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lavoro e/o non lavoro 2

2007-2010 > 2010 > RIFLESSIONI


8 settembre 2010


lavoro e/o non lavoro ( 2°)



Sono arrivati parecchi commenti al mio precedente scritto sul Lavoro e i giovani.

Voleva essere un po' una provocazione: è stata positiva perché ha prodotto delle riflessioni.

Dirò qualcosa circa gli scritti che mi sono arrivati (non per rispondere ma per far proseguire il discorso) e cercherò di
precisare meglio il mio pensiero, anche se in forma sintetica.


*)

La mia
non è una riflessione 'partitica'.

Mi interessano le idee e i valori: quando poi uno va a votare sa dove mettere la croce (o dove non metterla), in base alle sue convinzioni.

Forse dipenderà dalla professione che ho esercitato per gran parte della mia vita, ma non ho mai fatto niente per spingere qualcuno a votare un partito invece di un altro.

E' chiaro che io
ho una mia idea in proposito (l'ho sempre avuta, naturalmente) ma non ritengo giusto né corretto 'sponsorizzarla'.

Anche perché
i partiti spesso hanno a che fare (necessariamente) con compromessi che li allontanano dagli ideali e quindi, per forza di cose, rendono complicata la scelta degli elettori.

Dato che
ho sempre sentito il voto come un dovere, devo confessare che il più delle volte la mia scelta è stata 'negativa': ho scelto cioè il partito che mi sembrava il meno peggio.


*)

Quanto alla religione.

Come ho spiegato più volte, sono convinto che tutti gli esseri umani, in quanto avvertono l'
ansia dell'infinito e sono spesso suggestionati dal mistero (o dal Mistico, come lo chiamava Wittgenstein) sono calati dentro una dimensione che possiamo definire religiosa.

Quanto alle
religioni rivelate il discorso è diverso: ognuno è libero di credere o di non credere, di accettare o meno una data fede.

In questo senso credo di essere un
laico non credente.

In ogni caso
tutte le scelte sono degne di rispetto.

Quel che mi pare necessario affermare è tuttavia questo punto: visto che ci sono credenti e non,
le regole che sono alla base della convivenza civile delle varie comunità non possono ispirarsi ad alcuna rivelazione.

Nessuno può dire: tutti devono comportarsi in quel dato modo perché l'ha detto Dio.


Gli uomini hanno strumenti sufficienti per organizzare una convivenza civile e rispettosa, senza ricorrere a istanze extra naturali.

Nessuno le può accampare, per il semplice fatto che tutti, indistintamente, potrebbero farlo.


E saremmo alla babele.

L'istanza soprannaturale può valere per il singolo, per i credenti, non per tutti.

Faccio un esempio: se una comunità decide di ammettere il divorzio e l'aborto non vuol dire che lo impone.

Chi è credente, non vi ricorrerà e resterà fedele alle leggi del suo Dio (tutti sappiamo come è andata a finire ...): ma deve permettere che i non credenti possano regolarsi diversamente.


*)

Il '68.


Non vorrei tornare su un argomento che mi tocca in prima persona e su cui
ho già scritto più volte (chi vuole può trovare materiale sul sito).

Il '68 ha tante colpe ma qualcuno gli attribuisce addirittura quella di esserci stato.


E' chiaro che questa negazione totale non mi trova d'accordo.

A mio avviso non saremmo (rispetto agli
elementi positivi) quelli che siamo se non ci fosse stato il '68: penso, ad esempio, alla critica all'autoritarismo; alla liberazione della donna; alla rivendicazione di un maggior rispetto per tutti gli esseri umani, anche per gli ultimi; all'attenzione nuova rivolta al riscatto dei popoli …

Si potrà anche dire che era meglio se le donne se ne stavano zitte e buone a fare la calza in cucina: ma io non la penso così.

Dal '68 si sono poi originate innumerevoli
storture, com'era inevitabile e come sempre accade nelle vicende umane: la retorica del sindacalismo assoluto, la demagogia dell'istruzione liceale per tutti, il perdonismo, il buonismo …

Ma dire che l'attuale situazione è stata originata, in negativo, solo dal '68 mi sembra eccessivo e anche fuorviante.


Forse è solo un comodo alibi.

Per concludere su questo punto vorrei ricordare che
la maggior parte dei signori che attualmente ci governano - per lo più indecenti e impresentabili - (e che hanno più o meno la mia età) non ha fatto il '68: molti l'hanno combattuto a spada tratta fin dalle sue origini.

Per non parlare di
Capezzone che non è certo del '68: lo regalo alla prima generazione che lo reclama.


*)

Per risolvere gli attuali problemi qualcuno invoca una rivoluzione, molti pensano ad una dittatura, più o meno morbida, più o meno a tempo.

Le rivoluzioni sono eventi drammatici che falciano, spesso, una gran quantità di vite innocenti.

Non me le auguro.

Condivido l'idea di
Kant: se una rivoluzione non è preparata e accompagnata da un radicale mutamento culturale e da una presa di coscienza generalizzata, alla fine non farà altro che sostituire il precedente potere con un altro uguale e, a volte, addirittura peggiore.

E tuttavia, come ho notato più volte, spesso
le rivoluzioni scoppiano perché diventano inevitabili.

Quando le condizioni di vita del popolo raggiungono un livello talmente basso da non poter più essere sopportato, allora l'elemento compresso esplode con tutte le conseguenze collegate.

Detto questo bisogna aggiungere che,
a volte, le rivoluzioni, con tutti i loro orrori, producono anche effetti positivi che non si possono disconoscere: penso alla rivoluzione americana, a quella francese e per qualche aspetto anche a quella sovietica.

Per
la dittatura il discorso è diverso: intanto non è mai un affare di popolo ma di una élite o di una cricca che quasi sempre agisce contro il popolo.

Pensare che una dittatura sia a tempo, mi pare una grossa ingenuità: è chiaro che chi afferra il potere in maniera violenta e lo esercita comprimendo le libertà e usando la forza, non può permettersi, dopo qualche anno, di abbandonare il potere e di rientrare nella normalità.

Che, per lui, rappresenterebbe la fine di tutto, forse anche della vita.

Storicamente mi pare di poter dire che
le dittature, a parte forse quelle greche del 6° secolo a.c., non solo sono state esiziali per i popoli ma, a differenza delle rivoluzioni, hanno anche lasciato dietro di sé distruzioni e desolazione accompagnate da aspetti positivi talmente marginali da essere molto spesso quasi invisibili.

La dittatura può sembrare la determinazione ideale quando i problemi sono particolarmente aggrovigliati e incancreniti: nei fatti ha sempre rappresentato una non soluzione e un di più di sofferenza e di ingiustizia.




In conclusione e tirando un po' le fila (provvisorie) del mio discorso.


Ogni generazione è legata alle precedenti: nel bene e nel male.


Incolpare le generazioni precedenti della situazione che tocca in sorte è un esercizio positivo dal punto di vista psicologico: ci si sente meglio, più rilassati, sgravati di colpe e responsabilità; ma è totalmente inutile rispetto alla soluzione dei problemi.

E' inevitabile che ogni generazione sia 'vittima' delle precedenti: se non altro per il semplice fatto che viene dopo.


Recriminare su questo è come prendersela con la legge di gravità.

Così come è inevitabile che ogni generazione goda di tutto quello che le generazioni precedenti hanno prodotto di positivo.

Molti di noi non riuscirebbero nemmeno a vivere senza la miriade di prodotti e accorgimenti che le generazioni precedenti ci hanno trasmesso.

Quindi?


E' legittimo che ogni generazione si interroghi su se stessa e su chi l'ha preceduta: che porti avanti analisi, anche impietose, che esprima giudizi, anche categorici, che pronunci condanne, anche definitive.

Dopo, tuttavia, ogni generazione deve fare ciò che le compete, ciò che è di sua pertinenza, senza scuse né alibi.

Diversamente siamo al piagnisteo insopportabile, alle imprecazioni sterili e alle scappatoie improbabili, che non risolvono niente e rischiano, se mai, di peggiorare la situazione.

Nessun altro può fare ciò che spetta ad una certa generazione.

Se la questione non viene affrontata da chi di dovere, quella rimane tale e quale, anzi peggiorerà ulteriormente e così, più corrotta, passerà alla generazione successiva.

Che quindi avrà, a sua volta, validi argomenti per recriminare, per lamentarsi, per maledire chi l'ha preceduta e, magari, per non fare assolutamente niente caricando sulle spalle dei propri figli una matassa ancora più ingarbugliata e maleodorante.

La mia proposta si riferiva ad una ripresa, in chiave contemporanea, della metodologia e delle filosofia sociale di Gandhi.

Con tutti gli opportuni aggiustamenti del caso.

Purtroppo su quella esperienza non ci si sofferma mai molto, né al tempo della scuola, né all'interno dei programmi televisivi.
La scena è sempre occupata dai grandi dittatori,
Hitler e Stalin su tutti, che hanno seminato morte e distruzione in quantità industriale: sullo smilzo avvocato indiano solo qualche cenno fugace, quasi non fosse esistito, quasi non avesse fatto niente di così importante.

A mio avviso,
non è un caso: il Potere teme quei metodi e quelle strategie, le vuole cancellare, fa di tutto perché nessuno ci rifletta o colga le implicazioni positive.

Certo!

Non tutto quello che ha fatto o detto Gandhi è condivisibile, almeno dal mio punto di vista: penso, per esempio, alla
corposa ideologia religiosa di cui ha permeato tutta la sua azione.

Ma tanti aspetti sono senz'altro notevoli e degni della massima considerazione.

Rispetto alla mia proposta, se così si può chiamare, sento un certo menefreghismo, un fatalismo corrosivo, quasi un senso di bonaria sufficienza se non di vero e proprio dispetto verso chi chiama a lottare contro i mulini a vento.

Eppure Internet esiste, esistono i social networks e ci sono le mail e gli sms.

Eppure
la situazione non è certo rosea, almeno per molti, né gratificante.

E non sarebbe certo impossibile costruire un evento, stabilire un appuntamento, realizzare una iniziativa di massa, anche senza l'intervento di partiti o sindacati, anche senza il sostegno della carta stampata o l'amplificazione della televisione.

Se non lo si fa è solo perché non si vuole fare.

Semplicemente.

Non serve a niente?

E' da vedere.

E, se mai, lo si stabilirà dopo.

In ogni caso tutto ciò che avviene ha delle conseguenze.

Se non altro servirà a star meglio con la propria coscienza e con il senso di responsabilità che ci lega a chi viene dopo.

Le generazioni che verranno potranno dirci che non abbiamo risolto il problema ma non potranno rimproverarci di non aver fatto niente.

E' anche una questione di orgoglio.

Di orgoglio generazionale.

Io le sento queste cose.

Nessun altro le avverte?

E' solo una mia 'paranoia?'.

Vedrò di curarmi.


































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