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INTER sottovoce

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29 aprile 2010


INTER ... sottovoce



Scrivo il giorno dopo la sconfitta dell'Inter al Camp Mou di Barcellona.


So di vivere in mezzo a un pubblico per una parte romanista e per l'altra laziale e so anche che, tra i restanti amici, ci sono aficionados di altre casacche.

Eppure voglio cercare di dire qualcosa che spero possa essere letto da tutti senza provocare travasi di bile.


Anche se, ne sono del tutto consapevole, il
tifo calcistico non appartiene alla dimensione della razionalità ma a quella oscura delle pulsioni primordiali: a quell'area insondabile della nostra psiche che genera comportamenti inconsulti ma inevitabili.

Probabilmente dalla stessa 'zona' proviene anche l'impulso di mettersi in fila per andare a vedere la
Sindone, ben sapendo che è stato scientificamente accertato che con Gesù non ha niente a che vedere, essendo stata confezionata nel 13° secolo dopo Cristo o giù di lì.

Ma tant'è.


Torniamo al calcio e alle sue passioni: perché voglio tentare di spiegare sinceramente qualcosa che sento e che mi riguarda.

Che forse riguarda tutti noi.

Perché si è tifosi di una squadra?


Spesso lo si diventa
per tradizioni famigliari, per le compagnie che si frequentano nella fanciullezza o nella prima adolescenza, per una qualche contingenza storica legata proprio a un determinato team.

Io ero ragazzo verso la metà degli anni '60: sono cresciuto al Nord proprio nel periodo in cui l'Inter ha vinto tantissimo.


Ho avuto come
una specie di imprinting: diciamo che, della cosa, non ho nessuna colpa, per il fatto che non potevo essere nient'altro che interista.


Da più di 40 anni vivo a Roma che considero la mia città di adozione, la migliore (sotto ogni punto di vista) delle città italiane.

Roma dà vita a due squadre di calcio e, udite udite, mi sono entrambe simpatiche.

Lo so che è una bestemmia ma per me è così.


So anche che non potrei mai essere contemporaneamente tifoso del
Milan (per non parlare della Juve) e dell'Inter: tra parenti stretti è così, ci si 'odia' molto di più che tra estranei.

Ma io
a Roma ci sono venuto 'dopo', con una passione sportiva già strutturata e ormai immodificabile: come ospite ho adottato come 'seconde' entrambe le squadre della città che così generosamente mi ha accolto.

Ho voluto scrivere queste note, proprio dopo la notte del
Camp Mou e prima della conclusione di tutti gli altri eventi.

L'Inter, a questo punto, potrebbe anche non vincere nessuno dei titoli per i quali è ancora in gioco, cadendo così sotto la maledizione '
zero tituli' del suo stesso allenatore.

Proprio per questo non penso che le mie parole possano suscitare equivoci, rancori da sconfitta né sbornie da vittoria.



Qualche osservazione.

Il Milan, quando vince, é stellare: è una squadra che incanta per gioco e per spettacolarità. E' come una scuola di samba che domina al Carnevale di Rio.

La Juve, se vince, impone la sua forza, il suo metodo, la sua applicazione: la sua straordinaria capacità di far fruttare i talenti e di esaltare anche i mediocri. E' una squadra militare che sa il fatto suo e che consegue infallibilmente l'obiettivo prefissato.

La Roma nelle sue vittorie è esaltante, scoppiettante, tutta cuore ma anche genio, piena di brio e di elettricità. E' come gli adolescenti di Stand by me: fieri e impetuosi, capaci di ogni generosità, sempre a un passo dalla maturità completa e continuata.

La Lazio ha, per tradizione, minori potenzialità economiche della concorrente (vedi, adesso, il 'povero' Lotito). E' capace tuttavia di qualsiasi impresa, dalle più sublimi alle infime. Proprio per questo, quando vince, provoca nei suoi tifosi un trip difficilmente controllabile.
La Lazio è
Peter Pan, il meraviglioso bambino che, come dice Lou Reed, 'Walk on the wild side' rimanendone spesso prigioniero (per colpa dei suoi presidenti).

L'Inter (permettetemi qualche parola in più, visto che parlo con cognizione di causa) è una squadra 'omerica' che riesce a far soffrire all'inverosimile i suoi tifosi ma sa anche regalare soddisfazioni impagabili.
Sa trasformare in eventi eccezionali anche partite tutto sommato brutte, come quella di ieri sera.
I Greci, alle Termopili, sono stati sconfitti cosi come sono stati sconfitti i Serbi nel Kossovo, nel 1389: eppure entrambi gli episodi sono stati trasformati dai rispettivi popoli in una loro esaltante epopea.
L'Inter ha questa capacità contagiosa,
da eroe omerico tragico, che talvolta vince, molto più spesso perde, giganteggiando, tuttavia, nell'uno e nell'altro caso.


Spero che nessuno me ne voglia per queste mie esternazioni: ho sempre cercato di
mantenere il 'tifo' sotto controllo, com'è necessario e come dovrebbe essere. Anche se non è sempre facile.

Questa passione dovrebbe restare
qualcosa di leggero che, quando va bene, rende più leggiadra l'esistenza e quando va male resta solo una delle tante ciambelle che non riescono con il buco (e quante ci tocca ingoiarne!).

L'espressione più 'cattiva' del tifo dovrebbero essere gli 'sfottò', che tutti dovrebbero saper confezionare, che tutti dovrebbero esercitarsi a 'subire'.


Un po' come
i pollici rovesciati di Totti che, francamente, non mi sono sembrati niente di particolarmente offensivo: una modesta 'genialata', se mai, pungente forse ma pur sempre un simpatico guizzo.

Che gli amici della Lazio dovrebbero memorizzare e usare a loro volta alla prima occasione favorevole.



















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