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inquietudine e ... maschere

2007-2010 > 2008 > STILLE

(06/05/2008)

Siamo stanchi, infreddoliti, impauriti, abulici, sfiduciati e inquieti.


Non è per la situazione economica mondiale: anche per quella.

Non è per la crisi italiana: anche per quella.

Non è nemmeno, esclusivamente, per la questione ambientale: sicuramente anche per quella.

E' per un insieme indefinibile di fattori in parte noti in parte inspiegabili: che minano alle fondamenta le certezze e le convinzioni.

Anche le speranze.


A poco servono i richiami dei politici: non hanno autorità, non hanno spessore, sono delegittimati fin nel midollo.

Poco efficaci sono pure gli ammonimenti della Chiesa: non sa offrire dell'Eterno un'immagine coerente e convincente.

E così, anche i più volenterosi, si abbandonano ad una serie di azioni in sè positive, in fondo sommamente contraddittorie.



Ci si batte contro l'uccisione delle balene da parte dei giapponesi o contro le torture inflitte agli orsi dai cinesi e nelle stesso tempo deridiamo gli indiani perché non mangiano le mucche e gli abitanti del Medio Oriente perché non si nutrono di maiali.

Dal canto nostro alleviamo in condizioni esecrabili mammiferi complessi come gli ovini, i bovini e i suidi per poi ucciderli e mangiarli: in giovane, media e avanzata età.

Ci lamentiamo per la distruzione del Pianeta ma non alziamo un dito contro l'eccesso di popolazione che è una delle cause di questa tragedia: anzi contrastiamo tutti i tentativi di ridurre la popolazione mondiale.

Portiamo avanti battaglie meritorie contro la pena di morte ma non facciamo molto contro le morti sul lavoro o per limitare le morti sulle strade, infinitamente più numerose.

La Chiesa vuole l'abolizione dell'aborto, che in sé stesso è una tragedia, ma non fa niente per la contraccezione: anzi la proibisce e la condanna.



Siamo ad un passaggio epocale: viviamo come normale ciò che dovremmo considerare intollerabile; riteniamo inaccettabile ciò che dovremmo reputare normale.

Non sappiamo raccogliere le sfide e combattere per tentare di vincerle.

Non solo non lo facciamo per noi ma non siamo neanche spinti a farlo per i nostri figli e per i nipoti.

Siamo quelli del Titanic?

Non proprio.

Non ne abbiamo la sventatezza, la sublime incoscienza, l'euforia drogata.



Siamo le maschere di Ensor.

Più precisamente siamo ormai una società di maschere.

Siamo 'Le strane maschere' che cercano di sorprendere e sconcertare lo spettatore con l'aspetto madreperlaceo e i colori acidi.

'L'intrigo' è il dato permanente della nostra condizione esistenziale.

Viviamo in ambienti allucinati e sconvolti che rimandano bagliori metallici e stridenti.

Siamo abituati a nascondere i nostri sentimenti, spesso a sopprimerli.

Molti di noi non provano affatto sentimenti.

Così che la maschera è il nostro stesso volto.

Con i tratti impostati, lo sguardo fisso in un altrove indefinibile, i muscoli contratti, la bocca semi aperta in un'espressione di stordito stupore.

Non è la situazione di Pirandello.

Siamo quello che siamo, e basta.

Non possiamo toglierci la maschera che abbiamo strutturato in tanti anni di ipocrisia e di cinismo.

Sotto la maschera c'è lo scheletro.

Ed è ancora Ensor che ce li mostra mentre si disputano un'aringa salata o mentre tentano di scaldarsi ammucchiati attorno ad una stufa spenta.

Non abbiamo dunque scampo?

Davvero la nostra esistenza è ormai ridotta ad una livida rue de Flandre?

Dove non scorrono più le bande musicali ad allietare gli alti edifici borghesi.

Dove, invece, una folla disordinata e attonita, forse reduce dall'aver accolto Cristo a Bruxelles, si pigia e si pressa da ogni parte nel vano tentativo di sfuggire la morte incombente dall'alto con la sua enorme falce.



Se restiamo al mondo di Ensor non abbiamo scampo.

Potremmo, al più, arrivare a disputarci lo scheletro di qualche impiccato.

Possiamo sperare che l'inquietudine che ci pervade non si fossilizzi nell'angosciante incoscienza della maschera.

Possiamo pensare che riprenda vigore e ci spinga all'azione.

Certo, qualche volta l'inquietudine ha spinto l'umanità dentro il baratro.

Gli uomini non amano il tormento, cercano un approdo che li faccia star lontani dal disagio, bramano rifugiarsi in una vallata che spenga la loro apprensione, che ponga fine ai loro affanni.

In cambio dell'agognata tranquillità sono disposti a correre anche rischi mortali, perfino a sedersi sulla bocca di un vulcano.

Ma l'irrequietezza e la smania, l'insoddisfazione e il cruccio possono anche sfociare in una stagione di rinnovamento e di creatività.

Possono portare all'effrazione di quelle maschere che risolvevano il fastidio e l'ansia in smorfie e contrazioni impotenti.

Possono diventare un lievito positivo che permetta all'umanità di strapparsi ad un destino negativo che pare inevitabile.

Di dare vita ad un'epoca nuova e innovatrice.



Basta non lasciare tutto al fato.

Basta non farsi attanagliare dai mostri.

Non farsi vincere dagli elementi.

Lo stesso Ensor mostra che gli angeli ribelli possono essere cacciati.

E addita la musica come ancora di salvezza.

Ma anche la poesia e l'arte sono risorse positive.

Per non parlare della scienza.

Ci vogliono ingegno e ispirazione.

E ci vuole coraggio.


Macerarsi nelle angustie, questo è il fato.

Perdersi nell'abulia, è il fato.

Lasciarsi soffocare dai tentacoli dei mostri, è il fato.

Il fato non è una forza positiva.

Il fato è miopia e insipienza.

E' narcisismo ed egoismo.

Il fato è rinuncia.
















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