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la TV della lacrima

2007-2010 > 2008 > FLUTTUAZIONI


(13/02/2008)


La televisione della lacrima mi fa rabbia.

Non ne sopporto i conduttori (le conduttrici).

Il loro approccio è compassionevole: cioè untuoso.

I loro sguardi sono languidi: in realtà sono avidi.

La dizione è lenta e quasi rotta dalla commozione: tradisce ipocrisia e doppiezza.

Il gestire è ampio, lento e sorvegliato: ad uno sguardo più attento è affettato, innaturale ed esagerato.

Tutto, in loro, è artificioso.

Tutto tradisce il loro unico obiettivo:

fare cassetta con i dolori dei partecipanti.

Posso capirli, i confezionatori dei programmi: il loro scopo è firmare contratti pubblicitari.

Per questo devono attrarre un gran numero di spettatori.

Che agganciano con le lacrime.

Più lacrime, più spettatori, più contratti ...

Non capisco invece i partecipanti, le persone che vanno a piangere in pubblico.

Che si prestano a questa operazione di dubbio livello.

Non credo si tratti solo di storie inventate.

Magari !

Penso che molte delle storie proposte siano vere o, almeno, quasi vere.

Che cosa spinge una persona a rinnovare in televisione il proprio dolore?

A squadernare sotto gli occhi di tutti la propria sofferenza?

A piangere senza ritegno, come se fosse la prima volta?

I soldi?

La voglia di presenzialismo?

Una insopprimibile esigenza di partecipazione?

Non lo so, forse tutto questo e qualcos'altro.

Vorrei, tuttavia, sapessero che l'effetto è penoso, irritante e terribilmente fastidioso.

Imbarazzante, sgradevole e disgustoso.

Il tutto, dopo pochi minuti, risulta inguardabile.

Il dolore, soprattutto quello morale, è qualcosa che si vive nelle regioni più profonde della propria intimità.

E' una condizione di cui si possono far partecipi i propri cari, gli amici veri, le persone più discrete e fidate.

Come si fa a darlo in pasto ad una conduttrice (ad un conduttore) che sprizza cupidigia da tutti i pori, che spasima dalla voglia di spararlo ai quattro venti?

Come si fa, nel ricordo, a tradurlo in rivoli di lacrime ad uso e consumo di spettatori estranei, spesso distratti, magari anche non immuni da una smaniosa pruderie?

Non è forse peggio che denudarsi sulla pubblica piazza?
















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