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(dis)unità d'Italia

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13 dicembre 2010


(dis)unità d'Italia




Perché gli italiani amano così poco il loro Paese?

Perché non sentono, come popolo, la grandezza di un evento come l'Unità?

Perché ne vivono con fastidio la ricorrenza?


Inutile ricorrere al solito argomento della secolare divisione dell'Italia in Stati regionali o provinciali con il corollario della relativa brevità della storia unitaria:
150 anni appena (che si riducono a 145 se consideriamo il Veneto, a 140 in rapporto a Roma e a poco più di 90 anni per quanto riguarda Trento e Trieste).

Ci sono nazioni che hanno una storia unitaria lunga quanto la nostra: penso alla
Germania, per esempio o agli USA o, infine, a tutti gli Stati del Centro e Sud America.

Credo che nessuna delle popolazioni sopra nominate viva il sentimento nazionale con un distacco non dico superiore ma nemmeno pari al nostro.

E ci sono nazioni che vantano una storia nazionale di lungo corso (che risale ad almeno qualche secolo fa) e che tuttavia sono minacciate, al loro interno, da forti tensioni autonomistiche (se non proprio indipendentistiche).

Penso alla
Spagna, per esempio.


Il soliti argomenti non servono quindi, né è di molto aiuto guardare fuori dai nostri confini.

Forse è meglio soffermarsi su
alcuni elementi che sono caratteristici del post Risorgimento, che riguardano noi in prima persona.


*)
Il problema meridionale, innanzi tutto.


Il nuovo Stato non è stato in grado di affrontare nella maniera giusta né tanto meno di risolvere la 'famosa' questione meridionale.

Si può dire che per decenni non è nemmeno stato in grado di capirla.

Com'è noto, molti degli uomini politici che hanno fatto l'unità d'Italia e che hanno governato il Paese nei decenni immediatamente successivi, non sono mai scesi a sud di Firenze.


Il Sud era un problema che andava affrontato con ben altra lucidità e determinazione: lo sa anche la Germania che con tutto il suo potenziale economico e tutto l'impegno profuso, non ha ancora 'digerito' la sua ex Germania dell'Est.

Quasi sicuramente lo farà prima di noi.

La nostra classe politica è riuscita ad aggravare la situazione, ad incancrenirla fin quasi a farla marcire.

E siamo all'oggi.


*)
La dittatura fascista.


Il fascismo, anziché impegnarsi in un reale avvicinamento del sud al resto del Paese, è ricorso alla
demagogia.

Ha caricato tutti i simboli e le ricorrenze dell'Unità di una tale pesante e
asfissiante retorica, da spegnere, in tutti quelli che fascisti non erano, non dico l'amore ma perfino l'interesse verso il proprio Paese.

Tale
'trombonismo' è continuato per molti anni dopo la fine della seconda guerra mondiale tanto che, ancora alla fine degli anni 60 e almeno per tutti i 70 del '900, l'omaggio alla bandiera e l'attaccamento all'inno nazionale erano sentiti da molti come manifestazioni di autoritarismo e militarismo più che come espressione di un sentimento di appartenenza.


*)
Il distacco della politica.


A partire dall'immediato dopoguerra la classe politica è andata sempre più allontanandosi dal resto del Paese:
gli eletti anziché restare dentro quel popolo che dava loro l'investitura, si sono costituiti in casta privilegiata, distinta dalla massa degli elettori.

Hanno cominciato a vivere una propria dimensione di élite, nettamente separata dalle vicende delle masse e tutta tesa a realizzare un profitto personale più che a risolvere i problemi reali.

Questo fenomeno è andato acuendosi a partire dagli anni 80 del '900: con il risultato che, perfino i deputati delle regioni meridionali hanno perso di vista la situazione e il destino del proprio popolo, a favore di una personale integrazione e omogeneizzazione con gli eletti delle altre regioni.


*)
La malavita organizzata.


Il sud, prima del nord, è diventato terra di conquista delle bande malavitose organizzate.

Queste si sono sostituite all'azione dei politici, hanno supplito alle carenze dello Stato, hanno fatto leva sul sottosviluppo ed hanno creato un potere alternativo così forte da impedire il superamento delle ataviche contraddizioni.

Il loro potere si è rafforzato negli anni al punto che, ai nostri giorni, sembrano le sole entità in grado di realizzare una effettiva unità d'Italia.


Sotto la loro guida, da sud a nord.


*)
La retorica dell'insegnamento.

L'istruzione e l'educazione fornite dalla scuola pubblica, anziché puntare alla formazione di sentimenti autentici e di passioni civili, hanno privilegiato le frasi fatte, la ripetizione mnemonica e l'apprendimento superficiale.

Lo Stato avrebbe dovuto creare occasioni di comunicazione, di scambio di incontro e di confronto: si è accontentato di poche imparaticcie nozioni che hanno lasciato freddi gli animi e vuote le teste.


*)
La crisi economica e l'esplosione degli egoismi.


Su questo terreno, così disomogeneo e poco integrato, si è abbattuta negli ultimi decenni una dura crisi economica che sembra non finire mai.

L'evento non poteva certo favorire l'integrazione né l'impiego di un surplus di risorse nella parte del Paese meno sviluppata: ha scatenato invece le rivendicazioni delle aree più ricche che hanno invocato e pretendono il federalismo (avevano chiesto anche la secessione, per essere precisi).

La struttura federale può aiutare un Paese a crescere, nel senso che può far sprigionare forze ed energie che in un contesto centralizzato resterebbero sopite e inefficaci; ma può anche ingrandire le differenze e acuire le distanze tra parti diverse dello stesso Paese.



L'Unità d'Italia l'ha fatta soprattutto il Nord, quel Nord che adesso vorrebbe romperla.


Nemmeno 100 dei mille e più garibaldini provenivano dalle regioni del Sud.

A rigor di logica dovrebbe essere il Sud ad invocare la separazione visto che, a suo tempo, è stato praticamente annesso.


Ma in questo genere di cose la logica conta molto poco.

E' un fatto che i nostri uomini di cultura più eminenti hanno sempre sognato una penisola unita: organizzata in modo federale o centralizzato ma, comunque, governata da un'unica Istituzione.


Perché è certo che l'Italia o è unita o non è.



Un sentimento nazionale non lo si raccatta per strada né può nascere da celebrazioni calate dall'alto.

Nasce dalla consapevolezza, dalla volontà dalla fiducia, dalla passione.

Nasce dall'istruzione e dalla formazione.

E nasce anche dalla capacità di parlarsi e di ascoltarsi.

Se guardiamo bene, dobbiamo riconoscere che noi italiani, tra noi, ci conosciamo davvero poco.


Per questo non ci sentiamo solidali.

Per questo, anziché quello comune, coltiviamo ognuno un nostro particolare destino.

Dove ci condurrà, nessuno lo sa.




























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