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la gloria di METZ

2011 > vario


31 agosto 2011


architettura e poesia a METZ




Quest'estate abbiamo fatto un giro in quella regione europea che dal nord della Svizzera, lambendo ora la Francia ora la Germania, finisce, attraverso il Belgio, nel mare del Nord. Seguendo, grosso modo, il corso del Reno.

Eravamo tre amici di lungo corso con le rispettive consorti, a loro volta amiche di tutti.

Un gruppo affiatato e di comune sentire.


Ante factum

L'area attraversata è sempre stata
(e lo è tuttora) una delle regioni più ricche , intraprendenti e culturalmente vivaci del vecchio continente.

Per non risalire troppo all'indietro ricorderò semplicemente che si costituì nel IX° secolo come
Lotaringia, con i figli di Carlo Magno.

Divenne poi il sogno irrealizzato dei
duchi di Borgogna che ne favorirono la ricchezza e la abbellirono di innumerevoli opere d'arte: un sogno che, con Carlo il Temerario, si infranse sulle picche dei fanti svizzeri arruolati dal re di Francia.

Ci riprovarono i
Guisa di Lorena, nella seconda metà del '500, forti dell'appoggio di Caterina de' Medici e favoriti dalla debolezza dei suoi figli destinati al trono: ma anche in questo caso la ruota della storia, nella persona del più forte e determinato Enrico di Borbone, infranse il disegno politico dei promotori.

Fu sempre, anche in seguito, una terra appetita e contesa:
Luigi14° dissanguò di guerre la Francia per impadronirsi del triangolo che fa capo alle città di Toul, Metz e Verdun.

Tra '800 e '900 furono
Francia e Germania a conquistarla, a perderla e a riconquistarla nel corso di una sfilza interminabile di sanguinosi conflitti.

Alla fine sono risultate decisive le due ultime
guerre mondiali del '900: tutti sanno come sono andate a finire.

E si capisce perché la primigenia Lotaringia è rimasta in gran parte alla Francia
(a parte i territori costituitisi, nel frattempo, come Belgio e Olanda).

Nello stilare il programma del percorso ho chiesto espressamente di inserire una sosta a
Metz, antica capitale della Lorena.

Conoscevo per sommi capi la lunga storia della città, già splendida al tempo dei Romani e sapevo che aveva dato i natali a
François Rabelais, scrittore a me particolarmente caro: non mi interessava tanto la 'nuvola' del nuovo 'Centre Pompidou' (chissà come mai vanno tanto di moda le nuvole, nel nostro tempo, a tutti i livelli e in tutti i settori: forse perché non siamo più capaci di tenere i piedi per terra) ma avrei dato volentieri un'occhiata alle sue porte, ai resti delle sue mura e, soprattutto, alle sue chiese.

Alla cattedrale, in particolare, di cui non sapevo assolutamente niente ma di cui avevo letto qualche spunto interessante.


In facto

Avevamo una mezza giornata da dedicare a Metz: abbiamo parcheggiato dalle parti della
porta Serpenoise e da lì, a naso, ci siamo diretti verso il centro (le città europee sono fatte in un modo in cui, chi ha il naso giusto, non sbaglia mai la strada più sicura per il centro).

Attraversato un enorme spiazzo pedonale arroventato dal sole
(e, per fortuna, ingentilito da una lunga fontana a cascatella) ci siamo ritrovati nella classica via commerciale che porta nel cuore della città.

Uno sguardo qua, una foto là, niente di memorabile: già in noi montava un po' di delusione, già mi pareva di vedere negli sguardi degli amici una certa commiserazione e quasi un sottile rimprovero per aver 'buttato' un pomeriggio pressoché inutilmente.

Accaldati e un po' frustrati siamo alla fine approdati all'interno di
Saint Etienne.

Se l'esterno della Cattedrale era degno di nota
(con quella madonna sorridente, la cui espressione nessuno riuscì ad interpretare) l'interno ci lasciò addirittura senza fiato.

Quando fummo con le spalle al portone principale, al centro dell'edificio e gettammo l'occhio lungo tutta la navata centrale, fino all'abside, alla cappella della Vergine, ci colse
un'emozione fortissima, che non avremmo saputo esprimere con alcuna parola ma che era così reale e intensa da farci restare per qualche minuto attoniti, quasi spaesati, come rapiti senza alcun preavviso e proiettati nel bel mezzo di uno dei miti più potenti della nostra cultura.

Sicuramente nella mente di ciascuno di noi
si susseguirono le migliaia di lavoratori che contribuirono in maniera essenziale all'edificazione dell'imponente struttura; i capo mastri che idearono le varie parti ed ebbero l'ardire di preconfigurare l'insieme; gli artisti che realizzarono i bassorilievi, le pareti di vetrate e gli splendidi rosoni; i vescovi che nel corso dei secoli con cieca fiducia nel loro destino, con incrollabile determinazione e quasi con una folle presunzione concepirono, finanziarono e vollero veder realizzato l'immane progetto.

La chiesa è ricca di innumerevoli
splendidi particolari: ricorderò soltanto le incomparabili vetrate e il magnifico rosone di Hermann De Munster e le altre indimenticabili cascate di vetro e stagno realizzate da Thiébaut de Lyxheim e da Valentin Bousch.

Ma è soprattutto l'insieme, l'articolato complesso delle strutture gotiche a creare quell'autentica magia che ci ha come tramortito.

La navata centrale, ad esempio, è alta 42 metri, più o meno come quella di S. Pietro, un po' di meno del duomo di Milano; la sua lunghezza totale è di 136 metri mentre S. Pietro a Roma raggiunge i 186 metri.

Eppure la sua relativa larghezza, la fuga di pilastri e archi a sesto acuto, il rincorrersi della bifore e trifore gotiche, il susseguirsi movimentato delle nervature creano un'illusione che poche altre chiese riescono a suscitare.

Il soffitto a volta, stretto e fortemente arcuato, sembra inattingibile dagli occhi, pare sfuggire ed innalzarsi al di là, al di sopra della città, sembra finire là dove i vescovi avrebbero voluto collocarlo, nella tanto agognata Gerusalemme celeste.

La stessa impressione la si avverte se si guarda la chiesa
nel senso della lunghezza: dal portone principale, l'abside sembra lontanissima, fuori dalla città di Metz, sembra finire al termine del cammino terreno che il credente deve compiere per poter poi meritare la felicità eterna.

Non voglio aggiungere altro, forse ho già detto troppo.


Fatto sta che dopo aver contemplato la cattedrale, senza dire niente, tutti ci siamo diretti sollecitamente alla vettura senza chiedere né voler vedere alcun'altra cosa di Metz.

Nessuno di noi voleva contaminare le emozioni ancora vive e d'altra parte,
che cosa avremmo potuto contemplare di più eccelso?


Post factum

E' chiaro che quando si parla di queste sbalorditive costruzioni non c'entra molto il fatto di essere o non essere credenti.

C'entra la nostra cultura, la nostra storia di europei, c'entrano le idee, le fantasie, la laboriosità, la consapevolezza delle proprie possibilità, la fiducia nel proprio destino che caratterizzarono i popoli da cui tutti discendiamo.

C'entra l'arte con il suo linguaggio universale, capace, dopo secoli, di dire ancora qualcosa di significativo.

L'arte che non è qualcosa di parcellizzato e decomposto ma è opera sublime che, in ogni sua forma, tocca in profondità tutte le corde dell'animo.

La cattedrale di Saint Etienne è una struttura architettonica ma è anche poesia, musica e tanto altro ancora.


Le sue navate cantano il gregoriano più puro;

trasudano la poesia di Dante;

interpretano la scultura di Michelangelo
(il Mosè, più che il David);

vivono la pittura di Pieter Bruegel e forse più ancora quella di Hieronymus Bosch;

meglio di tanti manuali sanno spiegare l'Uno di Plotino.


E' la chiesa ideale per capire certi film di Bergman (penso, ad esempio, a Luci d'Inverno).

Mi ha fatto venire in mente anche
(forse non c'entra un gran che) i palazzi del 'Poema a fumetti' di Dino Buzzati.


Chiudendo gli occhi avresti potuto veder venire avanti, lungo la navata principale, Carlo Magno o Federico Barbarossa e magari anche Gregorio VII°.


Costruzioni del genere sono inimmaginabili al nostro tempo.

Le hanno rese possibili dei popoli fieri e operosi, pronti a mettersi in gioco per dar corpo a ideali che sentivano vivi e concreti, più della loro stessa transitoria esistenza.

Sono il risultato dell'azione, prolungata lungo i secoli, di classi dirigenti che sapevano pensare in grande, che non guardavano mai sotto i propri piedi e lanciavano lo sguardo alle generazioni successive, agivano pensando alla loro considerazione.

Popoli e governati consapevoli della propria eccellenza, e compresi fino al midollo del proprio incomparabile destino: non tanto di singoli individui, ma di comunità e di popolo.

Tutte attitudini che noi abbiamo perso per strada, qualità che i nostri governanti non solo non hanno ma non sono neanche in grado di capire.

Forse è per questo che siamo allo sbando.






















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