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Heimat2 o degli anni '60

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11/12/2009



Heimat 2: gli anni '60



Ho finito di vedere Heimat2, la serie più lunga delle tre.

Di
Heimat1 ho già scritto.

Per
Heimat3 se ne parlerà con il nuovo anno.

'
Heimat2, cronaca di una giovinezza', abbraccia il periodo che va dal 1960 al 1970, il decennio che segna il passaggio del protagonista, Hermann Simon, dai venti ai trent'anni.

Sono tredici episodi,
tredici film, con cui il regista narra in qualche modo la sua giovinezza, il periodo della formazione e della sua maturazione.

Heimat2 non è stato doppiato in italiano: è tutto in tedesco con sottotitoli.

Questo, all'inizio, crea una certa difficoltà.

Accentuata dall'uso ricorrente del bianco e nero.

Per questi motivi e forse anche per la complessità dei contenuti, i primi due episodi li ho trovati un po' ostici, duri da portare fino in fondo.

Certamente ha influito anche il passaggio dalla prima alla seconda serie.

Heimat1 è un insieme di situazioni e vicende che crea una dimensione olistica della realtà descritta, olistica e avvincente, coinvolgente.

Là, l'
Hunsrück, con i suoi orizzonti limitati e circoscritti, con il calore delle sue famiglie, con l'atmosfera paesana che periodicamente esplode in gioia collettiva o comunque in partecipazione comunitaria, l'Hunsrück, dicevo, funge quasi da utero materno nel quale tutto, alla fine, si compone, tutto trova una sua spiegazione.

E' pur vero che
nell'ultima parte, soprattutto con la scomparsa dei personaggi che erano stati delle vere e proprie colonne portanti di tutta la narrazione, anche Heimat1 comincia a frammentarsi e a logorarsi: segno dei tempi che con l'avvento del benessere di massa hanno decretato la fine di un certo mondo che aveva caratterizzato gran parte del '900.


Con
Heimat2 sparisce la famiglia, si dissolve la comunità, svanisce definitivamente l'Hunsrück: la scena si trasferisce a Monaco di Baviera, la grande metropoli ricca di stimoli e di fermenti, la città che sembra fatta apposta per fare a pezzi la mentalità chiusa e provinciale dei suoi nuovi abitatori.

Monaco è anche
una porta che si apre sul mondo, alle altre città tedesche, alla più vasta realtà europea.

In particolare proietta alcuni personaggi verso
Berlino, la megalopoli simbolo della Germania del secondo dopoguerra, la città divisa e lacerata, sgorbiata da un muro che è sentito da molti come una vera e propria camicia di forza.

Berlino è anche il centro dell'arte e della sperimentazione, della cultura e dell'innovazione e come tale esercita un richiamo irresistibile sui giovani e sugli intellettuali.

Il protagonista principale di questa seconda serie è
Hermann Simon che a 20 anni, nel 1960, decide di abbandonare il paese natale, Schabbach, per recarsi, appunto, a Monaco di Baviera.

Nei primi due episodi, a dir la verità, Hermann non è solo il protagonista ma quasi l'unico vero personaggio dell'intera narrazione.

Reitz racconta il difficile approccio iniziale di Hermann con la grande città, le sue difficoltà quotidiane legate al mantenimento e all'abitazione, le prime sperimentazioni musicali effettuate in un ambiente non molto disposto ad accettarlo, le problematiche legate alla formazione della personalità, ai rapporti sociali, ai bisogni affettivi e alle esigenze sessuali.

Hermann è acerbo e la sua esistenza, nei primi tempi, è fatta di episodi casuali, di incontri accidentali, di parecchie eccentricità e di qualche stranezza.

Passato il primo periodo di orientamento, Hermann comincia a capire le coordinate del nuovo mondo, è pronto per capire la città, la sua ricchezza di opportunità e di umanità.

Si va piano piano componendo
una nuova e variegata comunità: che ama sperimentare, scambiarsi le idee, partecipare alle scoperte e alle invenzioni dei singoli.

Un gruppo vasto, articolato e composito dentro il quale è possibile vivere non solo le avventure dell'innovazione e dell'improvvisazione ma anche quelle dell'amicizia e dell'amore.

Il gruppo trova anche un suo centro fisico, la '
Tana della volpe', una grande casa, una specie di villa generosamente messa a disposizione da una giovane-vecchia zitella che è in fuga dal suo passato e in cerca di nuove più vivibili dimensioni.

La
Tana della volpe - per i giovani cineasti, per i musicisti di avanguardia, per i teatranti e cantanti sperimentali - è un po' quello che era l'Hunsrück per i Simon della prima metà del '900: l'antro accogliente, la 'caverna' protettiva dentro cui crescere e prepararsi ad affrontare il mondo.

E come la fine di Heimat1 ha coinciso con l'abbandono dell'Hunsrück, così
la fine di Heimat2 coincide con la distruzione della Tana della volpe.

La villa è venduta e abbattuta: al suo posto sono edificate delle anonime palazzine per i nuovi inurbati.

La giovinezza è finita, le sperimentazioni devono trovare una loro codificazione, gli anni '60 se ne sono definitivamente andati, avanza la maturità con altre e diverse esigenze.

Un'altra fase è completata, siamo pronti per Heimat3.


C'è tutto in Heimat2, tutto ciò che riguarda la giovinezza, la crescita, la formazione, la maturazione, la ricerca e la scoperta di una strada, della propria strada: * c'è l'impegno nel seguire l'ispirazione a costo di qualsiasi sacrificio; * c'è l'amore corrisposto e quello negato, quello vissuto in silenzio nella propria intimità e quello urlato ai quattro venti; * c'è il sesso carpito e quello inseguito, il sesso innocuo e quello che finisce in gravidanze a volte bramate altre volte indesiderate; * ci sono gli slanci e le frustrazioni, gli abbandoni e le passioni; * c'è la razionalità e la poesia, la fantasia e la prosaicità; * c'è l'acume e la banalità, la pura e semplice improvvisazione e la verve creativa; * c'è il ricordo e la nostalgia e c'è la memoria e la vergogna; * c'è la scalata al cielo e la discesa agli inferi e ci sono le angustie quotidiane e la routine più piatta; * c'è la potenza della vita e l'assurdità della morte e c'è la banalità dei sentimenti e la prepotenza delle passioni; * … … …

Un appunto che mi sento di fare riguarda il '68.


Capisco che non è il periodo che ha coinciso con la giovinezza del regista che, probabilmente, ha vissuto con grande apertura ed entusiasmo le novità della
prima parte degli anni '60: cui, come ho detto, dedica la gran parte di Heimat2.

Un mondo, quello descritto da Reitz, che io non ho conosciuto di persona: per motivi anagrafici.

Un mondo che in Italia o non ha avuto modo di esplicarsi in tutte le sue potenzialità o non è stato portato a conoscenza del grande pubblico.

So che anche da noi è successo qualcosa, che ci sono stati dei movimenti avanguardistici che hanno toccato il cinema e più ancora la letteratura e il teatro: ma non so molto di più.

Probabilmente, qui, è stato più
un movimento di élite, talmente limitato e particolare da non riuscire ad emergere nemmeno nel ricordo e nella rievocazione.

Quello che chiamiamo
'68 (un arco di tempo che va dal '67 almeno, al '72'-'73) è stato invece un fenomeno dirompente e qualificante: tale da caratterizzare un'intera stagione e da lasciare dietro di sé strascichi di ogni tipo.

Alcuni dei quali non si sono ancora del tutto esauriti.

E' questa la fase che ho vissuto in prima persona con grande intensità e che rimane viva e feconda nel ricordo.

A questi anni Reitz dedica un'attenzione fuggevole e non esente da un certo fastidio.

Non so come siano andate le cose in Germania ma certo non mi riconosco nel '68 di Heimat2.

Il '68 di Reitz è un periodo nevrotico, fatto di slogan e di atteggiamenti minacciosi, di dogmatismo e di sperimentazioni sociali quasi disumane: è un'epoca molto breve che sfocia quasi subito nel terrorismo.

Sono perfettamente consapevole di
ciò che è successo da noi: + anche qui c'erano i gruppuscoli che vivevano di formule dogmatiche e di modelli precostituiti; + anche da noi c'era chi rifiutava la cultura e ricercava lo scontro; + anche dalle nostre parti cominciava a circolare la droga e si inseguiva lo sballo come forma di protesta estrema; + anche molti dei nostri giovani sentivano il fascino delle parole d'ordine e spesso preferivano le frasi fatte alle analisi spassionate.

Ma tutto ciò riguardava una minoranza.

La maggioranza dei ragazzi che protestavano, universitari e non, vivevano in presa diretta una dimensione sociale e comunitaria che dava senso e forza ai loro ideali, che temprava i loro animi e guidava la loro maturazione: esattamente come succedeva nella 'Tana della volpe' dei loro fratelli maggiori.

Certo!

A noi mancava il richiamo dell'arte e la volontà di sperimentare nuove strade dentro la musica e nel cinema.

Come, probabilmente,
a loro mancavano l'apertura alle tematiche sociali e la volontà di cambiare radicalmente i costumi tradizionali che erano, invece, il nostro pane quotidiano.


A parte questo, Heimat2 rimane un affresco vivo e pulsante di un decennio, un'immagine brillante e vivida di un'epoca che grazie alla genialità del regista assurge a paradigma di ogni giovinezza.

Chi lo vede ritrova in qualche modo i suoi anni ruggenti, le sue difficoltà, le sue ambizioni, i suoi successi e le sue sconfitte.

Chi è un po' avanti con gli anni riscopre il ragazzo che forse non è stato e che avrebbe voluto essere; oppure il ragazzo che è stato proprio in quel modo e che, forse, era meglio fosse stato qualcos'altro.

I giovani sentiranno le ansie, le inquietudini, gli slanci, le frenesie, le impuntature e l'ardimento che sogliono caratterizzare la loro età.


Si può chiedere di più?


















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