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FATALITA' ... tragedie e fortune

2007-2010 > 2010 > RIFLESSIONI


30 settembre 2010


FATALITA' ... tragedie e fortune



Due ragazzi tedeschi, 29 anni lui, 28 lei, noleggiano una utilitaria a Stuttgart, ricca capitale del Baden Württemberg e partono per la Sardegna, destinazione Alghero.

Trascorrono tranquillamente e felicemente la loro vacanza e alla fine rientrano a Genova sul traghetto
Moby Otta.

Lo sbarco ha inizio regolarmente e le vetture si susseguono una all'altra come al solito, come da copione: l'hanno fatto in tanti migliaia di volte, l'ho fatto anch'io in più di un'occasione.

Lo si può vedere nei video della rete.


Improvvisamente
la nave ha un sussulto, le cime che la tengono ancorata si tendono ma non possono impedirle di allontanarsi dalla banchina per una decina di metri.

La grande pedana di ferro che permette ai veicoli di sbarcare, si stacca dalla terraferma e sbatte nell'acqua: si ferma contro la nave.

Proprio in quel momento sta transitando in retromarcia la vettura dei due giovani tedeschi che non possono accorgersi dell'accaduto e
finiscono, non a terra, ma sul fondale del mare perdendo la vita.

Come sia potuto accadere non è dato di sapere: si sa di sicuro che i motori si sono messi in moto e la nave si è staccata dalla banchina.

Come mai i due ragazzi scendevano in retromarcia mentre tutti gli altri avevano il muso rivolto alla banchina?
Anche questo è al momento inspiegabile.

Nel video si vede benissimo che c'era un'altra vettura, accanto alla loro: era addirittura più avanti della loro ma era girata verso la banchina su cui stava atterrando.

Quell'automobile riesce a fermarsi, perché il guidatore ha modo di vedere l'accaduto: innesta la retromarcia e piano piano rientra nella pancia della nave.

Invece i due ragazzi che uscivano in retromarcia non possono capire quel che sta succedendo e vanno dritti all'appuntamento con il loro atroce destino.

Una morte assurda, inquietante e inaccettabile.


Un evento che ha suscitato profonda emozione in Italia: di cui, tuttavia, non ho quasi trovato traccia nella stampa tedesca.

Non so perché.




Ma non è di questo che voglio parlare:
ciò che mi sconcerta è la fatalità.

Che spesso domina e sovrasta, ineluttabile e invincibile, le nostre esistenze.



Naturalmente i casi in cui
la fatalità la fa da padrona sono molti, toccano persone di tutte le età in ogni parte del mondo.

Pensiamo ai ragazzi polacchi morti nel pullman vicino a Berlino o ai minatori cileni sepolti vivi da quasi due mesi e ancora in balia delle più imprevedibili contingenze.

Gli episodi sono infiniti.


A fronte dell'anziano che veleggia in buona salute oltre i 100 anni, ci sono ancora molti neonati che muoiono poco dopo la nascita.

Ci sono giovani che nel pieno delle loro forze perdono la vita a causa di un virus maligno e persone mature che, come Bossi, riescono a sopravvivere alla botta di un ictus per continuare a deliziare i conterranei con le loro idiozie.

Il panorama è vasto e vario e non basterebbero tutte le biblioteche del mondo per contenere e dar conto della incalcolabile miriade di eventi in cui la fatalità si impone su tutto.


A dire il vero noi siamo concentrati sulle conseguenze negative della fatalità e siamo portati a trascurare quelle positive.


C'è chi riesce a guarire da una grave malattia contro tutte le previsioni e chi scampa a un disastro che sembrava definitivo.

C'è chi pesca il jolly di una professione desiderata e ben retribuita e chi compra per poche lire il biglietto che gli cambia la vita.

Non so se queste eventualità sono per quantità e qualità pari a quelle negative, so solo che le seconde ci sembrano molto più numerose e distruttive.

Forse si tratta di una
particolare attitudine degli esseri umani o forse la nostra sensibilità e la memoria verso il negativo sono molto più spiccate e accentuate.

E' comunque un fatto che l'accidentalità gioca nelle nostre esistenze un ruolo non indifferente: positivo o negativo che sia.


Dovremmo accettarlo come normale e invece
siamo ogni volta sconcertati e sorpresi.

Qualcuno legge nella casualità un invito alla meditazione e alla penitenza, qualcun altro vi vede l'operato di una mano soprannaturale, altri ancora ne approfittano per tirare l'acqua ad un loro strampalato mulino.

Di fatto siamo inclini a non accettare le fatalità negative mentre riteniamo di meritarci tutte quelle positive.


Di fronte alla sorte avversa ci sentiamo beffati, ingiustamente colpiti, quasi puniti per una colpa inesistente, per qualcosa di cui non siamo responsabili.

Il fatto di non poter fare assolutamente nulla, di dover solo e semplicemente subire ci manda fuori giri.

Siamo talmente propensi a pensare che la nostra volontà sia onnipotente e che, insomma, volendo possiamo quasi tutto, che non possiamo tollerare di doverci piegare di fronte a qualcosa di imprevisto, di non desiderato, di non voluto, anzi di detestato.

'A chi la tocca la tocca' rispondeva un Toni inebetito a Renzo Tramaglino che voleva sapere il perché e il 'percome' della peste.

Nonostante i passi giganteschi fatti nel campo delle scienze e della tecnologia siamo sempre lì, inchiodati al fatalismo popolare del 'a chi la tocca la tocca'.


Anche se non lo accettiamo, anche se ci ribelliamo, anche se gridiamo all'assurdità e all'impossibilità, all'ingiustizia, alla beffa immeritata e alla vigliaccata.

Non c'è parola né volontà umana che tenga.


La fatalità è un appuntamento segreto che nessuno conosce, che non sta in agguato da sempre né è scritto nei nostri geni o da qualche altra parte: è una somma di coincidenze che a un certo punto si fondono insieme accendendo l'evento.


Se non fosse uscito di casa, se non avesse litigato, se avesse preso un'altra strada, se si fosse fermato qualche secondo di più, se avesse preso un altro mezzo di trasporto …:
se, se, se …

Oppure: è uscito di casa proprio a quell'ora, ha incontrato quella persona con quella disposizione d'animo oppure è entrato nel bar proprio in quel momento ...: e ha concluso l'affare, ottenuto quanto cercava, pescato il numero giusto …


Se ci pensiamo siamo noi stessi, fin dal concepimento, il risultato di una serie impressionante di coincidenze: bastava un secondo in più o in meno, una sgarberia o una carezza di troppo, un sì o un no … e noi non ci saremmo stati, forse ci sarebbe stato qualcun altro, non noi.

E poi la gravidanza con tutte le possibili complicazioni e
il parto (a proposito: avete sentito come, il parto, che sembrava un evento di routine, è tornato negli ultimi tempi a essere problematico e gravido di possibili negative conseguenze!): ci è andata bene, lo possiamo ben dire.



Leggendo queste riflessioni qualcuno potrebbe essere preso da un senso di vertigine, potrebbe perdere la bussola e il senso dell'orientamento.


Io credo che niente è più normale della casualità.

Tutto ciò che vive e che esiste è, anche, sotto l'impero della casualità.


A detta di molti
l'Universo stesso, nel suo insieme e in quanto tale, non è altro che il risultato di una serie infinita di eventi fortuiti.

Il guaio, se così si può dire, sta tutto nella nostra testa, nella pretesa che nutriamo di voler spiegare tutto, di voler trovare a tutto una giustificazione 'razionale'.


Noi che di razionale abbiamo solo il nome, che agiamo quasi sempre sotto la spinta di desideri, passioni, fantasticherie e sentimenti che con la razionalità non hanno nulla da spartire, pretendiamo, però, che tutto il resto abbia una motivazione, che il mondo intero si squaderni davanti ai nostri occhi illuminato e chiaro in ogni suo aspetto, sia in rapporto allo spazio che al tempo.

E invece
gli esseri viventi sono fragili ed esposti senza troppe difese a mille incontrollabili influenze: destinati quindi a subire la forza degli eventi siano essi positivi o negativi.


Non potremmo, invece, pensare che la vita è meravigliosa e preziosa proprio perché è immensamente gracile ed esile?

Che va curata, apprezzata e 'gustata' proprio perché è appesa a un filo?

Non ci sembrano stupefacenti e incantevoli i cristalli e i diamanti che sono tra le cose più fragili che esistono?



Forse
la nostra visione è fortemente condizionata dalla religione: osservazione che vale anche per molte altre culture.

Il fatto di
aver posto nell'aldilà un'altra vita, stabile, immutabile ed eterna, ha inevitabilmente reso ancora più fragile e inconsistente quella che abbiamo.

Ha indotto gli esseri umani, inconsapevolmente o no, a essere più incuranti , più fatui e superficiali:
a non apprezzare adeguatamente e fino in fondo l'unica esistenza di cui sono assolutamente certi, l'unica che è, almeno parzialmente, nella loro disponibilità.

E così
sono inclini a buttarla via a cuor leggero, a darla in pasto non solo alle fatalità che sono ineliminabili ma anche all'alcool, alle guerre, alla velocità, alle droghe e alle mille altre dissennatezze che dipendono, non tanto dal caso, ma dalle volontà malate e dalle menti ottenebrate.

La vita, questa vita, è un gioiello fragile, sempre insidiato, sempre minacciato: ma fin che c'è è prezioso e impareggiabile, da conservare e da godere come fosse il solo e l'unico.


Su quella futura, nessuno può garantire niente.

In ogni caso si vedrà.




















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