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felicità

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(19/03/2008)

Pochi intellettuali riescono a parlare della felicità in termini credibili.

Pochissime persone ne hanno offerto una testimonianza convincente.

La felicità, più che un’astratta entità, è uno status, fatto di una costellazione indecifrabile di elementi.

Sono felici i credenti?

I mistici?

Coloro che posseggono beni mobili e immobili?

I potenti?

I sapienti?

La felicità come tale è inattingibile.

Quasi sicuramente non appartiene alle esperienze umane vivibili.

Possiamo, al più, raggiungere stati più o meno passeggeri di felicità.

Forse più che di felicità si dovrebbe parlare di benessere.

Ad essere sinceri molti ritengono che una felicità assoluta rasenti l’incoscienza.

La felicità dipende da un mix di caratteristiche oggettive e soggettive.

Le caratteristiche oggettive sono le pre condizioni di base senza le quali sembra impossibile parlare non dico di felicità ma neppure di appagamento.

*. La salute fisica.

*. La tranquillità psicologica (che tuttavia dipende anche dalle condizioni famigliari e sociali).

*. La possibilità economica di sopravvivere senza affanni. Senza avere tante cose ma non mancando, almeno, dell’indispensabile.

Date queste pre condizioni di base, il benessere dipende poi, in larga misura, dalle caratteristiche individuali.

+. L’attitudine a godere fino in fondo di ciò che si possiede senza nutrire un desiderio smodato e incontenibile per ciò che non si ha e che non si potrà mai conquistare.

+. La disposizione a gustare intensamente ciò che il mondo offre spontaneamente: le bellezze naturali, i tesori dell’arte, i ritrovati della scienza.

+. La capacità di stringere qualche legame di amicizia con i propri simili. L’inclinazione a dare e a ricevere affetto.


Da questo risulta chiaro che la grande ricchezza non è garanzia di felicità, come non lo è il solo potere assoluto.

Nemmeno la conoscenza in quanto tale equivale, di per sé, alla certezza della felicità.
Il cammino della conoscenza è talvolta irto di difficoltà, stretto, scosceso e perfino doloroso.
Non sempre la conoscenza è gioia, entusiasmo, pienezza e liberazione.
Maggiore conoscenza può voler dire maggiore consapevolezza, senso di sfiducia, maggiore pessimismo.
La completa dedizione alla conoscenza limita anche la possibilità di godere delle piccole ma importanti contingenze che la vita quotidiana offre spontaneamente.

Un discorso analogo si può fare per l’estasi mistica: la fuga dalla corporeità e dalla Terra, che è il mondo per cui noi siamo fatti, può trasformarsi in una esperienza talmente impegnativa e straziante da limitare di molto i benefici della conquistata beatitudine.


Non è detto che Platone o Diogene siano più felici di Bertoldo.

Né che Meister Eckhart o Teresa d’Avila siano più beati di Calandrino.


Una sola cosa è certa: che tutti gli esseri umani (forse dovrei dire tutti i viventi) tendono alla felicità, aspirano al benessere, bramano quanto meno fuggire dalle ristrettezze e dalla sofferenza.

Finché ci saranno milioni di persone (miliardi?) che subiscono la propria esistenza come un patimento, nessuno degli altri esseri umani che in qualche modo godono della vita può ritenersi tranquillo.

E’ una legge storica inesorabile che ha sempre governato i movimenti dei popoli e i loro rapporti.

Chi ha sofferto, quando può e se può allungherà le mani.

Quanto più a lungo un popolo sarà vissuto nell’indigenza e nella malattia tanto più dura e crudele sarà la sua azione nei confronti di chi, nello stesso tempo, avrà gioito e goduto.
Quando il vento della storia avrà cambiato direzione.

La storia non ha mai fatto sconti.

Non è il luogo della pietà, della compassione o dei piagnistei.

Non è nemmeno il luogo della meraviglia.

E’ il luogo di ciò che accade.

E basta.


















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