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i giovani d'oggi (fine)

2007-2010 > 2007 > SOCIETA'

02/12/2007

(precedente)

I nostri ragazzi sono irritanti.
Vestono in modo ridicolo.
Sconciano il loro corpo peggio dei ‘primitivi’.
Neanche fossero bambole del voodoo.
Sono maleducati e insolenti.
Sono assenti.
Sembra abbiano misurato la distanza che li separa dagli adulti.
E hanno tagliato i ponti.
Il loro cordone ombelicale sono le cuffie.
L’ iPod è il loro utero.
I giovani non sono mai in un certo modo per caso.
Crescono e si formano in sintonia dialettica con i mutamenti della società.
In 40 anni la nostra società è cambiata radicalmente.
La famiglia tradizionale non esiste più.
Al suo posto sono subentrati altri modelli.
E anche la famiglia più normale assomiglia ormai molto poco a quella tradizionale.
La mercificazione del sesso è stata condotta ai suoi esiti più estremi.
Con la conseguenza di separarlo definitivamente dai sentimenti e dalle passioni.
Tutte le agenzie che un tempo creavano valori e mantenevano in vita degli ideali – Partiti politici, Chiese, Associazioni – hanno ceduto il compito alla televisione.
E’ lei che propone modelli e stili di vita.
E’ lei che fa piangere e ridere.
Che educa e istruisce.
Che inventa aspirazioni e obiettivi.
Che crea dottrine e addita missioni.
In realtà i giovani hanno fame di autenticità.
Vorrebbero un cibo diverso.
Bramano una vita semplice e pura.
Per questo, nei nostri Paesi, seguono a milioni il Papa.
Sono pronti, anche, a sostenere il politico di grido.
Qualunque cosa dica.
Purché faccia balenare qualcosa.
In altre aree arrivano a sacrificare la loro giovane vita per qualcosa che ritengono alto e vero.
Verrebbe quasi da dire: ogni società ha i giovani che si merita.
Siamo in ansia per il crollo delle nascite.
Siamo infastiditi dalla prospettiva di una società di soli vecchi.
Ma poi non sappiamo che farcene dei nostri ragazzi.
Li usiamo come un dentifricio frizzante per rinfrescarci la bocca.
A parole siamo fieri di loro.
Nei fatti li trattiamo come un peso.
Ci comportiamo come se fossero inutili.
Superflui.
Li manteniamo deresponsabilizzati per anni.
Per decenni.
Li mandiamo a scuola ma non insegniamo loro praticamente nulla.
I migliori, a 20 anni, sanno scrivere e parlare con proprietà.
La massa non apprende né l’una né l’altra abilità.
E non impara nemmeno a disegnare.
A suonare o a cantare.
Non acquisisce alcuna destrezza manuale.
Non acquista capacità tecniche di nessun tipo.
Impara ad odiare la matematica e le scienze in genere.
Impara a stare alla larga dal sapere.
Non solo non li prepariamo per una qualche particolare professione.
Non li prepariamo e basta.
E quando si affacciano, non più giovani, sul mercato del lavoro non sappiamo offrire loro che instabilità, precarietà e salari da fame.
E dato che la società ha pur bisogno di qualcuno che lavori, attiriamo manodopera straniera, che non amiamo ma che ha il pregio di costare molto di meno.
E i nostri giovani?
Alcuni si perdono, la massa sopravvive.
Molti invocano la pensione.
A 20 anni!
A trenta!
Qualcuno anche a 10!
Eppure sono sicuro che i giovani sognano.
Sento che provano sentimenti profondi.
Che vivono passioni travolgenti.
So che hanno speranze.
Che nutrono aspirazioni.
So anche che hanno capacità
Che hanno voglia di imparare e di fare.
Che vorrebbero contare.
So che la creatività, in loro, non è morta.
Sono come sono ma so che potrebbero essere anche molto diversi.
Sembrano amorfi ma so che è solo apparenza: una forma di autodifesa.
Avanzano ciondoloni lungo un crinale alquanto stretto, quello che noi abbiamo edificato per loro.
Sono indecifrabili.
E imprevedibili.
Potrebbero decidere di buttare all’aria tutto, della nostra società.
O potrebbero dedicare le loro energie per migliorarla.
Per salvarla.
Non potranno camminare sul filo della lama in eterno.

(FINE)



















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