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fragilità

2012


21/05/2012

fragilità




I recenti episodi di cronaca nera inducono ad una riflessione sulla 'nostra' tenuta psicologica, sulla 'nostra' capacità di affrontare le emergenze e, più in generale, i problemi e le difficoltà che la vita ci lancia tra i piedi.

Quando dico 'nostra' ho in mente quella
del popolo italiano.

Non mi riferisco tanto alle catastrofi indotte dalla Natura come terremoti, incendi, alluvioni … rispetto alle quali abbiamo sempre dimostrato una certa attitudine reattiva.

Né intendo considerare le stragi provocate dalle organizzazioni malavitose o gli atti terroristici messi in atto da gruppi di varia collocazione.

Penso invece e soprattutto alla
crisi economica nella quale siamo dentro ormai da anni e che in questo periodo sta incidendo in maniera più negativa sulle nostre vite.

E naturalmente mi scorrono davanti agli occhi le decine di
suicidi che negli ultimi tempi hanno gettato nello sconforto molte famiglie e arricchito le pagine di cronaca nera dei nostri quotidiani.

A questa crisi non vengono associati solo i suicidi ma anche una serie di altri episodi ugualmente tragici, analogamente significativi.

Per tutti, ricordo solo
due episodi che mi sono 'proposti' dalla cronaca delle ultime ore.

A Brescia un uomo lancia dal balcone del sesto piano i suoi due bambini (4 anni e 14 mesi), tenta di buttar giù anche la moglie e non riuscendovi si getta a sua volta: tutti morti.

Motivo?

Da quasi un anno era disoccupato: non la moglie, che è infermiera.


A Saronno, in provincia di Varese, un padre anziano non accetta dentro la sua casa il figlio quarantenne restato disoccupato: qualche anno prima il figlio se n'era andato di casa sbattendo la porta, forte di un buon lavoro appena ottenuto.

Nel frattempo la moglie del padre (la madre del figlio, forse, ma non si capisce) muore e il padre è costretto a vivere da solo, da vedovo.

Intanto la crisi avanza, il figlio perde il lavoro e la capacità di pagarsi l'abitazione: da qui la decisione di ritornare alla casa paterna.

A questo punto scatta il rifiuto del padre.

Deciderà il giudice di pace.


Entrambi gli episodi,
Brescia e Saronno, non si verificano nel profondo Sud, povero e scombiccherato, ma nel profondo Nord ritenuto fino a poco tempo fa ricco e autosufficiente.

E infatti la
Lega Nord è nata proprio per incarnare questa situazione di benessere e la volontà di gestirselo in proprio.

Per farla breve: la crisi economica scatena suicidi e omicidi e, nello stesso tempo, mette a nudo la precarietà e lo squallore di tanti rapporti famigliari.

E' tutto 'colpa' della crisi economica?

Solo in parte, a mio avviso.


Diciamo che la crisi è un
detonatore, un elemento scatenante.

Che mette allo scoperto e fa esplodere ciò che già covava sotto la cenere da tempo.


In particolare vorrei sottolineare
tre aspetti.


*)
La struttura comunitaria.

Nonostante il gran parlare e l'enfasi riservata a qualche situazione del tutto caratteristica, credo che l'apporto della struttura comunitaria alla vita dei singoli, intesi come gruppi famigliari e non, sia molto debole, a volte addirittura inesistente.

Forse nei piccoli paesi è un po' diverso, ma nelle città è spesso così.

Nessuno guarda i problemi e le difficoltà dell'altro e chi si trova in mezzo ai guai deve quasi sempre sfangarsela da solo.


Chi ha dei figli drogati, degli anziani non autosufficienti, chi si trova disoccupato o non ha una casa: deve rimboccarsi le maniche e cercare di trovare una soluzione per proprio conto.

Che spesso non è a portata di mano, sembra difficile da conseguire, quasi impossibile da realizzare con le sole proprie forze.

A volte entrano in campo le parrocchie, è vero, ma non sempre e quasi mai a favore di chi non frequenta.

A volte possono dare una mano i partiti, i sindacati o qualche altra associazione di volontariato o non.

Ma non sempre e non per tutti.

Spesso la 'comunità' è del tutto assente e gli individui (famiglie o singoli) hanno l'impressione di trovarsi davanti a delle muraglie invalicabili, a delle difficoltà insormontabili che non lasciano scampo.


*)
L'ideologia religiosa.


Mi hanno sempre impressionato e sconvolto i suicidi dei monaci buddisti.

Per affermare la libertà o per dare visibilità alle loro proteste arrivano a darsi fuoco e a morire in un modo atroce.

I media hanno sempre attribuito quelle scelte estreme alla particolare
ideologia religiosa dei tibetani: io non la conosco molto bene ma, in un certo modo, accettavo la spiegazione offerta, che oltretutto era piuttosto consolante.

'Succede là, a causa di quella religione: qui da noi è diverso'.


E invece …: negli ultimi tempi stiamo contando anche noi i nostri suicidi quotidiani, ad un ritmo davvero impressionante.

Qua
il buddismo non c'entra visto che l'ideologia religiosa dominante nella nostra penisola è il cattolicesimo e dato che, comunque, tutta la nostra cultura è impregnata anche di valori cristiani.

Come laico colloco questa vita terrena che ci è stata data, una vita che deve essere dignitosa e 'umana', al vertice di tutti i valori.

E' questa vita l'unica di cui noi abbiamo certezza, l'unica di cui possiamo disporre: è questa che dobbiamo vivere nella maniera migliore, perché nella sua relatività esprime un valore assoluto che niente e nessuno può in qualche modo limitare o ridimensionare.

Per la religione cattolica (e cristiana in genere) ci sono entità sovrannaturali più importanti della vita dell'uomo: non solo, ma la vita terrena non è tutta la vita di una persona, che continua invece nell'al di là, in una dimensione che certamente supera quella corporale e contingente.

Non voglio certo dire che la chiesa invita la gente a buttar via la propria vita terrena per conquistare quella eterna: non l'ha mai fatto e comunque se qualcosa del genere è stato adombrato riguarda il primissimo periodo, quello dei martiri.

Voglio semplicemente osservare che quando si afferma che arbitro dell'esistenza è qualcun altro e che questa non è l'unica esistenza ma che 'dopo' ce n'è un'altra di eterna e di gloriosa, inevitabilmente si finisce per sgretolare il fondamento su cui si pianta la vita terrena, rendendola più vacillante e complessivamente meno compatta e sicura.



*)
La personalità individuale.

In tutti gli episodi che la cronaca ci sottopone emerge una insicurezza di fondo degli individui, una incapacità intima di vivere di ragioni personali forti, una complessiva fragilità che espone, inevitabilmente, a cadere in balia degli eventi e delle contingenze.

E' vero: trovarsi disoccupati magari a 50 anni non è piacevole, anzi, è particolarmente stressante e deprimente.


Il lavoro non è semplicemente un certo ammontare di danaro che, alla fine del mese, si mette da parte per sé e per la propria famiglia.

E' anche questo ed è sicuramente importante.

E tuttavia, nello stesso tempo,
è anche il metro con cui i figli, i partner e la società tutta misurano la nostra 'statura', il peso e il grado sociale della nostra persona.

Un metro che con gli anni viene introiettato e diventa anche il parametro interno su cui noi stessi valutiamo ciò che siamo, quanto 'valiamo'.

In ogni caso, a mio avviso,
dovrebbe essere uno dei parametri, non il solo.

Ci sono tante altre circostanze della vita rispetto alle quali esprimiamo la nostra personalità: la capacità di parlare, di pensare qualcosa di interessante, di metterci in relazione positiva con gli amici, di godere delle bellezze della Natura e dell'Arte, di gustare i prodotti della terra e del lavoro dei nostri simili …

Ognuno di questi aspetti dovrebbe costituire per noi una scala di autovalutazione, di autostima anche: per cui, venendo meno uno dei 'metri', potremmo disporre di tutta una serie di altri appigli importanti, capaci di rendere la nostra vita comunque interessante e degna di essere vissuta.

Probabilmente la società del benessere e la trash-television hanno fatto terra bruciata di tutto: hanno messo al centro di tutto (anche dei nostri cuori e delle nostre teste) soltanto il successo e il denaro.


Venendo meno questi due elementi restiamo spiazzati e sospesi per aria, non solo fragili, ma addirittura leggeri come una piuma, alla mercé non soltanto delle tempeste ma anche dei refoli più insignificanti.

E mentre ci arrabattiamo e urliamo tutto il nostro livore contro i burattinai della finanza mondiale,
non sarebbe male se tentassimo di recuperare un po' più di spessore, personale e di comunità: non ci riempirebbe le tasche di soldi, non subito almeno, ma ci renderebbe più forti nell'affrontare le contingenze negative.

Più ostinati nel resistere alle calamità.

E forse anche capaci di ripartire.


Nonostante tutte le avversità.
























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