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GIUGNO-LUGLIO

2007-2010 > 2010 > GIORNO PER GIORNO


27 luglio 2010 (si ricomincia!)

Sardegna, mare e ... infinito



SARDEGNA

La Sardegna ha una storia simile a quella del resto dell'Italia: con molti più reperti archeologici, che non si limitano ai soli nuraghi ma comprendono anche dolmen, menhir e ziggurat.

E' una storia fatta di invasioni e di occupazioni, inframmezzate da una lunga fase di indipendenza: i giudicati.


Del periodo storico della Sardegna rimangono, prevalentemente, costruzioni umili, chiese spoglie, realizzazioni di un potere, spesso gestito da donne, che non vedeva nello spreco un ideale da perseguire.

A differenza dell'
Italia continentale dove troneggiano palazzi e cattedrali imponenti e svettanti, nell'isola si possono infatti ammirare soprattutto chiese romaniche, splendide per la loro semplicità e schiettezza, situate per lo più in paesini isolati o, addirittura, in aperta campagna.

E anche la
cattedrale romanica più vasta della Sardegna, costruita all'interno di una importante cittadina, è pur sempre un severo edificio duecentesco che non si caratterizza per gli ori o gli stucchi ma per una particolarità misteriosa, non ancora del tutto chiarita: le absidi contrapposte (nel senso che non ha la facciata da una parte e l'abside dall'altra, ma presenta l'abside da entrambi i lati).

Parlo della
basilica di S. Gavino a Porto Torres, costruita sì dentro l'abitato ma in posizione defilata, non sul mare ma su una collina discosta, nel tentativo di strapparsi ai traffici del porto per immergersi nella solitudine dell'interno.

La Sardegna è mare, cristallino e incontaminato, di tutti i colori del bello e del pulito: azzurro cielo, blu cobalto, verde smeraldo, trasparenza e iridescenza del diamante …

Perché cercare i Caraibi quando a un'ora di aereo c'è ciò che di più limpido si possa desiderare?

La Sardegna è anche interno, corposa terraferma: è collina, montagna sassosa, campi coltivati a vite, a ulivo e a grano.

Ciò che colpisce l'occhio è l'aspetto verdeggiante dell'insieme.


Anche quando il terreno è secco e brullo, arido o roccioso,
a imporsi è sempre il verde: quello delle viti e degli ulivi, delle sugherete e della macchia mediterranea, dei cespugli di mirto e di quelli del corbezzolo.

L'interno della Sardegna è poco densamente abitato: tolti i paesi per il resto l'isola, per chilometri e chilometri, non presenta case né invadente predominio dell'uomo.

La presenza dei pastori e degli agricoltori è discreta, dispersa, quasi invisibile.


La Sardegna è la terra della meditazione e della filosofia, dei valori primordiali e profondi, della genuinità e dell'autenticità.

E' la terra della Natura che, a differenza di ciò che passa nel piccolo schermo, si mostra per quello che è: una Natura che dà più di quanto chieda, che opera in silenzio e in profondità, lontano dai clangori, oltre la superficie.

Sono condizioni ambientali che possono indurre
un vago senso di angoscia e di spaesamento, soprattutto in noi che siamo sottoposti da decenni al bombardamento mediatico del chiasso e della volgarità.

E' una terra che potrebbe ristorarci, invece, e rinnovare le nostre energie: se solo sapessimo scoprire la chiave, se potessimo entrare in sintonia.



MARE

Dopo molti anni sono tornato al mare: ci sono stato da giovane con gli amici e da padre di famiglia con i bambini.

Poi ho scelto di passare le vacanze in giro per l'Europa, al centro nord, prevalentemente.

Quest'anno ho accettato l'invito di 'un vecchio compagno d'arme' e sono stato per due settimane in Sardegna, a
Stintino, nell'estrema punta di nord-ovest dell'isola.

Acqua trasparente, brezze pressoché costanti ad attenuare la calura e a impedire l'afa.


Sole impetuoso e imperioso, saettante e prorompente, dall'alba al tramonto, a tratti piacevole e corroborante, a volte implacabile e feroce, quasi deciso a spegnere ogni forma di vita.

La spiaggia delle Saline è fatta di
sassolini, per lo più bianchi, tondi o piatti, tutti smussati e levigati dall'incessante azione dell'acqua.

Quando sono bagnati luccicano e brillano al sole come frammenti di brillanti, sparsi generosamente nella notte da mani misteriose.

E poi il mare protagonista assoluto, con il suo moto perpetuo di flussi e riflussi, solerte e instancabile come solo le forze della natura sanno essere, sempre uguale a se stesso e sempre così diverso.

Ogni onda è diversa dall'altra, è se stessa e, contemporaneamente, tutte le altre, ogni onda è un'ennesima parte del tutto e nel suo piccolo riassume il tutto che sembra eterno ma che vive dell'effimero dei suoi componenti.

Eraclito ha proposto il fuoco come immagine dell'Essere che sempre diviene, che sempre muta senza perdere le sue caratteristiche essenziali.

Forse, in questa sua scelta, è stato condizionato dai Pitagorici.


Se avesse avuto la pazienza, lui così effervescente e bizzoso, di contemplare quel mare che pure bagnava la sua
Efeso, avrebbe forse trovato una metafora più calzante e appropriata.

Il mare è sempre, nello stesso tempo, se stesso e qualcos'altro, è un se stesso fatto di qualcos'altro, un qualcos'altro che pur essendo perennemente cangiante non si esaurisce mai.

A parte la filosofia, il mare ispira una miriade di sensazioni, di emozioni e di sentimenti: tutti forti, originari, primordiali, tutti positivi.

Parlo naturalmente del mare placido e appena increspato di questo luglio assolato e stordente.

Ché il mare sa essere anche minaccioso e terribile, possente e disastroso, impetuoso e incontenibile: ma quella è un'altra storia.

Guardare il mare tranquillo dà pace e serenità; ascoltare il mare vuol dire abbandonarsi all'ipnosi e ai sogni.

Il mare è un elemento fisico che rinvia a ciò che fisico non è, è materia che evoca lo spirito, è finito che rifluisce nell'infinito.


Hegel dice che l'infinito è veramente tale se assorbe e annulla il finito.

Per
Leopardi l'infinito nasce dal finito: è la siepe che spalanca le porte di quel mare senza confini in cui è dolce naufragare.

Il mare è un finito che sembra prescindere da ogni elemento di finitezza, sembra non conoscere la nozione di limite.

Forse più che di infinito, a proposito del mare, si potrebbe parlare di indefinito, dell'
ignoto così come lo concepiva Roberto Ardigò.

Contemplare, ascoltare, lasciarsi trascinare e rifluire, immergersi e perdersi e andare anche là dove le braccia non ti possono portare, lontano dalle coste e da qualsiasi terraferma, solo per il gusto di dissolverti nella materia più inafferrabile che esista, per il piacere di sperimentare la simbiosi originaria, per la pretesa (folle?) di scoprire il mistero di una materia, la nostra, fatta in gran parte d'acqua eppure così refrattaria all'acqua.
… … …



NOTA

Per quanto mi riguarda, amo soprattutto il mare della stagione invernale.











GIUGNO - LUGLIO



PAUSA



Ogni anno arriva il momento di staccare.

L'estate porta con sé, inevitabilmente, la voglia di
fare un break, di voltare la testa o almeno di guardare da un'altra parte.

Senza pensare al fatto che, talvolta, la bella stagione ci costringe ad occuparci di problemi di salute.

Non so perché questo accada, ma so che succede.

A parte tutto, ci sono periodi in cui non si vorrebbe smettere mai, ci sono situazioni che non si vorrebbe abbandonare per nessun motivo: perché sono entusiasmanti, o almeno interessanti, comunque degne di una qualche attenzione.

E ci sono momenti in cui si vorrebbe scappare, ci si vorrebbe tappare occhi e orecchie (anche il naso, perfino) per non vedere, non sentire assolutamente niente: e ci si vorrebbe svegliare un po' dopo in un contesto totalmente diverso, degno almeno di essere semplicemente vissuto.

Ebbene sì: quello attuale mi sembra proprio uno di quei momenti.

Non ne va bene una né sul piano politico né su quello sociale.

Per non parlare dello sport: pure quello …

Perfino la Chiesa che, secondo il sentire comune, dovrebbe essere l'Istituzione che tiene accesa almeno una fiamma di dignità e di speranza, sembra aver smarrito completamente la propria identità.

Sembra non saper più dove andare né cosa fare: tanto che
pare non aver più a disposizione non dico una fiammella ma neppure un fiammifero.

E' chiaro che, in queste contingenze, è più facile staccare la spina in attesa di qualcosa di meglio.

Che forse non verrà ma che, adesso, non è proibito sperare.

PAUSA, dunque!

E … arrivederci al prossimo AGOSTO.






18 giugno 2010

José Saramago




E' morto José Saramago, nato in Portogallo, nell'Alentejo, nel 1922.


E' morto alle isole Canarie, in terra spagnola.

Saramago aveva abbandonato da qualche tempo il Portogallo, a causa dei contrasti insorti con la gerarchia cattolica del suo Paese.

Si definiva ateo, non credente: può sembrare strano, ma professare la propria impossibilità a credere in una divinità (meglio ancora in una religione, per non dire in una chiesa) comporta ancora oggi se non proprio persecuzioni, certamente attacchi e critiche anche feroci.

In ogni caso non credo che lo scrittore si sia mai sentito un esiliato, visto che
si batteva per l'unità non solo culturale ma anche politica e amministrativa di tutta la penisola Iberica.

Non leggo molto, degli scrittori contemporanei, meno ancora dei viventi: è un limite, lo so, ma la letteratura dei secoli precedenti è talmente ricca di persone geniali (prosatori e poeti) da lasciarmi poco tempo e pochissimo spazio mentale per gli altri.

Che, in tutta onestà, non mi sembrano in grado di reggere il confronto.

Per Saramago, non so perché né ricordo come sia successo, ho fatto un'eccezione.


Ho letto racconti, reportage, articoli e anche qualche romanzo.


Ne ricordo in particolare due:
'L'anno della morte di Ricardo Reis' e 'Viaggio in Portogallo'.

Come ho già detto altre volte,
ho sempre amato il Portogallo, già prima di conoscere Saramago che, naturalmente, ha accresciuto questa mia passione.

Non è quella una terra facile, al contrario è aspra, rocciosa, arida e in parte desertica.

E' un corridoio che scende dalle montagne spagnole e precipita dentro l'Oceano.

E' stata questa sua durezza a spingere i portoghesi per mare, a trasformarli in grandi navigatori e conquistatori.

A fare di un popolo povero, una gente fiera e determinata.


Ecco: chi volesse recarsi a
Lisbona legga senz'altro 'L'anno della morte di Ricardo Reis': vi troverà una descrizione ampia e approfondita non solo dei luoghi fisici ma soprattutto della gente e del popolo.

Tra le pagine di Saramago coglierà l'anima della grande metropoli, scruterà le sue bellezze nascoste, aspirerà i suoi odori e i profumi, sentirà dentro le ossa l'umidità delle sue piogge, del Tago e dell'oceano.

Potrà afferrare la sua vita.


Se poi qualcuno volesse andare
a zonzo per il Portogallo, per conoscere quel Paese così vicino ma anche così misterioso, legga prima 'Viaggio in Portogallo'.

Sarà condotto per mano dentro i musei e le chiese, per città e paesi, su per i monti e giù per le valli: a scoprire il patrimonio culturale e le popolazioni, a catturare lo spirito profondo di un popolo che, coniugando l'asprezza della sua terra con l'immensità dell'oceano, è riuscito non solo a non soccombere ma a essere addirittura grande.

Può leggere 'Viaggio in Portogallo' anche chi da quelle parti non c'è mai stato e chi non ha intenzione di andarci, almeno a breve: gli sembrerà di viaggiare dal vivo e di visitare posti e genti che meritano di essere conosciuti.


Saramago era un personaggio scomodo: limpido, integro e nello stesso tempo schietto e duro come la sua terra.

Ecco perché
non è mai stato amato dai potenti ed è stato oscurato e quasi occultato dai grandi media.

Si è sempre battuto per la libertà e per la democrazia, contro ogni forma di dittatura e di prevaricazione.

Ha preso le difese, per esempio, delle popolazioni palestinesi sottoposte a brutali attacchi da parte degli israeliani: per questo è stato preso di mira e bersagliato dalle ricche lobby ebraiche americane.

Ha rivendicato il diritto di essere un non credente ed è stato duramente attaccato dall'influente gerarchia ecclesiastica del suo Paese.

Ha anche preso posizione contro Berlusconi, il tirannuccio di casa nostra, di cui ha colto la profonda ignoranza, la spregiudicatezza e la propensione alla prevaricazione.

Lo ha fatto in nome del suo amore per l'Italia, come ha spiegato in suo articolo per L'Espresso.


'Anche se in verità, voglio dirlo subito, il più offeso sono io. Sì, proprio io. Offeso nel mio amore per l'Italia, per la cultura italiana, per la storia italiana, offeso, anche, nella mia pertinace speranza che l'incubo abbia fine e che l'Italia possa recuperare l'esaltante spirito verdiano che è stato, un tempo, la sua migliore definizione.'



Onore a te, aspro José, vanto di una terra tenace e ricca di spirito: mancherai anche a noi che ti ricorderemo non solo per le tue doti di scrittore ma anche per la tua passione, per la lucidità e per la tua schiettezza.




8 giugno 2010


Calderoli e i calciatori



Il ministro semplificato
Calderoli ci ha ultimamente gratificato delle seguenti sublimi esternazioni.

*) In caso di vittoria ai calciatori italiani impegnati nel mondiale, andranno corrisposti dei premi modesti. Visto che c'è la crisi.

*) Ci sono dei presidenti petrolieri che spendono i loro lauti guadagni nell'acquisto di calciatori e allenatori.

*) L'Inter è un controsenso perché è una squadra italiana con pochissimi giocatori italiani.


Si può obiettare qualcosa a tanto acume? Ci provo.


+. Quanto al primo punto ha già risposto Giancarlo Abete, presidente della FIGC: i premi ai giocatori non sono attinti dalle risorse pubbliche ma provengono dalla FIFA.

Io penso che, a questo proposito, Calderoli abbia voluto
'gufare' contro la nazionale italiana, che già stenta di suo e non ha certo bisogno che qualcun altro la butti giù.

+. Quanto ai presidenti petrolieri vorrei ricordare che non c'è solo Moratti (presidente dell'Inter) ma anche i Sensi (padroni della Roma) e la famiglia Mantovani (padrona della Sampdoria).
E che dire del capo di Calderoli,
Silvio Berlusconi, che non raffina petrolio ma è diventato l'uomo più ricco d'Italia grazie alla rendita parassitaria della pubblicità?
Non produce niente, non offre alcun servizio: si è semplicemente interposto tra i produttori e i consumatori e lucra sul lavoro dei primi e sulle necessità dei secondi.
E non mi risulta che abbia speso il suo patrimonio per la nazione. Esattamente come i petrolieri.
Non visto, però, da Calderoli.

+. L'Inter quasi non ha giocatori italiani.

Inter è il diminutivo di
Internazionale: la squadra è nata per far giocare tutti, indipendentemente dalla nazionalità.
In secondo lugo ci sono delle norme che regolano la formazione delle squadre: non mi risulta che l'Inter non le rispetti.
Così come le rispettano tutte le altre squadre.

Per finire: non è strano che sia il leghista Calderoli a ergersi a difensore dell'italianità di una squadra?

Più che strano è pretestuoso.

E squallido.



Vorrei aggiungere.

<) Che il mondo del calcio sia marcio è un dato di fatto: ma lo è a livello mondiale.
L'Italia ha il solo torto di far parte del sistema.

<) Nel pianeta calcio (ma anche nel motociclismo, nell'automobilismo, nel tennis ...) girano milioni di euro che sono un insulto a chi si trova in difficoltà, a chi è senza lavoro, ha fame o soffre per le malattie.

<) I petrolieri, i pubblicitari, i capitani della finanza (e tutti gli altri capitalisti) gestiscono, a proprio piacimento, quantità enormi di ricchezza che andrebbero diversamente distribuite.
Sono più che d'accordo: il discorso è, tuttavia, generale e riguarda il nostro sistema ultra liberista.

Prendere di mira i soli petrolieri non ha senso: è solo una mistificazione a uso e consumo del proprio elettorato.


Visto che Calderoli non è certo interessato alle sorti della nazionale italiana, visto che sicuramente non gli importa minimamente che l'Inter sia o meno italiana e considerato che, nella sua reprimenda, non nomina nemmeno il suo padrone che è uno dei principali beneficiari del sistema in cui viviamo, qual è il senso delle sue sparate?

E' molto chiaro.


Nell'attuale situazione di crisi la popolazione cominciava a prendere di mira i politici e tutto il mondo ad essi collegato: cominciava a chiedere tagli di Istituzioni, riduzioni drastiche del personale, consistente diminuzione di retribuzioni, privilegi e appannaggi vari.

Il partito sella Lega, che inizialmente era in prima fila contro l'ingordigia insaziabile della politica, si trova adesso ben piantato dentro il potere: è diventato uno dei principali fruitori del sistema che, quindi, non ha più alcun interesse a modificare.

Come distogliere la gente dall'idea che ventimila euro al mese per un Calderoli sono una enormità e diecimila per un 'Trota' Bossi sono una vera e propria bestemmia, un'ingiustizia mortale?


Ecco allora i calciatori, ecco i presidenti paperoni, petrolieri però, non pubblicitari: per non impensierire il padrone.

Ecco, cioé, un obiettivo di comodo, del tutto irragiungibile e spropositato, demagogico e fuorviante: buono per dirottare i gonzi e conservare intatte le proprie entrate.

Cari Calderoli (ministro alla semplificazione) e Bossi (ministro alle riforme): voi avete in mano gli strumenti per procedere ad una radicale sforbiciata di tutti i privilegi e delle maxi retribuzioni.

Potete in poco tempo far risparmiare allo Stato milioni di euro e mettere la finanza pubblica su basi più sicure.

Lasciate stare i massimi sistemi, il calcio o il capitalismo mondiale: tagliate sulla politica, sulla burocrazia, sulla Rai, sui manager.

Potete farlo subito e in modo radicale.


Vi appoggerò anch'io e poi vi seguirò anche nella crociata contro gli altri mostri.

Ma se non sapete (non volete) fare ciò che è in vostro potere, lasciate perdere.

Statevene zitti, almeno, e attenti alle forbici.

Potreste addirittura far del male a voi stessi.


























il sito di Saltas (saltas@tiscali.it) | saltas@tiscali.it

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