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Fini e la laicità

2007-2010 > 2009 > COSTUME


(21/02/2009)


FINI E LA LAICITA'


Da tanto tempo Gianfranco Fini è impegnato in una revisione critica del suo passato e nella messa a punto dei principi fondamentali sui quali si deve fondare la convivenza civile.

Naturalmente questo lavoro gli viene meglio adesso, che siede in una delle poltrone più alte del potere dello Stato: ora può far trasparire tutta la sua magnanimità; prima, quando stava all'opposizione, non riusciva sempre a tenere a freno il suo livore.

In ogni caso bisogna dargli atto della linearità e della serietà del suo percorso.

Cosa che i suoi gregari, Gasparri sopra tutti, non hanno ancora intrapreso.
Evidentemente il loro animo spreme solo livore (alquanto volgare, di solito): sia che siano all'opposizione o che facciano parte di una solida maggioranza.

Si dice che Fini stia studiando da Presidente della Repubblica: non lo si può negare.

In politica tutto è possibile e nessuno può mettere limiti alle ambizioni dei suoi attori.

Sta di fatto che il suo percorso è degno della massima attenzione e di tutto rispetto.

Alcune sue prese di posizione, su tutte quella relativa al caso Englaro, sono parse meditate e ispirate ad una profonda umanità.

In altre circostanze, tuttavia, mi sembra esageri: quando pretende, lui neofita, di impartire lezioni su tematiche che non sono mai state il suo forte.

Rispetto alle quali di strada ne deve fare ancora parecchia.

E' il caso della laicità, argomento che il Presidente della Camera ha affrontato in un lettera inviata a Repubblica e che il giornale ha pubblicato il 19 u.s.

In questo scritto Fini appare come folgorato sulla via di Damasco rispetto ad un concetto che ritiene assolutamente straordinario e la cui paternità fa risalire niente di meno che al duo: Craxi - Sarkozy.

Concetto che poi sarebbe stato ripreso e consacrato dal Presidente Napolitano in un suo indirizzo a papa Benedetto 16°.

L'idea è quella di
'laicità positiva'.

La definizione di Fini è la seguente:
'una laicità non certo aggressiva nei confronti della religione, aliena da degenerazioni laiciste ed anticlericali, aperta al riconoscimento del ruolo attivo e positivo della Chiesa nella società italiana'.

Guardando meglio la non lunghissima lettera, ci si accorge che Fini parla quasi esclusivamente della Chiesa cattolica e dei suoi meriti e dedica un ampio stralcio ad un discorso di papa Giovanni Paolo II°.

Riserva solo un cenno fugace alla Costituzione.

Ignora tanta parte della nostra tradizione politica, dal Risorgimento in avanti, che sulla laicità ha prodotto prese di posizione nette ed inequivocabili.

Non ricorda nemmeno, lui che in questo dovrebbe essere maestro, l'atteggiamento di Mussolini che, nonostante il Concordato, non è mai stato prono nei confronti delle ingerenze ecclesiastiche.

In un periodo in cui la società italiana è continuamente bersagliata dagli interventi ossessivi delle gerarchie vaticane che pretendono di elaborare in prima persona le leggi dello Stato italiano (che invitano a non rispettare le sentenze definitive della Magistratura; che si permettono di censurare pubblicamente gli atti del Presidente della Repubblica; …) il serafico Fini che fa?

Con il suo stile felpato ed ecumenico bacchetta i laici, li accusa di eccesso di aggressività, li bolla come anticlericali e, soprattutto, li esorta a prendere atto delle eccelse benemerenze acquisite dalla Chiesa cattolica in Italia.

Ecco, qui proprio non ci siamo.


Chi occupa una delle più alte cariche dello Stato, in questo momento storico, se fosse obiettivo, dovrebbe prendere carta e penna (o il computer) e scrivere ai più importanti giornali nazionali per rivendicare l'autonomia e l'indipendenza dello Stato in fatto di leggi e rispetto alla gestione della vita sociale degli italiani.

Respingendo al mittente le pressioni indebite e le grossolane ingerenze.

Nessuno nega che la Chiesa cattolica abbia svolto e svolga in Italia un ruolo di supplenza delle Istituzioni in tante situazioni di difficoltà e di disagio sociale: per questo la Chiesa ha ottenuto e ottiene dallo Stato aiuti e proventi in quantità pari se non superiore all'impegno profuso.

Così come nessuno ignora che la Chiesa cattolica non è costituita dalle sole gerarchie ma anche da una miriade di 'operatori' (preti, religiosi, suore, laici) costantemente impegnati in un duro lavoro a favore dei malati e delle persone che per un qualsiasi motivo si trovano in difficoltà.

Molto spesso questi 'soggetti' vengono a trovarsi in netto contrasto con le linee 'politiche' dettate dall'alto.

Tutto ciò lascia inalterato il tema di fondo che concerne l'ingerenza continua ed asfissiante delle gerarchie cattoliche nella vita politica e sociale degli italiani.
La pretesa di voler ad ogni costo determinare la formulazione di leggi e l'azione di governo secondo proprie linee 'politiche' ritenute espressione della volontà di Dio.

A questo proposito bisogna fare alcune puntualizzazioni.


*)
Nessuno sulla Terra può ritenersi interprete del volere di Dio.

Oltre tutto noi vediamo che di questa volontà, a seconda della diversità delle religioni, viene data una interpretazione molto contraddittoria.

Ciò che è volere di Dio per una religione è bestemmia per un'altra e viceversa.

Quindi bisogna dire e accettare che tutti i convincimenti che si confrontano, sono posizioni umane e hanno pari dignità, uguale diritto di cittadinanza.


*)
Nessuno pretende, né ha mai preteso, di mettere il bavaglio alle gerarchie ecclesiastiche.

I vescovi e il papa possono liberamente esprimere i loro convincimenti: come hanno sempre fatto e come fanno tutti i giorni.

Ciò che non è accettabile è il tentativo di intervenire pesantemente sul Parlamento, sul Governo e, addirittura, anche sulla Presidenza della Repubblica per far sì che si legiferi in un certo modo.

Oppure, come è avvenuto ultimamente, non è tollerabile che queste stesse gerarchie invitino i cittadini a disattendere delle sentenze definitive della Magistratura.

Quest'ultimo mi sembra addirittura un atteggiamento eversivo.


*)
Ci si deve convincere che uno Stato è composto da tante persone diverse e che la legislazione, di conseguenza, deve rispettare questa diversità.

Le leggi devono regolare la vita sociale delle persone, valorizzandone la dignità e la libertà.

Non ci possono essere delle leggi che impongono a tutti i cittadini degli orientamenti che, in realtà, sono propri solo di una determinata religione.

I cittadini devono poter vivere in pace, rispettando se stessi e gli altri: dopo di che, e all'interno di questa cornice, ognuno è libero di professore il credo che ritiene più consono alle sue inclinazioni.


*)
Le gerarchie cattoliche dovrebbero sapere per esperienza che gli italiani, quando si tratta di decidere su questioni che vanno ad intaccare da vicino la loro esistenza, sanno ragionare e decidere in base alle proprie profonde esigenze, anche in contrasto con le indicazioni dei vescovi.

Mi riferisco ai referendum sull'aborto e sul divorzio, persi dalla Chiesa.

A volte i vescovi dimenticano che devono esercitare il loro magistero sui credenti e non pretendere di imporre i propri orientamenti anche a chi credente non è.

I cattolici, se vogliono, possono non abortire, possono non divorziare obbedendo così alle indicazioni ecclesiastiche.

La legge non impone a nessuno di abortire o di divorziare.

I cattolici vogliono essere alimentati forzatamente e all'infinito anche quando sono venute meno tutte le ragioni che giustificano una tale pratica?

Benissimo!

Nessuno toglierà loro i sondini.

Ma non possono pretendere di imporli a tutti.


Il fatto è che i vescovi sanno benissimo che buona parte del loro 'gregge' non è affatto disposta a seguire le loro indicazioni: come è avvenuto per l'aborto e per il divorzio e come certamente avviene per questa questione dei sondini e dell'alimentazione forzata.

E quindi vogliono che sia lo Stato a riportare all'obbedienza le loro 'pecore'.

Ma questo atteggiamento, come capirebbe anche un bambino, non è assolutamente condivisibile; non è una buona ragione per imporre anche a chi non è 'pecora' né 'gregge' di seguire i pastori che non si è scelto e che non riconosce.


Per concludere.

Mi permetto di suggerire a Gianfranco Fini di guardare alla questione con un po' più di imparzialità.

Di non vedere solo le pagliuzze che si agitano negli occhi dei laici italiani, trascurando le vere e proprie travi che accecano la vista delle alte gerarchie vaticane.

E lo invito, visto che come dicono aspira alla Presidenza della Repubblica, a guardare più alla Costituzione che al Diritto canonico; a non dimenticare che lo Stato è al disopra di tutte le altre organizzazioni che si muovono al suo interno.
Le quali poi, nel rispetto delle leggi comuni, sono libere di dare ai loro adepti tutte le indicazioni che vogliono.

In questa veste di aspirante credo che il Presidente della Camera debba guardare più ad Oscar Luigi Scalfaro che a Mahmoud Ahmadinejad.














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