proprio perché i legami sentimentali sono più forti e le esperienze comuni sono originarie, bisogna usare una sensibilità più fine e una cura tutta particolare.

Se, infatti, la consanguineità è sorretta dall'affetto e corroborata dalla stima, se è arricchita e avvalorata dall'amicizia, allora porta le persone ad un rapporto talmente intimo e profondo da non poter essere scalfito da alcuna esteriore avversità.

'Longe fugit quisquis suos fugit', affermano Petronio e Varrone.

E' vero, chi abbandona i suoi rimane solo.


Ma la solitudine, a volte, è preferibile alla vicinanza e, in ogni caso, impedisce le tragedie.

Si tratta di creare le condizioni perché, nell'ambito famigliare, prevalgano i sentimenti positivi e vengano limitate le imposizioni immotivate e le prevaricazioni.

Solo così la consanguineità diventa un fattore positivo.

Diversamente può anche trasformarsi in un mostro.





















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