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diversità fisica e politica da bar

2007-2010 > 2009 > COSTUME


18/06/2009



diversità fisica e politica da bar


Le diversità fisiche sono sempre state oggetto di osservazioni, di battute e di vere e proprie persecuzioni.

I bambini ne sanno qualcosa.


Quando ero piccolo, negli anni 50 (del '900), le caratteristiche fisiche erano una fonte inesauribile di scherzi, di prese in giro e di veri e propri nomignoli: ancora adesso non saprei dire il nome o il cognome di tanti miei compagni di classe, perché li ricordo solo per il loro nomignolo.

Essere troppo bassi di statura o troppo alti, troppo grassi o troppo magri, camminare in modo strano o, non sia mai, avere le orecchie a sventola, era una vera e propria maledizione.

Si veniva subito identificati, 'schedati' e 'rinominati' con un nickname che restava impresso a vita come un tatuaggio indelebile.

Perfino certi atteggiamenti 'fisici' della persona erano subito fotografati e tradotti in nomignoli: ricordo di un compagno che teneva sempre la bocca socchiusa e fu gratificato di un 'mangia mosche'; e di un altro che aveva l'abitudine di stare con la testa un po' reclinata che si beccò un bel 'collo storto'.

Quei due bambini sono restati per me 'mangia mosche' e 'collo storto': di loro non ricordo nient'altro.


Fortunatamente non avevo alcun marcato difetto fisico, a parte la statura non eccelsa - ma allora era quasi la normalità - per cui, da quel punto di vista, attraversai indenne l'infanzia e la fanciullezza.

Devo dire, però, che non mi è mai piaciuta, nemmeno quando ero piccolo, la caricatura di una diversità fisica: era inevitabile che accadesse perché i gruppi di bambini, a volte, sanno essere spietati, ma coloro che ne erano vittime soffrivano terribilmente, almeno per i primi tempi e io stavo male con loro e per loro.

Ricordo in particolare due miei compagni di classe: uno era abbastanza regolare, un altro aveva le orecchie a sventola, di quelle molto accentuate come adesso non se ne vedono più.

Bene: il primo si accaniva contro il poveretto tanto da far sì che altri si divertissero a strapazzargli le orecchie senza pietà. Il 'disgraziato' piangeva disperato e tentava di sottrarsi con il solo risultato di incrementare le celie.

Quando lo vedevo, mi veniva quasi da piangere e avrei bastonato il persecutore se non fosse stato che era grande e grosso e avrei finito per prenderle a mia volta.



Tutto questo mi è tornato alla mente dovendo ascoltare, anche in questi giorni, la storia 'dell'abbronzato', del
suntanned, riferita ad Obama: non dico da chi perché è ormai noto al mondo intero.


Disgraziatamente le diversità fisiche non sono solo oggetto delle derisioni infantili ma diventano, spesso, elementi di feroce divisione tra gli esseri umani adulti.

A volte è il colore della pelle a venire tirato in ballo; altre volte è la conformazione del volto o la statura più o meno alta.

Tutti elementi che, assolutizzati e ingigantiti dalle collocazioni geografiche, dagli eventi storici e dalle diversità culturali si traducono in un atteggiamento generale di ostilità e di contrapposizione che siamo soliti identificare con il termine
razzismo.

Quanto poco sia razionale quell'atteggiamento, lo si può facilmente constatare riflettendo sul fatto che, dal punto di vista fisico, si potrebbero introdurre una miriade di classificazioni che porterebbero l'umanità a dividersi in mille altri modi diversi: il peso corporeo, per esempio, o la lunghezza delle mani e dei piedi, il numero dei peli delle sopracciglia o le dimensioni dei fianchi e del torace.

Per non parlare delle caratteristiche degli organi genitali.

E così via, quasi all'infinito.

A quale logica obbedirebbero i popoli se decidessero di discriminarsi in base ai caratteri appena elencati?

Alla stessa follia a cui si sottomettono quando tirano in ballo il colore della pelle o le dimensioni della statura.




Nonostante tutto (chi mi legge sa come la penso), non credo che Berlusconi sia razzista, almeno non lo è per il fatto del suntanned.

Credo invece che il Nostro sia incapace di liberarsi da un certo modo di far politica, quella che io definisco
'politica da bar'.

E in questo è più in sintonia con i capi della Lega che con molti altri esponenti del suo raggruppamento.



Il bar, per chi non fosse pratico della cosiddetta 'padania', non è semplicemente un locale pubblico dove ci si reca per soddisfare certi bisogni fisiologici o anche solo per concedersi qualche piacevolezza: è una vera e propria istituzione, governata da regole e protocolli non scritti ma impressi a fuoco nell'animo di chi lo frequenta regolarmente.

Ecco, l'aspetto più interessante del bar è costituito proprio dai frequentatori abituali: che talvolta giocano a carte, ma non sempre; che si sfidano a biliardo ma non necessariamente; che spesso si cimentano con le bocce, solo in certe stagioni e in determinate ore della giornata.

In realtà ciò che unisce e cementa i rapporti all'interno di questa che definirei una vera e propria 'fauna sociologica', è
la chiacchiera.

La chiamo chiacchiera perché non si tratta di un parlare approfondito e serio, nemmeno propriamente di dialoghi o di confronto ma di un vero e proprio fluire di parole che hanno il solo scopo di far passare il tempo, di creare dei convincimenti comuni, di cementare i legami di gruppo e, di conseguenza, di marcare le differenze nei confronti degli altri.

In genere in ogni bar ci sono dei leader, delle persone che guidano e orientano la chiacchiera, che imbeccano gli sprovveduti, dettano le linee guida e ripetono fino all'ossessione gli slogan: sono dei veri e propri
opinionisti, da bar, s'intende, ma non per questo sono meno influenti degli altri.

Questi signori, quasi sempre maschi, non siedono mai ai tavoli con gli altri avventori ma stanno in piedi, appoggiati al bancone con il braccio destro che afferra il bicchiere, e girati con la persona verso gli amici seduti: che essi seguono con gli occhi e arringano con il braccio libero in perenne movimento.
E' inutile dire che gli opinionisti devono avere doti da veri e propri intrattenitori, devono avere la battuta sempre pronta, velocità di riflessi, capacità di sciorinare più barzellette che ragionamenti.

Non è tanto importante la verità di ciò che dicono (anzi, la verità non sanno proprio cosa sia: per questo si offendono quando vengono accusati di falsità), ma è indispensabile che faccia colpo, che interpreti il comune sentire degli ascoltatori, che esalti i loro desideri nascosti, che fiuti l'aria del momento, la catturi e la traduca in un motto colorito e incisivo.

L'opinionista da bar non è uno stupido né uno sprovveduto (molti sono rimasti vittima di questo equivoco, visto il punto cui siamo arrivati): non avrà una morale di alto profilo né saprà, esattamente, in che cosa consista il bene pubblico ma è una persona molto furba, profonda conoscitrice dell'animo umano, capace di toccare le corde sensibili di coloro che lo stanno a sentire.


Quella del bar è una comunità che assomiglia molto ai gruppi infantili: i bambini amano giocare, divertirsi, fare sempre qualcosa che li tenga lontani dalla noia.

Così gli avventori del bar: non li puoi annoiare con le banalità o le contrarietà della vita quotidiana né sono disposti a sentire discorsi elaborati che richiedano una qualche attività cerebrale.

Vogliono divertirsi: che cosa c'è di meglio di qualche battuta salace, dell'enfatizzazione di una diversità fisica, della ridicolizzazione di qualcuno estraneo al gruppo che, magari, si presta a fare da 'capro espiatorio'?

Non è semplice il compito dell'opinionista: deve far ridere e gratificare, senza cedimenti né pause.

Naturalmente è sempre impegnato a tenere la sua persona e quella dei suoi compari assolutamente al riparo dai lazzi e dalle grasse risate del suo pubblico.

Non è facile ma ci riesce quasi sempre.

E così mentre la combriccola ride a crepapelle di tutto e di tutti, rispetto agli opinionisti e ai loro compari è assolutamente cieca.

Non vede né diversità né anomalie.

[diversità e anomalie che in un contesto razzista sono delle vere e proprie macchie, delle colpe indelebili, nelle comunità infantili e all'interno del bar diventano dei difetti, qualcosa che si distingue dalla normalità: che non fa dell'interessato un essere umano inferiore ma solo un soggetto 'strano', qualcuno che ha quel qualcosa in più (o in meno) che fa divertire]



E così mentre Berlusconi si permette di fare battute su Obama, su Prodi o su qualunque altro, a nessuno degli aficionados viene in mente di ridicolizzare il suo parrucchino, le orecchie da star trek o il sorriso da pescecane.

Allo stesso modo il grande capo si guarda bene dal gettare lo sguardo sugli altri 'opinionisti' che gli tengono bordone vicino al bancone: su Bossi, per esempio o su Calderoli.

Quante battute e lazzi ne potrebbe ricavare: eppure, niente.

Appoggiato al bancone, ha messo se stesso e i suoi compari sotto una sorta di campana di vetro che, proprio come le 'calze televisive', rende invisibili tutti i 'difetti'.

Riesce perfino a far passare per una cosa seria la farsa greve e penosa della tre giorni di Gheddafi a Roma.

Per rompere l'incantesimo ci vorrebbe un altro 'politico da bar', altrettanto abile e pronto, in grado di frantumare la campana di vetro: capace di dare all'uditorio una nuova vista e un nuovo udito.

A suon di motti e di barzellette, naturalmente.

Tutti, per primi i bambini, si accorgerebbero improvvisamente che il re è nudo.




La politica da bar è un modo come un altro di fare politica: non piacerà ai puristi della materia né a chi ha conosciuto il modo tradizionale di far politica ma è un modo legittimo.

Personalmente non la amo anzi, per dirla tutta, la detesto.

Ma, a quanto pare, incontra il consenso della maggioranza degli italiani.

Che non sanno e non vogliono liberarsene.



L'Italia è diventata un immenso bar.

Con un grande bancone, sempre lucido e carico di bicchieri.

Seduti, pronti ad ascoltare, vogliosi di sghignazzare, siedono milioni di italiani, la maggioranza.

Dietro una porta scorrevole si affollano donnine, inservienti, paggi e guitti, pronti ad intervenire ad uno schiocco delle dita.

Appoggiato al bancone Berlusconi e i capi della Lega discutono animatamente senza mai perdere d'occhio la platea.

Che intrattengono con battute e barzellette, storielle e motteggi, caricature e scimmiottature.

Anche loro partecipano alla gioia collettiva: con pacche sulle spalle e buffetti, con pizzicotti e strizzatine di genitali.

Per creare e cementare l'identificazione.

Che importa se fuori, qualche milione di cittadini, urla e strepita e grida vergogna!

Basta che la maggioranza sia dentro a divertirsi, a scompisciarsi dalle risate.

Il resto è come se non esistesse.




Certo: la metafora non esaurisce la situazione italiana, trascura tanti elementi che sono per molti aspetti essenziali, non dà ragione della complessità del fenomeno.

Ma siamo sicuri che sia del tutto incongruente?


















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