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il giocattolo

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(09/10/2008)


IL GIOCATTOLO


[ Non sono un economista di professione: le mie osservazioni non hanno quindi alcuna pretesa di scientificità.

Ammesso che dell'attività economica si possa fare una scienza.

Forse si poteva fare scienza delle economie pre capitalistiche che vedevano l'esplicarsi di pochi e ben noti fattori.

Che potevano combinarsi nei modi più strani ma che, essendo chiari e definiti, potevano essere inquadrati nelle loro dinamiche fondamentali.

Con il capitalismo tutto è cambiato.

Tutto è diventato estremamente complesso e ingarbugliato.

Tutto è diventato, di fatto, incontrollabile e imprevedibile.


Per cui può essere considerato un bravo economista colui che è in grado di avanzare talmente tante ipotesi circa l'andamento dell'economia globale da indicare, tra le tante, anche quella giusta.

E' vero che viviamo nell'era della meccanica quantistica ma non sembra che possa dirsi scientifico un modo di procedere che apre ad un numero pressoché illimitato di interpretazioni.

Al più si potrebbe dire che l'economia è una scienza storica.


Esamina e chiarisce ciò che è già avvenuto cercando di inquadrarlo in una qualche logica.

E' poco?

Non sembra si possa concedere di più. ]



In ogni caso è della situazione odierna che voglio parlare.

Del meraviglioso giocattolo costruito dal capitalismo, che tante soddisfazioni dava ai suoi possessori e che, improvvisamente e improvvidamente, sembra essersi irrimediabilmente rotto.

L'economia capitalistica è per definizione un'economia basata sulla libertà.

Libertà di iniziativa, libertà di produzione, libertà di mercato ... libertà di tutto e da tutto.

Laissez faire, laissez passer: che cosa?
TUTTO.

Questi slogan, tra settecento e ottocento, determinarono una vera e propria esplosione di energie e di potenzialità.

Ci fu una rivoluzione in ambito produttivo che contagiò poi tutti i settori dell'attività umana: la cultura in generale ma soprattutto la scienza e la tecnica.

Ne furono radicalmente trasformati anche il costume, la politica, la religione, la morale.

Il modello, tuttavia, non tardò a mostrare i suoi lati negativi.


Molte città diventarono nel giro di pochi anni delle vere e proprie megalopoli che offrivano ai loro abitatori delle condizioni di vita infernali.

Non erano solo i quartieri operai ad essere invivibili ma proprio la città nel suo insieme.

Le ciminiere con i loro vapori ammorbavano l'aria mentre il carbone con le sue polveri intasava e distruggeva i polmoni.

Alcune città vivevano perennemente calate dentro una nube tossica impalpabile e spessa che comprometteva addirittura la visibilità.

E poi lo sfruttamento dissennato della manodopera infantile e la vera e propria spoliazione dei territori colonizzati.

Fino alle prime crisi di sovrapproduzione, ai fallimenti a catena e alla disoccupazione di massa.

Ma siamo già nella seconda metà dell'ottocento che, in qualche modo, anticipa il '29 e prelude a ciò che accade ai nostri giorni.



E' chiaro che quando si costituisce una società, qualunque società, il diritto dei singoli alla libertà viene inesorabilmente limitato.

Necessariamente.


Diversamente non potrebbe sussistere comunità alcuna.

'La libertà non è star sopra un albero, non è neanche il volo di un moscone ...' canta Gaber con felicissimo intuito.

Invece le classi dominanti, nell'ambito economico, hanno preteso una libertà assoluta e incondizionata.

Che ha portato alla costruzione di un congegno bislacco e del tutto ingovernabile.

Un giocattolo costruito senza alcuna logica, senza base né apice.


Un oggetto fantasmagorico e rutilante che lascia tutti a bocca aperta fin tanto che funziona, che getta tutti nella disperazione quando si rompe.

Sì, perché in quel caso esplode tutta intera la sua irrazionalità che lo rende, di fatto, non riparabile.

Nessuno infatti ne conosce i meccanismi, nessuno sa, precisamente, dove mettere le mani.

Si fronteggiano teorie diverse, spesso contrapposte, tutte plausibili, tutte discutibili.


Perché, come detto, l'irrazionalità è l'essenza dell'economia capitalistica.


Che produce all'infinito senza badare all'utilizzazione dei prodotti.

Che per produrre deve consumare sempre più ingenti quantità di materie prime, depredando il pianeta fino al limite dell'abitabilità.

Deve spingere l'umanità a riprodursi oltre ogni limite.

Deve costringere milioni di esseri umani a vivere in condizioni sub umane o di pura sopravvivenza.

Deve infrangere ogni tabù, spazzare via ogni valore, dissacrare principi e ideali.


I benefici di questa dissennata attività toccano solo ad alcune popolazioni, mentre altre sono costrette a 'godersi' tutte le conseguenze negative.

Devono tenersi il rovescio della medaglia.

E all'interno delle popolazioni più fortunate solo un numero ristretto di persone può disporre liberamente di tutte le ricchezze accumulate.

Fin che tutto procede senza intoppi.


Quando i guadagni si riducono - e succede periodicamente e non potrebbe essere diversamente - allora i grandi manovratori sparsi per il mondo scaricano sulle popolazioni tutto intero il peso della crisi.

Tutta la collettività è chiamata a fare le spese della arroganza e della insensatezza dei pochi.


Che lasciano al suo destino lo sgargiante giocattolo, si ritirano nell'ombra e aspettano che tutto passi.

Delle conseguenze gravissime della loro follia non pagano che un dazio insignificante.

Pronti invece, passato il tornado, a montare in sella come prima.

Fino alla totale distruzione del pianeta.

Fino all'annientamento dell'umanità.

Perché il loro motto, alla fine, sarà quello biblico: muoia Sansone con tutti i filistei.




Eppure si dovrebbe fare qualcosa.

Si potrebbe fare qualcosa.


Mettere mano ad un cambiamento radicale.

Imporre una qualche razionalizzazione.

Rielaborare il concetto di libertà.

Socializzare non solo le perdite e i danni ma anche i benefici e i guadagni.

... ... ...


Perché non lo facciamo?

Non lo vogliamo fare per noi?

Si può capire.

Lo dovremmo fare per i nostri figli.

Per i nipoti.

Non ci stanno a cuore?

Saremo maledetti in eterno.

Dalle generazioni che verranno.

Da tutte quelle che ci seguiranno.


(continua in cash for trash)


















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