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lavorare stanca

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15/11/2009



lavorare stanca



Lavorare stanca è il titolo di una raccolta di poesie di Cesare Pavese (e anche di una poesia della stessa raccolta).

Dopo aver dedicato più giorni ad alcuni improrogabili lavori domestici (tinteggiatura e altro), voglio rendere pubbliche alcune considerazioni che mi sono venute alla mente nel corso degli stessi.

Lo so che il
lavoro manuale non gode di una buona 'stampa', come si suol dire, e che corro il rischio di essere completamente trascurato, ma credo sia importante, almeno di tanto in tanto, mettere a fuoco alcune idee generali.

'Il lavoro nobilita l'uomo', recita il detto proverbiale 'e lo rende simile alle bestie', chiosa la saggezza popolare.



La cultura latina ha espresso al riguardo due orientamenti, uno più di prammatica, di indirizzo se così si può dire, l'altro più chiaro e sincero.

Quanto al
primo possiamo ricordare due citazioni.

Seneca: 'generosos animos labor nutrit' (la fatica nutre gli animi nobili).

Virgilio: 'labor omnia vincit improbus'. La fatica continua e dura supera ogni ostacolo

La
seconda linea mi sembra resa bene dalle seguenti espressioni.

Plinio il giovane: '… iucundum tamen, nihil agere, nihil esse' (tuttavia è bello non far niente e non ricoprire alcun incarico).

Cicerone: hoc ipsum nihil agere et plane cessare delectat: è dilettevole questo stesso non far niente, questo astenersi da qualunque attività.

Le due posizioni sembrano contrapposte, in realtà nella mente delle classi dirigenti romane, si componevano in un mirabile abbraccio.

Le classi subalterne devono sapere che la fatica fisica è qualcosa di alto e di grande che deve diventare l'habitus della loro intera esistenza.

I ricchi e i potenti possono anche perseguire l'otium, che salva dall'ossessione degli affari e dalla bramosia delle cose.



Di fatto
la nostra cultura è allergica al lavoro manuale: esalta e addita soltanto attività intellettuali, comunque aliene da ogni forma di fatica fisica.

Le professioni impiegatizie, dirigenziali o intellettuali godono di un maggiore prestigio sociale e sono anche, solitamente, molto meglio retribuite.



Paradossalmente questa lampante evidenza è stata confermata anche dalla
rivoluzione sovietica, un moto di popolo che aveva preso le mosse, almeno nelle intenzioni dei capi, dai testi di Karl Marx.

Un rivolgimento, quindi, che a rigor di logica doveva porre il lavoro manuale al vertice della società e della scala dei valori e che quindi avrebbe dovuto premiare la fatica fisica più di ogni altra attività umana.

Com'è noto, le cose sono andate molto diversamente: quella rivoluzione ha partorito una pletora di burocrati che ha finito per schiavizzare il lavoro manuale allo stesso modo dei ceti borghesi.


Un tentativo di nobilitare il lavoro manuale l'ha fatto Mao tse tung, nella seconda metà degli anni '60 con la
'rivoluzione culturale': dirigenti di partito, burocrati, intellettuali e professori universitari furono costretti all'autocritica e mandati a rigenerarsi nei campi delle comuni contadine.

Il movimento fu tuttavia così caotico, improvvisato e per molti versi 'autoritario' da produrre, nel giro di qualche anno, dei risultati del tutto diversi rispetto a quelli ipotizzati.



Il lavoro manuale, in sé e per sé, ha degli aspetti positivi che andrebbero recuperati e valorizzati e dei risvolti del tutto negativi che dovrebbero essere quanto meno attenuati.

Per i primi, ricordo che c'è stata una fase, della nostra storia patria soprattutto, che ha esaltato e vorrei quasi dire glorificato l'attività manuale: mi riferisco al periodo che va dal 1300 alla seconda metà del '600.

E' stata un'epoca che ha visto l'affermazione di ingegni straordinari, che non si sono limitati a pensare, a parlare o a scrivere ma che hanno raggiunto eccelsi traguardi realizzando personalmente le loro opere, spaccandosi letteralmente le mani e piegandosi spesso in due dalla fatica.

Ricordate l'avventura michelangiolesca della
Cappella Sistina?

Là non c'è solo un'idea grandiosa ma c'è anche uno sforzo fisico indicibile: l'una e l'altro sono stati componenti indispensabili ed essenziali del genio che noi adesso ammiriamo.

A emblema di tutto questo periodo potremmo citare l'espressione orgogliosa di
Leonardo da Vinci che si definiva 'omo sanza lettere'.



Il lavoro manuale è però anche qualcosa che non ha niente a che vedere con il genio essendo, in realtà,
pura e semplice fatica fisica.

In questo caso diventa un'attività che
abbrutisce e degrada.

Quando la fatica fisica diventa la componente preponderante di una qualsiasi attività, questa finisce per schiacciare l'individuo, per svuotarlo, in definitiva per annientarlo.

Lo priva del pensiero, spegne qualsiasi sentimento, azzera le emozioni, isterilisce le passioni: in una parola lo scarnifica e lo spolpa rendendolo non simile alle bestie ma trasformandolo in cosa, in un puro e semplice oggetto o strumento.

Sofferente, per di più.


E' chiaro che questo tipo di lavori, che una volta erano riservati agli schiavi e che ancora sopravvivono, dovrebbero essere affrontati con decise misure di 'salute pubblica': le ore impiegate in questo tipo di attività dovrebbero essere drasticamente ridotte e la loro remunerazione dovrebbe essere assolutamente incrementata.


E tuttavia bisogna dire che in occidente (e in particolar modo in Italia) è successo qualcosa di impensabile e illogico:
l'orrore per la fatica fisica nuda e bruta, ha spinto al rifiuto di qualsiasi attività fisica, alla fuga dalle attività manuali, di qualunque natura esse possano essere.

Siamo arrivati cioè al rifiuto e alla negazione di tutti gli insegnamenti e gli esempi del Rinascimento.


Se qualcuno non ha chiaro quest'aspetto basta che guardi alla struttura e all'organizzazione del nostro
sistema educativo e scolastico.

I ragazzi (ma la stessa cosa vale anche per noi) diventano grandi passando attraverso vari tipi di scuola, dalla materna alla elementare, dalla media alla superiore: trascorrono nelle aule scolastiche dai 13 ai 14 anni.

E che cosa fanno in tutti questi anni?

Parlano, pensano, leggono e scrivono:
tutto come se non avessero le mani, come se il fare, il realizzare qualcosa fosse del tutto ininfluente o inutile.

Naturalmente la cosa prosegue all'università, dove si impara di tutto fuorché mettere in essere un qualche oggetto materiale.

Basta dare un'occhiata ai nostri istituti tecnici e professionali, per capire come stanno le cose.



Eppure, secondo molti antropologi
ciò che distingue l'uomo dagli altri esseri viventi sono proprio le mani: il loro particolare uso, la quantità e la qualità di oggetti e strumenti che i 'sapiens' sono in grado di realizzare grazie alla loro applicazione.

Addirittura, secondo molti la nostra superiore complessità cerebrale sarebbe stata una conseguenza dell'utilizzazione delle mani.

Cui sarebbe legato anche lo sviluppo del linguaggio.

Se tutto questo è vero, comportarsi come se le mani non le avessimo per niente, a che cosa può portare?























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