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l'autunno del Patriarca

2007-2010 > 2009 > POLITICA


(01/06/2009)


l'autunno del patriarca


Ci sono diversi modi, per gli uomini di potere, di andarsene da questo mondo.

O, semplicemente, di deporre il bastone del comando.

Molti riescono a morire sul proprio letto, per morte naturale.

Tocca soprattutto a chi ha governato 'bene' e, in tempi più recenti, ai capi dei governi democratici.

Ma non sempre: la regola contempla clamorose eccezioni.

Penso a Stalin che, dopo aver condotto l'Unione Sovietica con pugno di ferro, è riuscito a finire i suoi giorni in modo incruento.

Molti governanti incappano, invece, in una morte violenta e in qualche modo 'anticipata'.

Si tratta di dittatori, per lo più, o di soggetti che hanno largamente abusato del potere ottenuto.

Mi vengono in mente parecchi imperatori romani e, in tempi più recenti, Hitler e Mussolini.

Anche in questo caso, tuttavia, la regola ammette delle significative eccezioni.

E' toccato, per esempio, anche ad Abraham Lincoln e a John Fitzgerald Kennedy: che non saranno stati dei santi ma che, certamente, non erano dei dittatori sanguinari.



Chi gestisce il potere attira sempre sulla sua persona non solo attenzioni e astratte valutazioni politiche, ma anche sentimenti e manifestazioni pulsionali: soprattutto se ha svolto la sua opera per lungo tempo e se la sua azione è stata tale da provocare forti conflittualità, attrazione fideistica in qualcuno, rigetto incontenibile in altri.

Questo vale ancora di più per la nostra epoca in cui i mezzi di comunicazione amplificano oltre ogni limite la presenza e l'azione del potere fino a farle diventare ossessive.

Con il risultato di trasformare l'attrazione in servile venerazione e il rigetto in una pericolosa mina vagante: per i gestori del potere e per la società tutta.



A questo proposito voglio ricordare due vicende diverse, una storica e l'altra romanzesca, che illustrano situazioni diverse di 'fine potere'.

La prima riguarda Pericle, capo politico ateniese vissuto tra il 495 e il 429 a.c.

Fu per più di 30 anni il capo indiscusso della democrazia ateniese: diede un grande impulso all'affermazione di Atene nel mondo, favorì l'ingrandimento e l'abbellimento della città, patrocinò in ogni modo la cultura e l'arte.

La guerra del Peloponneso fu, probabilmente, il suo più grande errore politico e militare.

Il conflitto terminò nel 404, molti anni dopo la sua morte, con la completa distruzione di Atene e l'effimera supremazia di Sparta.

Di fatto, quell'interminabile contesa, indebolì tutte le città greche e preparò la loro sottomissione alla 'barbara' Macedonia.

Gli ultimi due anni di vita di Pericle coincisero con i primi due anni della guerra del Peloponneso: il grande stratega ateniese morì nel 429, colpito dalla peste.

Di quest'ultimo periodo ci rimangono due famosi discorsi riportati (ricostruiti) da
Tucidide nella sua nota opera storica intitolata, appunto, 'La guerra del Peloponneso' (Newton ed.)

Il primo fu pronunciato da Pericle per onorare i guerrieri caduti nelle fasi iniziali della guerra: è il noto epitaffio in cui vengono esaltati la grandezza e lo splendore della democrazia ateniese.

'La nostra costituzione non calca l'orma di leggi straniere.
Noi piuttosto siamo d'esempio agli altri senza imitarli.
Il suo nome è democrazia, perché affidiamo la città non ad un'oligarchia ma ad una più vasta cerchia di cittadini; le sue leggi danno a tutti indistintamente i medesimi diritti nella vita privata e per quanto riguarda gli onori, ognuno viene prescelto secondo la fama conquistata, non per l'appartenere all'uno o all'altro partito'.


Il secondo discorso è pronunciato circa un anno dopo: di fronte ai primi insuccessi della guerra gli ateniesi si dimostrano irritati con Pericle.

La città è salva, ancora, ma già qualcuno ha perso i suoi beni, saccheggiati dai nemici.

Pericle dimostra di avere l'autorità morale per rimbrottare i suoi concittadini, così attenti alle perdite private, così poco solleciti del bene pubblico.

'Se il vento spira a favore di un privato per quanto concerne la sua persona, mentre la patria precipita, anch'egli indubbiamente naufragherà con lei; se invece si trova a mal partito, ma la patria è prospera, ha molto maggiori probabilità di salvezza'.

A conclusione Tucidide tratteggia, quasi come una dovuta commemorazione, le caratteristiche salienti della personalità di Pericle.

'Pericle, dall'alto del suo prestigio e del suo genio, assolutamente superiore ad ogni sospetto di venalità, senza limitare la libertà dominava la moltitudine che su di lui non aveva presa. Egli era il vero capo dello Stato perché immune dalla preoccupazione dell'oratoria demagogica, poteva anche permettersi, per l'autorità di cui godeva, di reagire aspramente con i suoi discorsi'.



La fine di un potere è stata anche magistralmente descritta da molti romanzieri, il più incisivo ed efficace mi pare
Gabriel Garcia Marquez.

'
L'autunno del patriarca' (Feltrinelli) è un'opera unica, turgida, trasudante in ogni pagina una fisicità pesante e greve, al limite della sopportazione.

Il 'generale' protagonista del romanzo non è, propriamente, alcun dittatore particolare: rappresenta il 'tipico' autocrate sudamericano, insensibile alle sofferenze del suo popolo, capace solo di imporre con ogni mezzo e fino alla fine la propria persona e la propria volontà.

Ad ogni costo.

Il suo tramonto è squallido e impersonale, terrorizzante e paralizzante, fatto di malanni fisici e di incubi, di isolamento e di terrore.

Si trascina in mezzo a rovine irreparabili, soffocato da odori pestiferi, dentro una putredine maleodorante e fetida.

E', soprattutto, una fine che non finisce mai.


Che sembra esaurita ma che sempre riesplode in atti sanguinari e in massacri ingiustificabili.

Il patriarca-dittatore sembra morto, viene anche dichiarato morto, il suo palazzo è profanato e lordato dagli uomini e dagli animali, eppure i suoi ordini disumani trovano sempre dei solerti esecutori tanto da far pensare non tanto e non più ad una persona in carne ed ossa ma quasi ad una teoria di individui che, nascosti nei recessi più reconditi e inaccessibili dei palazzi governativi, perpetuano l'insondabile e 'necessaria' brutalità del potere.


'… vigile sempre al cicaleccio della servitù che era la gente della casa con la quale parlava la stessa lingua, le cui blandizie serie stimava di più, e i cui cuori decifrava meglio…'

'… non tornò ad avvelenarsi il sangue con il sopore della legge scritta ma governava a viva voce e di persona, in ogni ora e in ogni luogo … assediato da una moltitudine di lebbrosi, di ciechi e di paralitici che supplicavano dalle sue mani il sale della salute e da politici di lettere e da adulatori impavidi che lo proclamavano correttore dei terremoti, degli eclissi, degli anni bisestili e degli altri errori di Dio …'

' … ne approfitti invece per guardare in faccia la verità, signor generale, perché sappia che nessuno le ha mai detto quel che pensa davvero e invece tutti le dicono quello che sanno che lei vuole sentire mentre le fanno inchini davanti e tengono la pistola dietro la schiena …'

'… proclamò l'amnistia generale, precorse il futuro con la trovata magica che il guaio di questo paese è che alla gente avanza troppo tempo per pensare e cercando il modo di tenerla occupata restaurò i giochi floreali di marzo e i concorsi annuali di regine della bellezza …'

' … intravedemmo soltanto l'immagine effimera di sempre, il fantasma di un vecchio inafferrabile vestito di tela che impartì una benedizione silenziosa dal balcone presidenziale e scomparve istantaneamente, ma quella visione fugace ci bastava per sostentare la fiducia che lui era lì, che vegliava sulla nostra veglia e sul nostro sonno …'

' … sorvegliava l'alito di chi lo informava perché sapeva che solo chi avesse conosciuto la verità avrebbe avuto il coraggio di mentirgli …'

' … non aveva altri contatti con la vita reale che la lettura del giornale del governo che stampavano solo per lei, signor generale, una edizione completa di una sola copia con le notizie che a lei piaceva leggere, con il servizio grafico che lei si aspettava di trovare …'

' … mentre procedevano le sollecitudini per comporre ed imbalsamare il corpo, perfino i meno ingenui tra noi aspettavano senza confessarlo la realizzazione di predizioni antiche, come che il giorno della sua morte il fango delle paludi sarebbe risalito attraverso i suoi affluenti fino alle origini, che sarebbe piovuto sangue, che le galline avrebbero fatto uova pentagonali, che il silenzio e le tenebre si sarebbero ristabiliti, perché quello sarebbe stato il termine della creazione. Era impossibile non crederlo, se i pochi giornali che ancora si pubblicavano, si consacravano a proclamare la sua eternità, e a falsificare il suo splendore con materiali di archivio …'



Gli uomini di potere, quelli che il potere lo inseguono e lo vivono quasi fosse l'aria, possono finire e finiscono in tanti modi differenti.


Non a tutti è dato di chiudere i propri giorni con la solenne ed eccelsa dignità di Pericle.

Non tutti hanno la fortuna di trovare un sublime 'cantore' come Tucidide: sorte che, tra l'altro, bisogna sapersi meritare.


L'alternativa è l'avvitamento in una girandola senza fine di insensatezze, lo sprofondamento in un interminabile abisso di proclami e di menzogne, la fuga in una realtà solo sognata, premurosamente costruita e opportunamente imbellettata da una schiera di adulatori e 'prostituti' prezzolati.




















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