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eroi ... eroi ... eroi ...

2007-2010 > 2009 > COSTUME


24/09/2009



eroi ... eroi ... eroi ...



In questi ultimi tempi è stata una delle parole più usate.

Più 'abusate', forse.


L'ultima volta l'hanno riferita ai militari morti in un attentato terroristico in Afghanistan.

Questo 'impiego' più recente non è tuttavia passato sotto silenzio.

Almeno in Internet.


Al coro unanime dei media e dell'ufficialità burocratica, dei politici e di molti blogger si è contrapposta una robusta ondata contraria di blogger e di opinionisti di rete che hanno contestato quella definizione.

Hanno vigorosamente negato che ai sei militari caduti in Afghanistan (come anche a tutti gli altri soldati italiani precedentemente deceduti, compresi quelli di Nassirya) si possa attribuire la patente di eroe.

Perché?


I suddetti erano perfettamente consapevoli dei rischi che dovevano affrontare, sapevano di andare ad operare in una situazione di guerra, tanto è vero che per questo percepivano degli emolumenti notevolmente superiori rispetto a quelli dei loro commilitoni restati in patria.

E pur essendo a conoscenza di quei pericoli, l'hanno chiesto loro di poter operare in quel teatro di guerra.


E le decine di migliaia di civili, in Iraq e in Afghanistan, morti 'per sbaglio' ad opera delle 'forze di pace', non sono forse eroi?

Eroi dimenticati, a mala pena ricordati con un numero generico, che spesso nemmeno li comprende tutti.

Tutti eroi?

Tutti allo stesso modo?


Forse a questo punto si impone una riflessione.

Partiamo dalle definizioni del vocabolario (Garzanti).


'Nel mito classico persona nata da una divinità e da un mortale, capace perciò di imprese eccezionali.'

'Chi dà prova di coraggio e di abnegazione.'


Wikipedia dà una definizione più circostanziata: 'l'eroe, nell'era moderna, è il protagonista di uno straordinario e generoso atto di coraggio, che comporti o possa comportare il consapevole sacrificio di sé stesso, allo scopo di proteggere il bene altrui o comune.'


Possiamo, quindi, cominciare a fare almeno una
distinzione: *) l'eroe dell'età classica (nella letteratura classica); *) l'eroe della storia contemporanea.

L'eroe classico vive dentro la poesia, è creato dalla poesia: nella nostra cultura il più grande e insuperato creatore di eroi è Omero.

Essi sono semidei come
Achille ed Enea o uomini in carne e ossa come Ettore e Ulisse.

Hanno tutti doti straordinarie: di forza, di audacia, di altruismo, di intelligenza, di astuzia … che spendono senza risparmiarsi, anche a costo della vita.

In genere sono giovani e prestanti e non si fermano davanti a nessun pericolo: solo la morte può interrompere la loro azione.

La morte li stronca e nello stesso tempo li nobilita consegnandoli al mito.


Le parole con cui
Virgilio ricorda e celebra la fine del giovane Pallante per mano di Turno, sono a questo proposito significative:


'quem non virtutis egentem abstulit atra dies et funere mersit acerbo'. (*)



Questa tipologia di eroi ha percorso tutte le
letterature, ha sostanziato tutte le mitologie: fino ai nostri giorni.

Quando hanno occupato anche i
fumetti ed il cinema.

Sono gli eroi della fantasia, i personaggi che incarnano i valori e gli ideali di una certa epoca, che danno vita e spessore alle illusioni e confortano, chi li coltiva, nel difficile mestiere di vivere.




In epoca contemporanea si è cominciato a parlare di eroi in carne ed ossa: sono assurte al rango di eroi persone che nella loro vita hanno fatto qualcosa di notevole, qualcosa di straordinario e di eccezionale.

Nella storia patria italiana abbiamo almeno un personaggio cui tutti siamo disposti a concedere l'attributo di eroe:
Giuseppe Garibaldi.

In tempi più recenti si è parlato di eroismo anche a proposito dell'avvocato
Ambrosoli, dei giudici Falcone e Borsellino.

E poi è stato un crescendo che ha 'santificato' in modo particolare le nostre 'missioni di pace' all'estero.


Sta di fatto che, negli ultimi anni, si è fatto
un uso eccessivo e smodato di questa parola, un uso improprio talvolta, un uso, anche, ideologicamente orientato.

Molti si chiedono: perché sono eroi i militari che combattono una guerra che si deve chiamare pace e non possono essere chiamati eroi le madri e i padri di famiglia che muoiono ogni giorno sul posto di lavoro?


Già, perché?

A volte sembra che si ricorra a questo termine per coprire delle magagne, per avallare dei qui pro quo, per santificare delle piroette ideologiche, per far passare come normali dei corto circuiti costituzionali che sarebbero, in realtà, inaccettabili.

La nostra Costituzione ci vieta la guerra?


Eppure i nostri soldati partecipano a vere e proprie azioni militari in terra straniera, contrastano i talebani, hanno bombardato Belgrado …

Ebbene,
per sistemare la Costituzione, noi le chiamiamo 'missioni di pace'.

I nostri militari muoiono vittime di una guerra terroristica?

Noi li chiamiamo 'eroi di pace'.


Le parole hanno un grande potere: molti pensano che riescano, perfino, a rovesciare la realtà, a trasformarla, a darle una connotazione che di fatto non ha.



Naturalmente dimentichiamo che
la realtà ha mille sfumature e che può essere interpretata in tanti modi diversi: a seconda del periodo, della cultura, delle contingenze …



Quelli che per noi sono eroi per altri (per molti iracheni e per moltissimi afgani) sono mercenari.


I fondamentalisti kamikaze che per noi sono stragisti e assassini, i più ignobili degli individui, per altri sono eroi e santi.



Queste considerazioni ci devono indurre a una maggiore sobrietà, ad una più attenta cautela, ad un rifiuto dell'iperbole ad ogni costo.


L'abuso del termine eroe (che all'interno di certe trasmissioni, tipo Amici o i reality è ulteriormente banalizzato) è la cartina di tornasole dei nostri tempi.

Viviamo un periodo in cui l'egoismo e l'individualismo sono additati a valori, il trasformismo esistenziale è assurto a pratica quotidiana, la menzogna e l'ipocrisia vincono su tutto …: un periodo in cui conta solo apparire; in cui si dice e si nega tutto nel giro di pochi secondi; in cui pur di arraffare e di gestire una briciola di potere si è pronti a tutto, anche a rinnegare il proprio passato, anche a presentarsi per ciò che non si è.

E' un'epoca così degradata e malata a livello di leadership, da essere pronta ad attribuire praticamente a tutti la patente di eroe.


Tanto non costa niente e se serve a nobilitare chi assegna il riconoscimento, ben venga!

E così viene dichiarato eroe anche un Mike Bongiorno, che dalla vita ha avuto proprio tutto; nel senso che quello che ha dato l'ha ricevuto indietro con interessi stratosferici.

Contraddicendo così il verso di
Guccini quando canta 'gli eroi sono tutti giovani e belli'.


Non solo ma avviene pure che un senatore della Repubblica, un certo
Marcello Dell'Utri, chiami eroe lo stalliere di casa Berlusconi, il pluri condannato per mafia Vittorio Mangano.


Non è forse questo un chiaro segno dei tempi?



E allora mi permetto di suggerire un atteggiamento più castigato, attento e coerente.

Lasciamo gli eroi là dove sono nati, lasciamoli nel mondo della letteratura, lasciamoli vivere nell'immaginario fantastico, così legato ai nostri ricordi scolastici.

L'eroe deve essere puro e immacolato, senza macchia e senza paura, perché deve scorrazzare nei nostri sogni, deve alimentare le fantasie positive, non deve dar corpo ai nostri incubi.


Permettiamo, al più, che rinasca e riviva nel teatro, nei fumetti e nel cinema: i prolungamenti ideali delle grandi letterature.

Possiamo, al limite, concedere ad ogni popolo un suo grande eroe in cui identificarsi: lasciamo agli inglesi il loro
Robin Hood, ai francesi Giovanna d'Arco, agli svizzeri Guglielmo Tell … Teniamoci stretto il nostro Garibaldi.


Per i personaggi (i morti) dei nostri giorni inventiamo qualche altro termine: possibilmente differenziando Ambrosoli da Mike Bongiorno, i militari morti in operazioni di guerra dagli operai morti sul posto di lavoro.

Lasciando naturalmente a Dell'Utri tutta la responsabilità di esaltare come crede il mafioso di Arcore.


Decidiamo che la patente di eroe siano altri ad assegnarla, non noi contemporanei.

'Ai posteri l'ardua sentenza'.


Com'è giusto.




(*) Un giorno nefasto l'ha strappato alla vita mentre era ancora nel pieno del suo valore e l'ha sprofondato in una morte crudele.




















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