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(12/11/2008)


ITALIANI



Nel mio ultimo intervento ho scritto, tra l'altro:



'Rassegniamoci: salvo rari casi non abbiamo mai avuto personale politico di rango. Solo intrallazzoni, profittatori, grassatori, portaborse e servitori. E tanti guitti.

Così da secoli, da dopo la caduta dell'impero romano.

Probabilmente siamo un popolo di mezze tacche visto che non sappiamo esprimere, come rappresentanti, nient'altro che mezze tacche.

O, forse, siamo un popolo di servi, di lacchè e di saltimbanchi: senza dignità e privi del minimo senso di appartenenza.

Sappiamo solo strisciare, fare i salti mortali, adulare, fare gli sberleffi dietro alle spalle.

Probabilmente non meritiamo niente di meglio dei politici da bar che abbiamo'.




Ero perfettamente consapevole che i miei rilievi non sarebbero piaciuti a tutti: lo so che è difficile condividerli.

Non scrivo, questa volta, per ritrattare, per smentire o per negare: come va molto di moda adesso.

Ma forse una qualche spiegazione la devo.




Prima voglio riportare alcune considerazioni che ho colto qua e là.

Perché se è vero che le cose, in Italia, sono sempre andate in un certo modo è anche vero che da sempre gli intellettuali italiani sono stati piuttosto severi con il loro popolo.



Lascio stare quelli più lontani nel tempo e parto da
Manzoni.

Nel primo coro dell'Adelchi descrive in maniera incisiva e mossa l'arrivo dei Franchi sul suolo italiano: chiamati dal papa vengono a cacciare i Longobardi per impiantarvi il loro dominio.

Gli italiani, gli autotoctoni, gli indigeni che cosa fanno?

Assolutamente niente, guardano, aspettano e sperano che i nuovi conquistatori rendano loro la libertà.


Dai guardi dubbiosi, dai pavidi volti,

qual raggio di sole da nuvoli folti,

traluce de' padri la fiera virtù:


ne' guardi, ne' volti confuso ed incerto

si mesce e discorda lo spregio sofferto

col misero orgoglio di un tempo che fù.



S'aduna voglioso, si sperde tremante,

per torti sentieri con passo vagante,

fra tèma e desire, s'avanza e ristà;



Tornate alle vostre superbe ruine,

all'opere imbelli dell'arse officine,

ai solchi bagnati di servo sudor!



Un popolo inetto, quindi, che non sa più trovare in se stesso le ragioni della propria grandezza: che sa solo sperare nell'aiuto esterno condannandosi così ad un'eterna schiavitù.



Più incisivo mi sembra il
Leopardi.

Ha dedicato all'Italia e agli italiani parecchi scritti, in poesia e in prosa.

Ritengo particolarmente significativo quanto scrive nel
'Discorso sopra lo stato presente dei costumi degli italiani'.

Dopo aver osservato che anche potenti nazioni come Francia, Inghilterra, Germania e USA hanno ormai abbandonato i principi morali e i valori che avevano fatto grandi le civiltà antiche, sottolinea come queste abbiano tuttavia mantenuto
'un principio conservatore della morale e quindi della società, che benché paia minimo, e quasi vile rispetto ai grandi principii morali e d'illusione che si sono perduti, pure è d'un grandissimo effetto'.

E' un principio che fa sì che vi sia rispetto tra le persone, senso di appartenenza e consapevolezza del destino comune.

Che sostiene l'ambizione, favorisce la stima reciproca ed è fattore di crescita e di sviluppo.

L'Italia non solo ha perso, come le altre nazioni europee, i principi fondamentali ma non ha mantenuto nemmeno quel sentimento minimo di appartenenza sociale che permette agli altri popoli di sopravvivere e di essere grandi.

'Per conseguenza ella è priva come l'altre d'ogni fondamento di morale, e d'ogni vero vincolo e principio conservatore della società. Ma oltre di questo, a differenza delle dette nazioni, ella è priva ancora di quel genere di stretta società definito di sopra'.

Così conclude.

'Come altrove è il maggior pregio il rispettar gli altri, il risparmiare il loro amor proprio, senza di che non vi può aver società, il lusingarlo senza bassezza, il procurar che gli altri sieno contenti di voi, così in Italia la principale e la più necessaria dote di chi vuole conversare, è il mostrar colle parole e coi modi ogni sorta di disprezzo verso altrui, l'offendere quanto più si possa il loro amor proprio, il lasciarli più che sia possibile mal soddisfatti di se stessi e per conseguenza di voi'.



Per finire riporto alcuni aforismi di nostri contemporanei.


Gli italiani corrono sempre in aiuto al vincitore (Ennio Flaiano)

L'inferno di Dante è fatto da italiani che rompono i coglioni ad altri italiani. (Flaiano)

L'italiano è mosso da un bisogno sfrenato d'ingiustizia. (Flaiano)

In Italia non esiste la verità. La linea più breve tra due punti è l'arabesco. Viviamo in una rete di arabeschi. (Flaiano)

Fra trent' anni l'Italia non sarà come l'avranno fatta i governi, ma come l'avrà fatta la TV. (Flaiano)

Siamo un popolo di rivoluzionari. Ma vogliamo fare le barricate con i mobili degli altri. (Flaiano)

In Italia nulla e' stabile quanto il provvisorio. (Giuseppe Prezzolini)

L'Italia sarebbe un Paese magnifico senza gli italiani.
(Giuseppe Prezzolini)

Italiani: dei buoni a nulla capaci di tutto. (Leo Longanesi)




Che cosa si può aggiungere?

Forse si dirà che nessuno sa piangersi addosso meglio degli italiani.

Che sputare nel piatto in cui si mangia è un autentico sport nazionale.


Oppure si può osservare che l'Italia ha dato al mondo artisti e scienziati non solo eccellenti ma addirittura sublimi.

E sottolineare che ci sono tantissimi italiani degni di stima e del massimo rispetto.

Tutto si può dire.

Tutto è sicuramente vero.

Conosco personalmente italiani validissimi e degni della più alta considerazione.

Conosco giovani che nulla hanno da invidiare ai loro coetanei europei quanto ad intelligenza, preparazione, forza di volontà e creatività.



Quel che non capisco è come mai poi, alla fine, il risultato è zero. E tante volte non basta, visto che bisogna ricorrere all'algebra.


Gramsci diceva che siamo come siamo perché, come popolo, non abbiamo mai conosciuto una vera rivoluzione: né sociale, né culturale, né religiosa.

Siamo stati capaci di moti improvvisi, violentissimi quanto inefficaci: la nostra storia è piena di assalti ai forni, di agguati e imboscate, di fiammate violente ma brevi.

Non solo: in queste considerazioni rientra anche il fatto che siamo sempre pronti a denigrare i pochi momenti della storia patria in cui abbiamo espresso con chiarezza una dignità corale.

Basta sentire che cosa dicono i leghisti del nostro Risorgimento o che cosa si scrive sulla Resistenza.

La domanda è: come mai un popolo che ha così tante energie positive, che 'produce' milioni di persone pregevoli e migliaia di individui geniali, non riesce poi a coltivare un sentimento forte di appartenenza?

Non riesce, mai, a darsi una classe politica all'altezza, sollecita solo del bene comune?

Personalmente non ho alcuna risposta, se non quella che ho dato la volta precedente. Riportata all'inizio di questa riflessione.

Ma, evidentemente, ce n'è un'altra.

Più complessa e recondita, sfuggita sia a Manzoni che a Leopardi, a Flaiano come a Prezzolini.


Una soluzione che deve essere rintracciata ex novo e che potrebbe, finalmente, aiutarci ad eludere l'atavica maledizione.

Forse è qualcosa che potremmo scoprire tutti insieme, con onestà e coraggio

Non solo studiando ma, soprattutto, agendo in modo assolutamente diverso e nuovo.




















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