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fair play e Marco Travaglio

2007-2010 > 2008 > POLITICA

(12/05/2008)


Subito dopo la pubblicazione dei risultati elettorali è cominciato, all'interno dello schieramento di centro destra, una vera e propria mutazione genetica.

Improvvisa, radicale, definitiva.

Un po' sospetta?

Vediamo.


Per tutti i 20 mesi del governo Prodi gli esponenti della destra hanno dato vita ad una incontenibile cascata di insulti, accuse infamanti, improperi e ingiurie gravissime contro tutti i suoi componenti: di giorno e di notte, in televisione, attraverso Internet e sui giornali.

In ogni occasione e approfittando di qualsiasi inezia, anche la più futile.

Hanno parlato per mesi di brogli tentando di deligittimarlo dalle fondamenta.

E hanno continuato imperterriti con una pervicacia al limite del golpismo: nonostante le smentite degli innumerevoli conteggi richiesti, nonostante il pronunciamento di tutti gli organi di controllo.

Per conseguire il loro scopo hanno anche tentato di 'comprare' dei senatori dello schieramento avverso: cosa che, alla fine, ha dato i suoi frutti.

Insomma il 'capo' non voleva Prodi e bisognava toglierlo di mezzo ad ogni costo.

I pretoriani eseguivano.

In questo esercizio si sono particolarmente distinti quelli di Alleanza nazionale e i soci di Forza Italia.

Chi non ricorda le labbra umide di Gasparri sempre pronte a ripetere il solito vischioso ritornello davanti a qualsiasi microfono?

E il tono perentorio e ultimativo di La Russa?

E la finta flemma dei vari Ronchi, Mantovano, Matteoli?

Per non parlare della ostentata - tendenziosa - oggettività del principe consorte Fini.

E che dire dei quadrumviri?


Cicchitto: schiumava veleno dagli angoli della bocca ancor prima di proferir parola.

Bondi: mimava una benedizione che era in realtà una cannonata ad alzo zero.

Schifani: sprizzava perfidia da tutti i bulbi piliferi privi di capello.

Bonaiuti: inguardabile nei suoi servili atteggiamenti guitteschi.

Molto più lealisti del re.


Il centro sinistra non ha saputo né voluto reagire con la stessa virulenza e, come spesso accade, è stato alla fine sopraffatto.

Poi, di colpo, vinte le elezioni, occupati tutti i posti di comando, assicuratisi anche le più piccole manovelle del potere, messa in piedi una squadra di governo totalmente succube del grande capo, ecco la metamorfosi.

I succitati personaggi hanno cominciato a spremere da ogni poro una mielosissima degnazione.

Hanno messo in mostra un linguaggio forbito e garbato, hanno adottato toni da persone civili, hanno sparso pacificazione e collaborazione a piene mani.

Se siano credibili sarà il tempo a dirlo.

La mia spiegazione è questa.


Il padrone delle televisioni, non contento dello strapotere economico acquisito, non ancora soddisfatto per l'entità del potere politico accumulato ed esercitato, aspira adesso a diventare il padre della patria.

Intende non solo esercitare impunemente tutto il potere, ma pretende altresì di essere onorato e venerato.

Da tutti.


Aspira, cioè, a diventare Presidente della Repubblica.

Per conseguire questo obiettivo ha bisogno di un clima di totale assopimento.

Ha bisogno di accreditarsi come il politico moderato che fa gli interessi suoi e quelli della sua parte ma che è anche attento e sollecito nei confronti chi non sente e non pensa come lui.

I suoi scagnozzi devono quindi riporre negli astucci le zanne e i veleni ed indossare il morbido vello degli agnelli, devono calarsi fino in fondo nei loro compiti istituzionali, esercitare senza colpo ferire tutto il loro potere di parte, senza darlo a vedere, mostrandosi nel contempo educati, civili e rispettosi.

Si sono quindi immersi in un calderone zuccheroso e si sono fatti ricoprire di una gradevole melassa: chiedono, ora, rispetto ed ossequio per le nuove cariche rivestite.

Chi ministro della Repubblica, chi presidente di commissione parlamentare, chi, addirittura, presidente della Camera, fino al gradino più alto disponibile, il Senato.

Facendosi scudo della funzione e praticando a piene mani il gentle agreement, pretendono non solo silenzio e sottomissione ma anche l'oblio, la totale dimenticanza di ciò che sono stati fino a ieri.

Di fronte a tutto questo che cosa è successo?


Che la cosiddetta opposizione, anzi ciò che rimane dell'opposizione, si è sciolta come neve al sole.

Ha abboccato.

Ad una velocità supersonica.

Con una acquiescenza perfino irritante.

Ma è capitato anche che un giornalista indipendente con i suoi interventi ad 'annozero' e a 'che tempo che fa' ha chiamato le cose con il loro nome, ha rotto le crisalidi mostrando gli attori nella loro vera effigie, ha sparigliato le carte.

Chi è Marco Travaglio?


E' un pubblicista che si auto definisce 'liberal montanelliano'.

E' uno che segue i processi e le vicende giudiziarie che lambiscono o sommergono gli uomini di potere. Mette il megafono a ciò che viene detto e provato nelle aule giudiziarie; ciò che, vista la stretta integrazione tra tutti i mezzi di comunicazione e la loro presso che totale subordinazione ai potenti, resterebbe inascoltato e ignorato.

E' di sinistra?


Assolutamente no: fa semplicemente un giornalismo rigoroso e deontologicamente corretto.

Che nel deserto attuale risulta quasi rivoluzionario.

E' simpatico, Marco Travaglio?

Molto poco, tanto è algida e inflessibile la sua determinazione.

Per questo è anche un uomo terribilmente solo: tanto da aver ottenuto pubblica solidarietà soltanto dal grande antipatico della politica italiana, l'ex PM Di Pietro e dal primattore dell'antipolitica, Beppe Grillo.

Fedele al proverbio 'l'abito non fa il monaco', il giornalista di scuola montanelliana, si è convinto che la funzione non fa la persona.

E l'ha mostrato a tutti.

Desolante, a dir poco, è stata la reazione del PD.


Che sembra quasi rassegnato al suo ruolo di ruota di scorta.

Che pare stregato dal paternalismo del padrone della macchina pubblicitaria.

Che non si limita a starsene zitto in disparte ma che, per non essere accusato di mancanza di piaggeria, afferra a sua volta le clave dell'informazione' che il padrone questa volta gli mette generosamente tra le mani, e picchia sulla testa del coraggioso giornalista.

Contribuendo robustamente alla sua prevedibile totale emarginazione.

Il PD ha altro da pensare: per esempio alla sempiterna contrapposizione interna tra veltroniani e dalemiani.

Una questione che, credo, esclusi i diretti titolari, non interessa minimamente ad un solo altro italiano.

E' veramente penoso, odioso, inquietante e snervante.

E' qualcosa che scatena negli animi una rabbia incontenibile, che brucia con gli acidi gli apparati digestivi.

Ma, purtroppo, è tutto vero.


Il PD, dopo i cinque anni di governo che stanno per iniziare, si appresta ad offrirci un trionfale settennato presidenziale dell'ormai immarcescibile Berlusconi.

A meno di un imprevedibile cambio di rotta.

Per il quale non sembrano esistere molte premesse.

Ma voglio sperare.

Nonostante tutto, devo sperare.

















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