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la società multietnica

2007-2010 > 2009 > COSTUME


(12/05/2009)


la società multietnica


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Berlusconi ha detto:
l'Italia non è una società multietnica e non lo diventerà mai.

Si dovrebbe rispondere a questa affermazione con uno slogan:
l'ignoranza al potere.

Sì, perché non esiste in Europa una società più multietnica di quella italiana.

Lasciando da parte le prime popolazioni di cui si ha notizia (
Liguri, Celti, Veneti, Iapigi, Apuli, Latini, Bruzi, Sanniti, Siculi, Lucani …) si sono poi succeduti nella nostra penisola così tanti e diversi popoli, che perfino gli etnologi stentano a numerarli tutti: Ostrogoti, Vandali, Visigoti, Unni, Longobardi, Franchi, Svevi, Sassoni, Normanni, Arabi, Francesi, Spagnoli, Magiari

Noi tutti, da nord a sud, siamo il risultato dell'integrazione di tutte queste popolazioni: forse per questo, come individui, siamo un po' 'speciali', un po' bizzarri, imprevedibili, un po' così …

In ogni caso, tutto siamo fuorché un'entità mono etnica.


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Nel corso dei secoli, l'Italia, come quasi tutte le più importanti società europee, ha dovuto mandare in giro per il mondo a cercar fortuna milioni di suoi figli: non aveva risorse per sfamarli tutti.

L'hanno fatto la Francia e l'Inghilterra, la Germania e la Russia, la Spagna e il Portogallo, la Svezia e la Danimarca …

In tempi diversi e con modalità differenti: chi conquistando con le armi e imponendosi con la forza, chi semplicemente spostandosi da un territorio all'altro o migrando pacificamente.

Gli ultimi sono sempre i 'peggiori', i più rozzi e disgraziati.

Riporto qui sotto un brano segnalato da un amico su FB e che riguarda proprio noi Italiani.

"Non amano l'acqua, molti di loro puzzano perché tengono lo stesso vestito per molte settimane.
Si costruiscono baracche di legno ed alluminio nelle periferie delle città dove vivono, vicini gli uni agli altri.
Quando riescono ad avvicinarsi al centro affittano a caro prezzo appartamenti fatiscenti.
Si presentano di solito in due e cercano una stanza con uso di cucina. Dopo pochi giorni diventano quattro, sei, dieci.
Tra loro parlano lingue a noi incomprensibili, probabilmente antichi dialetti.
Molti bambini vengono utilizzati per chiedere l'elemosina ma sovente davanti alle chiese donne vestite di scuro e uomini quasi sempre anziani invocano pietà, con toni lamentosi e petulanti.
Fanno molti figli che faticano a mantenere e sono assai uniti tra di loro.
Dicono che siano dediti al furto e, se ostacolati, violenti. Le nostre donne li evitano non solo perché poco attraenti e selvatici ma perché si è diffusa la voce di alcuni stupri consumati dopo agguati in strade periferiche quando le donne tornano dal lavoro.
I nostri governanti hanno aperto troppo gli ingressi alle frontiere ma, soprattutto, non hanno saputo selezionare tra coloro che entrano nel nostro paese per lavorare e quelli che pensano di vivere di espedienti o, addirittura, attività criminali".
La relazione così prosegue: "Propongo che si privilegino i veneti e i lombardi, tardi di comprendonio e ignoranti ma disposti più di altri a lavorare. Si adattano ad abitazioni
che gli americani rifiutano pur che le famiglie rimangano unite e non contestano il salario. Gli altri, quelli ai quali è riferita gran parte di questa prima relazione, provengono dal sud dell'Italia. Vi invito a controllare i documenti di provenienza e a rimpatriare i più.
La nostra sicurezza deve essere la prima preoccupazione".

(Il testo è tratto da una relazione dell'Ispettorato per l'Immigrazione del Congresso americano sugli immigrati italiani negli Stati Uniti, Ottobre 1912)

Ne ho letto anche di più sprezzanti, sui nostri connazionali: questo mi sembra, in ogni caso, significativo.

Da notare che chi ha steso quella relazione, era a sua volta immigrato, occupante abusivo di terre non sue, discendente di massacratori di popolazioni indigene: tuttavia era là da più tempo e riteneva di avere più diritti nei confronti degli ultimi arrivati.


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Vorrei sottolineare che, ancora ai nostri giorni, molti nostri connazionali, soprattutto giovani, spesso i più istruiti e preparati, sono costretti ad andare all'estero per trovare una occupazione adeguata alle loro capacità.

Per sopravvivere e per realizzarsi.


Questo perché la nostra società è organizzata in modo chiuso e feudale, in modo tale da lasciare spazio solo alle cordate di potere e a tutti coloro che a queste si agganciano.

Per cui possono trovare un'occupazione gratificante e ben remunerata le veline, i culetti, le tettine e le faccine che sono in qualche modo omogenee al sistema.

Agli altri che non se la sentono di emigrare, è riservata una trafila incerta e dolorosa, dalle prospettive indecifrabili.

Ci sono anche alcuni, pochi, che riescono in qualche modo a far valere le loro qualità e ad ottenere in tempi ragionevoli i riconoscimenti che meritano.

Sono le classiche eccezioni che confermano la ferrea regola generale sopra illustrata.


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Coloro che urlano di non volere una società multietnica amano, in realtà, la società ipocrita.

Non è che non vogliono i clandestini: li vogliono ma soltanto nel numero strettamente necessario a far funzionare la macchina dei profitti.

Li vogliono purché si adattino a vivere come schiavi.

Ad essere, non sottopagati, ma quasi non pagati.

Li vogliono a patto che accettino di vivere in condizioni subumane: dovrebbero lavorare tutte le ore possibili e poi sparire.

Dovrebbero adattarsi a vivere in grotte, magari sottoterra o nel fitto di una boscaglia.

Purché lontani dalla vista.

Non dovrebbero pretendere case, scuole, chiese, servizi igienici e sanitari: non devono chiedere assolutamente niente.

Lavoro bestiale e malpagato: e basta.



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Detto questo si deve anche constatare con molta franchezza che, certo, l'Italia non può accogliere tutti i rifugiati né tutti i clandestini.

L'Africa è un serbatoio inesauribile: non possiamo far fronte da soli alla sua immensa richiesta di umanità.

E, com'è noto, non c'è solo l'Africa.

Anche perché, a chi arriva, bisognerebbe garantire non solo il minimo vitale per la sopravvivenza ma anche un po' di dignità.

Cosa che, con tutta la buona volontà e l'impegno di tanti volontari, non sempre siamo in grado di fare.

Basterebbe andare a visitare uno dei centri di prima accoglienza per verificare questa evidenza.


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Soluzioni facili e immediate non ne esistono.

La bacchetta magica funziona solo nelle fiabe.


Il problema è drammatico e, ad essere ottimisti, ci vorranno decenni per cominciare a risolverlo.

Intanto l'Italia potrebbe muoversi in tante e diverse direzioni.

Non solo verso la Libia: Gheddafi si regge al potere anche con l'appoggio di quei 'negrieri' che controllano le carovaniere che dal deserto portano alle rive del Mediterraneo.

Signori senza scrupoli che con l'aiuto di feroci bande armate spogliano i migranti di ogni loro avere abbandonandoli sulle spiagge, spogli e stremati.

Il Colonnello si è ripreso indietro qualche barcone, in base a dei suoi imperscrutabili calcoli: ma quanto durerà?

Il nostro governo si dovrebbe attivare con energia in direzione dell'ONU, specificamente verso l'Alto Commissariato per i rifugiati.

In quella struttura vegetano fior di burocrati stipendiati come nababbi che si limitano a produrre bellissimi documenti e a dare indicazioni di massima.

Dovrebbero, invece, attivarsi concretamente affinché tutti i Paesi si facciano carico del problema e accolgano, per quanto è possibile, le persone in fuga dalle guerre e dalle persecuzioni.

A partire da quella Svizzera che ospita l'Alto Commissariato ma che non si è mai particolarmente distinta in fatto di apertura e di accoglienza.

E' chiaro che i soggetti che chiedono asilo non possono restare tutti nel primo Paese in cui approdano.

L'Italia dovrebbe poi farsi sentire con molto più vigore dalle Istituzioni Europee.

Se l'Europa costituisce un organismo unitario è chiaro che il problema di una sua parte deve diventare il problema di tutto l'organismo.

I Paesi che vivono al margine sud dell'Unione svolgono un compito gravoso e impegnativo che va a beneficio di tutti gli altri membri.

Che quindi non si possono comportare come gli struzzi.

I rifugiati e i migranti in genere dovrebbero essere gestiti da tutta l'Unione: l'Italia, la Spagna, la Grecia dovrebbero essere i Paesi di transito, i territori di smistamento.

Per la sistemazione definitiva dovrebbero essere coinvolte anche le nazioni del centro-nord Europa.

Infine, il nostro Paese, in collaborazione con le Istituzioni internazionali, dovrebbe operare affinché nelle nazioni di provenienza dei fuggiaschi cessino le guerre e le persecuzioni, si costruiscano scuole ed ospedali, si avviino quelle attività economiche che possono accendere un diffuso benessere di base.

Solo un minimo di benessere che garantisca una tranquilla sopravvivenza e la dignità delle persone metterà fine al flusso di migranti.

Per l'immediato occorre agire con fermezza e con umanità, distinguendo le varie situazioni, senza dimenticare la dignità delle persone e quella pietas che non si può mai negare a chi, per sopravvivere, mette in gioco la propria esistenza.


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Quale società vogliamo?


Quella affaristica del signore delle televisioni, dell'accaparratore della pubblicità?

Tutta tesa ad addormentare le coscienze e ad imbonire i teleutenti affinché sia garantito il massimo di benessere per pochi fortunati?

Quella 'baristica' (da bar) di Bossi e dei suoi gregari?

Una società paesana, chiusa, gretta, chinata solo sul proprio immediato interesse privato, miope al punto da non vedere che la sua azione, nel giro di poco tempo, può trasformarsi in un boomerang micidiale?

Quella 'normale' teorizzata da D'Alema e praticata da quasi tutti i politici di tutti gli schieramenti?

Una società che accetta le disuguaglianze abissali, che giudica ovvio e dovuto il privilegio osceno che le varie caste dominanti ritagliano per sé e, di conseguenza, si rassegna ad un grigio tran tran di vassallaggio?

O non vogliamo invece una società aperta, più giusta e rispettosa?


Una società che retribuisca adeguatamente il lavoro manuale, che dia spazio alla creatività delle persone, che sia in grado di offrire a tutti i suoi membri delle opportunità all'altezza delle aspettative e delle qualità individuali.

Una società attiva e dinamica, pacificata al suo interno e pronta a mettere a disposizione dei meno fortunati tutte le risorse che essa è in grado di reperire.

Avrà una qualche importanza, poi, se questa società sarà o no multietnica?


















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