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flessibilità - precarietà

2007-2010 > 2008 > FLUTTUAZIONI


(17/06/2008)


tra il dire e il fare ...


Spesso si dicono delle cose, in realtà se ne intendono delle altre.

Oppure, che è quasi lo stesso, si decide una cosa e dall'attuazione scaturisce una realtà totalmente diversa.

Ad esempio: si è stabilito che un euro doveva essere uguale a 1936,27 lire ( quasi 2000) e invece è risultato che un euro è uguale a 1000 lire (adesso siamo scesi anche più sotto).


Ci sono poi parole che descrivono molto bene una certa realtà: eppure tutti evitano accuratamente di pronunciarle.

Una volta era la parola morte che veniva camuffata e nascosta fino al ridicolo.

Adesso la morte è talmente quotidiana e ovvia che nessuno si sogna più di esorcizzarla evitando la parola.

Ci sono, tuttavia, due parole che i politici e tutti i giornali, soprattutto quelli televisivi, evitano accuratamente di pronunciare.

E sono recessione e stagflazione.


Due termini che descrivono perfettamente la realtà dei nostri giorni.

Una realtà che spaventa e terrorizza e che quindi non si nomina.

Quasi fossero le parole ad evocarla.

Quasi le parole potessero scongiurarla.


Ma non è su questo che mi voglio soffermare.

Vorrei proporre una riflessione sull'ormai logoro dualismo
flessibilità - precarietà.

Si è detto flessibilità e si è tradotto precarietà.

Sono due concetti completamente distinti che, di per sè, non hanno nulla a che vedere l'uno con l'altro.

Tanto è vero che si potrebbe collegare la flessibilità con la stabilità (o posto fisso che dir si voglia): senza alcuna contraddizione né pratica né logica.

Eppure si è approfittato del discorso sulla flessibilità per far passare (e far accettare) la precarietà.

Mi spiace dirlo ma in questo 'tradimento' è coinvolto anche il centro sinistra.

Nemmeno i sindacati sono, a questo proposito, esenti da responsabilità.

FLESSIBILITA'

Ha sia aspetti positivi che negativi.

+ E' certamente un atteggiamento che favorisce l'adattamento a situazioni diverse.

Impone ai soggetti interessati l'acquisizione di più abilità così da renderli idonei ad un maggior numero di impieghi, contemporaneamente e alternativamente.

+ L'eccesso di flessibilità porta, necessariamente, ad una carenza di specializzazione.

Fino a non molti anni fa era richiesta ai giovani la specializzazione mentre la tanto osannata flessibilità era chiamata genericità.

Se eri un generico dovevi accontentarti delle professioni più umili e peggio remunerate.

La parola d'ordine era: specializzazione!

Come cambiano in fretta i tempi, ai nostri tempi.


PRECARIETA'

Quando non è voluta, ed è il nostro caso, ha solo aspetti negativi.

Quando sei precario, sei assunto solo per un certo tempo piuttosto breve, per qualche mese e non hai alcuna garanzia per il dopo: di poter cioè continuare in quella professione o di riuscire a trovarne un'altra.

Questo sistema ha delle conseguenze disastrose sulla vita degli interessati, sia sul piano pratico che su quello psicologico.

+ Quanto al primo significa non poter impegnarsi per esempio nell'acquisto di una abitazione; dover rinviare il matrimonio alle calende greche; non pensare nemmeno di poter mettere al mondo un figlio.

Altro che bamboccioni!

+ A livello psicologico precarietà significa insicurezza, mancanza di identità e frustrazione.

La stabilità interna di un individuo non è data solo dalle sue qualità interiori.

Anche da quelle.


Gli esseri umani sono individui che vivono in modo profondo la dimensione sociale: per cui il loro equilibrio è garantito anche dalle condizioni ambientali nelle quali sono inseriti.

Essere precario vuol dire avere un reddito insufficiente ed incerto; vuol dire godere di una scarsa considerazione sociale; vuol dire non avere all'interno della società né uno status né un ruolo riconoscibili e apprezzati.

Il che contribuisce potentemente a destabilizzare la personalità.

Provoca sofferenza e rifiuto.


Può essere anche all'origine di reazioni violente e devianti.

Contro se stessi e gli altri.

La precarietà è un terreno scivoloso che sfianca e consuma l'individuo, giorno dopo giorno.

E' una graticola che brucia le energie e consegna la persona indifesa alle sfide della vita.

E' un incubo che mentre lascia le mani libere, sovrasta dall'alto i malcapitati e li opprime fin quasi a schiacciarli.


Vorrei chiedere a qualcuno della sinistra (D'Alema) o a qualche sindacalista (Cofferati): perché avete accettato questo qui pro quo'?

Non è possibile che non abbiate capito l'inganno: sareste degli imbecilli.

Allora l'avete accettato a ragion veduta: siete in qualche modo conniventi.

Forse non vi rendevate del tutto conto di che cosa volesse dire precarietà e quindi, in buona fede, avete accettato 'il giano' flessibilità-precarietà se non come moneta pregiata almeno come moneta corrente.

Ma di lì a poco la cosa è diventata chiara: dalla gran massa del popolo che vi votava si è levata subito una violenta ripulsa.

Perché non avete mosso un dito?

Perché avete continuato con i sì, ma, però ...?

Perché vi siete adoperati solo perché i figli del popolo ingoiassero quella pillola avvelenata?


C'erano molte persone disposte a rinunciare alla specializzazione allo scopo di acquisire un maggior grado di flessibilità: sarebbero state pronte, ad esempio, a passare rapidamente e spesso da una attività all'altra.

C'è chi non desidera restare per tutta la vita nella professione cominciata nella prima giovinezza.

Ma questo avrebbe richiesto un mercato del lavoro ricco di offerte e di opportunità.

Basato sulla flessibilità ma anche sulla stabilità.

Non certo un mercato del lavoro come il nostro, asfittico e contorto, capace solo di spremere la gente come un limone per poi buttarla nel secchio dell'umido.

Ecco.

La nostra flessibilità non richiede persone ma limoni usa e getta.



Una sola domanda e ho finito.

Voi, soloni, che avete inventato la flessibilità - precarietà e che, comunque, l'avete accettata magari obtorto collo ma senza batter ciglio, ditemi: lo vorreste voi questo bel connubio per i vostri figli?

O magari per voi.

E per i vostri nipoti?

Si può fare, certo!

Basta che riguardi gli altri.






















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