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la vita e la morte

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28 novembre 2010


la vita e la morte




Si è ricominciato a parlare (e a straparlare) di vita e di morte.

E' bastato che in televisione
Beppino Englaro e Mina Welby ricordassero la tristissima vicenda dei loro congiunti, perché, puntualmente, si scatenasse la canea di chi pretende di dettare al mondo intero le regole della vita e quelle della morte.

Non so se c'entra anche il fatto che il governo è in difficoltà e, quindi, il tema vita-morte si presta come argomento ideale per depistare attenzioni morbose.

Ma non voglio fare il
'dietrologo' (anche se Andreotti avrebbe detto che a farlo non si sbaglia mai) e vengo al punto.

*)

La rivista
'Le Scienze' di Novembre ha dedicato un articolo al dibattito in corso in America sul 'finis vitae'.

Quando si può dire che una persona è morta?


Nel
1968 è stato elaborato il concetto di 'coma irreversibile', meglio conosciuto come 'morte cerebrale' o anche come 'determinazione di morte con standard neurologico'.

Si è stabilito cioè che
quando la corteccia cerebrale (sede della coscienza, del linguaggio, delle emozioni e di tutto ciò che è più propriamente umano) e il tronco encefalico (dirige le funzioni biologiche elementari quali respirazione e battito cardiaco) sono distrutti, un individuo non è più vivo, non è più persona, anche se il corpo è caldo e roseo.

E può essere caldo e roseo perché le nuove tecnologie mediche possono far lavorare dei polmoni e battere un cuore praticamente all'infinito.


Il dibattito è animato perché la maggior parte dei chirurghi addetti ai trapianti, preme perché
'i cadaveri a cuore battente' siano dichiarati morti il più presto possibile: in quanto gli organi del donatore, privi del supporto delle normali attività fisiologiche, si deteriorano di minuto in minuto.

Se passa un'ora diventano inservibili.

In ogni caso, per ora, la prassi è ancora ancorata ai principi stabiliti nel '68.


Anche perché anticipare troppo la definizione di cadavere di una persona ormai non più recuperabile, potrebbe spaventare il pubblico e far diminuire la disponibilità degli eventuali donatori.


*)

Il catechismo della Chiesa Cattolica nella parte terza intitolata 'la vita in Cristo', al comma 2278 così si esprime:

'L'interruzione di procedure mediche onerose, pericolose, straordinarie o sproporzionate rispetto ai risultati attesi può essere legittima. In tal caso si ha la rinuncia all'"accanimento terapeutico". Non si vuole così procurare la morte: si accetta di non poterla impedire. Le decisioni devono essere prese dal paziente, se ne ha la competenza e la capacità o, altrimenti, da coloro che ne hanno legalmente il diritto, rispettando sempre la ragionevole volontà e gli interessi legittimi del paziente.'


*)

Ricordo ancora una volta le poche parole sussurrate da papa
Wojtyla in polacco alla suora che l'assisteva: 'lasciatemi andare alla casa del Padre'.

Il papa pur sfinito dalla malattia e ormai quasi incosciente ha voluto comunicare la sua volontà di non essere fatto oggetto, da parte dei medici, di ulteriori cure o sperimentazioni.

Ha capito che era finita e ha preteso che tutti ne prendessero atto.


*)

Ieri papa
Benedetto 16° ha lanciato ai media questo appello: 'esorto i protagonisti della politica e della comunicazione a fare quanto possibile per promuovere una cultura rispettosa della vita'.




E' arrivato il momento di
dire forte e chiaro che è stato Piergiorgio Welby ad amare la vita e che è stato il cardinal Ruini a rimanere legato alla 'lettera che uccide'.

E' stato
Beppino Englaro ad amare sua figlia e la vita mentre tutti coloro che l'hanno osteggiato e combattuto sono stati degli idolatri, adoratori di cadaveri.


Bruno Vespa, che si crede un combattente della vita, dedicherà una puntata di Porta a Porta a raccontare le storie delle persone che vivono in stato vegetativo.

Vittorio Sgarbi vuole dalla Rai una trasmissione per dar voce a tutte quelle persone che non hanno avuto la possibilità di parlare a 'Vieni via con me'.

Si sono scatenati
gli 'scherani' della vita, i 'tromboni' che si autodefiniscono paladini della vita contro quelli che a loro modo di vedere sarebbero i propugnatori di morte.


Una volta per tutte bisogna affermare con chiarezza e con forza che questi signori altro non sono che necrofili e mestatori, seminatori di zizzania e odiatori dell'umanità.


Chi ama la vita, chi onora la persona umana, vuole per sé e per gli altri, rispetto e dignità: per il papa come per Eluana e per qualsiasi altro.

Perché devo accettare che il mio corpo, senza più coscienza né 'spiritualità', senza più alcuna possibilità di tornare a riacquistarle, sia manipolato da estranei, sia denudato e infiltrato senza pietà, sia guardato da sconosciuti e 'bamboleggiato' quasi fosse qualcosa che non mi appartiene, un oggetto di cui ho perso la titolarità, di cui qualcuno si è impadronito per fare le sue sperimentazioni e altri per mostrare a se stessi la propria santità?


Non sono stati splendidi i sussurri di Wojtyla?

Perché non hanno avuto valore per Eluana?


Non sono chiare, per chi crede, le indicazioni del catechismo?

Perché si insiste nel voler rifiutare la morte?



Chi può decidere il 'finis vitae'?


La Chiesa?

Non credo: può dare delle indicazioni ai suoi adepti, ma non può pretendere di promulgare delle norme cogenti per tutti.

Lo Stato?

Né la burocrazia statale né gli eletti del popolo hanno autorità sul foro interno delle persone.

I medici?

La classe medica può offrire informazioni scientifiche circa lo stato biologico delle persone: non può imporre a qualcuno pratiche o strumentazioni che in qualche modo violentino la sua volontà.


A mio avviso se accettare o meno un certo tipo di terapie lo può decidere solo l'interessato: tenendo conto delle indicazioni dei medici, delle leggi dello Stato, delle raccomandazioni della Chiesa se è credente.

Nessuno può sostituirsi all'individuo che si viene a trovare di fronte alla decisione più delicata ed estrema: è l'unico titolare della sua persona.

Tutti dovrebbero essere chiamati, quando sono coscienti e vigili, ad esprimere la propria volontà circa il 'proprio' finis vitae.

In assenza di una dichiarazione esplicita ci saranno i parenti o coloro che hanno condiviso con quel soggetto una parte significativa della loro esistenza.

O, in mancanza di ogni altro elemento, da altri soggetti individuati, questi sì, dalle leggi dello Stato.


Per cui: *. se una persona vuole che il suo corpo venga 'pompato' in vita nonostante la coscienza sia fuggita e non vi sia alcuna possibilità di ritornare a vivere come soggetto umano, ottenga l'ausilio delle macchine e continui a vegetare; *. ma se un individuo, trovandosi in quelle condizioni estreme, non vuole che il suo corpo sia mantenuto in una vita artificiale di puro e semplice cadavere, che abbia la possibilità di andarsene con dignità e serenità rifiutando la supplenza delle macchine.

Chi dei due ama di più la vita?


Nessuno dei due.

Uno dei due cerca la morte?


Non mi pare proprio.


Entrambi cercano di finire il proprio percorso nel modo che ritengono sia il più dignitoso.


Quindi: chi si autoproclama alfiere della vita e accusa gli altri di essere dei dispensatori di morte, o è un incosciente o è in malafede.


La vita è tale fin che è vita umana, piena e dignitosa.

Un cadavere che vibra grazie all'azione delle macchine non è più una persona.


Comunque la si voglia mettere.





















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