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il caso Italia

2007-2010 > 2008 > POLITICA


(22/01/2008)

INTRODUZIONE

L’Italia è il Paese delle contraddizioni.
(niente di nuovo)

L’Italia è il Paese della faziosità.
(è così dal Medio Evo)

L’Italia, dopo aver perso la faccia, sta perdendo anche se stessa.
(è già successo altre volte)

E’ possibile che i ceti dirigenti di un Paese si combattano fino al punto da distruggerlo?

E’ possibile che un popolo sia talmente privo di senso di solidarietà da andare alla spicciolata in rovina?

E’ possibile che una Chiesa sia talmente miope e intrigante da distruggere un’intera Nazione con la scusa di volerle salvare l’anima?

E’ possibile!

Tutto è possibile.

Tutto, in un certo senso, si è già verificato.

Nulla vieta che tutto possa ancora ripetersi.

Per una serie di sfortunate coincidenze l’Italia può vantare il ceto dirigente più ciarliero, inconcludente, sprovveduto e irresponsabile d’Europa. Più assetato di privilegi e più desideroso di corposi benefici economici.

L’Italia ha anche il popolo meno coeso e meno compreso del proprio comune destino.

Oltre a ciò l’Italia ha anche la sfortuna di ospitare sul suo suolo la Chiesa più intransigente e più invadente del mondo.

Che cosa si può prevedere?

Poco di buono.

Oso solo sperare che un moto popolare di vaste proporzioni, recuperando finalmente il lume della ragione, sia in grado di mettere da parte gli inetti, di tagliare le unghie ai prepotenti e di far tacere gli egoismi di parte.

Non si possono coltivare altre illusioni.

Un masso che rotola o una valanga possono essere fermati solo da un improvviso e consistente innalzamento del terreno.

Per le società umane valgono le stese regole, le medesime leggi.

Diversamente il cammino è segnato e tutto andrà come deve andare.


RIFLESSIONE

Scrivo prima del voto parlamentare sulla fiducia al governo.

Non pretendo di spiegare la situazione del nostro Paese.
Né ritengo di avere in tasca la ricetta giusta per risolvere tutti i problemi.

Vorrei soltanto fare qualche considerazione.

Innanzi tutto mi occupo dei ceti più alti, delle cosiddette caste.

Quando comincia il malessere che le ha letteralmente fatte impazzire?

A mio parere tra la fine degli anni ’80 e l’inizio dei ’90 del secolo scorso.
La caduta del muro di Berlino ha significato tante cose, tra le altre una decisiva per le nostre sorti. Le grandi potenze hanno chiuso gli ombrelli che in qualche modo avevano fino ad allora protetto in tutto il mondo le forze politiche e militari alleate.
Le proteggevano con le ideologie, con le armi e con robusti aiuti economici variamente camuffati. Non solo l’URSS ma anche gli USA hanno cominciato, da allora, a guardare alla politica mondiale unicamente dal punto di vista dei propri immediati interessi.

Nello stesso periodo cominciò a farsi più stringente (fino a diventare cogente con l’entrata nella moneta unica) la nostra partecipazione all’UE. L’Europa non è una grande potenza pronta a sostenerci in vista dei suoi interessi planetari, ma è una associazione di liberi Stati all’interno della quale ognuno vale per quello che fa, per quello che è, per ciò che produce di suo.

E’ stato come passare da una madre ad una matrigna.

Questo all'esterno. Sul piano della politica interna si può dire che, con tangentopoli, è scoppiata una mezza rivoluzione.
Che non ha rappresentato solo la messa sotto inchiesta di qualche uomo politico particolarmente corrotto, ma è stata una vera e propria rottura di un patto.
Fino ad allora le varie caste italiane (politici, magistrati, industriali, sindacalisti, banchieri, giornalisti, burocrati, ecclesiastici ...) più o meno tacitamente avevano collaborato nel governare l’Italia in un certo modo: c’erano critiche, opposizioni e contrapposizioni ma fino ad un certo punto.
Fino ad un limite invalicabile, da tutti rispettato, che permetteva la spartizione dei privilegi e che garantiva la cosiddetta pace sociale.

L’azione decisa della magistratura ha sparigliato le carte, ha buttato all’aria il tavolo e da quel momento è cominciata la lotta sorda e feroce di tutti contro tutti che ancora ci delizia.
Diminuiti drasticamente gli introiti dall’esterno, aumentati gli obblighi derivanti dalla partecipazione all’UE, rallentata la capacità produttiva del Paese, accanto alla lotta per la gestione del potere (o in unum con essa) si è scatenata una ben più feroce lotta per la spartizione delle rendite o anche per il puro e semplice mantenimento delle stesse.

Da qui lo spettacolo che è sotto gli occhi di tutti.

Le caste non hanno capito che il Paese non ce la fa più a mantenere i loro privilegi, lo sperpero ininterrotto di danaro pubblico, gli stipendi, gli appannaggi, gli onorari, i rimborsi e tutto il resto che non si vede ma che è ancora più consistente.

In basso, il popolo, a causa della situazione creatasi ai vertici e anche per demeriti suoi propri, non sa più che pesci prendere e si comporta sempre più spesso in modo irrazionale.
Produce rifiuti ad un ritmo parossistico ma poi non vuole che siano gestiti nel suo territorio; si indigna per la mancanza di servizi ma fa di tutto per non pagare un centesimo di tasse; urla la propria ripugnanza nei confronti della mala vita organizzata ma appena può ne ricerca i favori; ... ...
E’ una babele che nasce dalle oggettive difficoltà economiche in cui molti si dibattono e dal venir meno di ogni principio e ideale, dell’elementare sentimento di solidarietà e di partecipazione.

La Chiesa, che un tempo aveva fatto da collante e da camera di compensazione, con la sua esasperata ed incessante ingerenza, le sue voraci pretese economiche e con la sua inflessibile cecità dottrinaria ha perso l’antico ascendente e ogni autorità morale.

Il popolo italiano meriterebbe un’altra classe dirigente?

L’italia si merita la classe dirigente che ha?

Non lo so.

E tuttavia mi pare ci sia una costante nella storia della Penisola, dalla caduta dell’impero romano ai nostri giorni: nei secoli che ci stanno alle spalle il popolo italiano ha anche prodotto cose belle ed insigni, al cospetto dell'umanità. Realizzazioni che ci hanno collocato ai vertici della storia culturale, scientifica ed artistica mondiale.
Nello stesso periodo, se si eccettuano rare eccezioni e pochi soggetti
*, la classe dirigente italiana ha brillato per ingordigia, incapacità, inettitudine e volgarità.

Nessuno può conoscere, adesso, l’evoluzione della situazione.

E’ certo che la crisi dura ormai da molti anni.

Che i ceti dirigenti sembrano sempre più miopi ed incapaci.

Che il popolo appare sempre più riottoso ed ondivago.

Potrebbe, nel frattempo, cadere un bel meteorite o potrebbe darsi qualche altro inaspettato e terribile evento.

Allora sì che il popolo italiano, come d’incanto e in un battibaleno, metterebbe la testa a posto.

Allora forse succederebbe che alla guida del popolo arriverebbero i migliori.

Ma non voglio augurarmi simili evenienze.

Anzi! Spero proprio che possiamo evitarle.

E tuttavia non riesco ad aver fiducia nella capacità di spontaneo auto rinnovamento delle classi dirigenti.
(Che cosa hanno prodotto tutte le critiche formulate in questi mesi? Niente. Tutti sono ancora lì, fermi ai loro posti, incollati ai loro privilegi, muti e defilati, in attesa che la buriana cessi. E sta per finire. Che bello! Si va verso le elezioni, tutto resterà come prima. Tutto è salvo, fuorché l’onore. Forse che a qualcuno interessa l’onore?)

Perché non ci prova il popolo, con le sue scelte, a dar spazio ai migliori?

Ai più onesti.

Ai più votati al bene comune.

Ai più capaci.

Perché non decide di farla finita con certe pratiche?

Con la rissosità.

La volgarità.

La menzogna.

La tracotanza.

L’improntitudine.

Con l’inganno, la demagogia, l’arroganza, con le fandonie, la sfacciataggine, l’avidità ...

Diversamente vale sempre il vecchio proverbio:

chi è causa del suo mal, pianga se stesso.



* Qualche principe rinascimentale, gli uomini del Risorgimento, qualche personaggio del secondo dopoguerra.



















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