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le feste e ... l'amore

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27/12/2009



le feste e ... l'amore


Le feste parlano spontaneamente di amore.

Sono una delle occasioni dell'amore.


Le feste di Natale, in particolare, celebrano la famiglia, esaltano lo stare insieme, evocano vicinanze profonde, fanno riscoprire e riattivare anche i legami più arrugginiti, tacitano le incomprensioni e favoriscono la comunicazione, quella più profonda e radicale.

Sarà per questo che nelle feste in corso si è tanto parlato di amore.

A proposito e molto di più a sproposito.



Lo ha fatto
la Chiesa: è giusto che lo faccia.

Si potrebbe dire che è un suo dovere istituzionale.

Il cristianesimo è nato come religione dell'amore.

Nei secoli è stato mille altre cose diverse ma non per questo può dimenticare del tutto le sue radici.

Non sarebbe male se, oltre che parlare di amore, la Chiesa indicasse con nome e cognome chi, di fatto, pratica l'odio e la contrapposizione; se, magari, si decidesse a contrastare chi produce e mantiene sofferenza; se, almeno, prendesse con forza le parti di chi subisce violenza e prevaricazione.



L'ha invocato il
Berlusconi ferito e, subito dopo, ne hanno cantato la litania i soliti fedelissimi: da Cicchitto a Gasparri, da Bonaiuti a Bondi, da Schifani a Capezzone.

Hanno addirittura riesumato la dizione '
Partito dell'amore', dimenticando che è già stato fondato il 12 luglio del 1991 da Cicciolina e dai suoi sostenitori.

E qui siamo già agli equivoci, ai qui pro quo.


Il movimento di Cicciolina entusiasmò i semplici e dilatò le pupille degli 'affamati' di sesso che intravidero un'occasione di facili incontri e di soddisfacimenti a buon mercato.

Il Partito dell'amore che viene ora riproposto dalla
compagnia del PDL è, invece, qualcosa di vagamente inquietante.

Perché la proposta viene da chi, attualmente, detiene in Italia le leve del potere: la Storia e la Letteratura hanno sempre mostrato che
quando il potere parla d'amore bisogna drizzare le orecchie.

E' sempre un amore peloso, quello che viene proposto, un amore pro domo sua, un amore che se non è il suo contrario, nella migliore delle ipotesi nasconde qualcos'altro.

Basta guardare le facce di quelli che propongono l'amore: pensate se assomigliano a quelle del Dalai Lama, di Mandela, di Gandhi o di Giovanni Paolo II°.

Basta ascoltare i loro discorsi, seguire i dibattiti, riflettere su tutto ciò che dicono un minuto dopo aver proposto l'amore: mettere al bando questo e quello; aggredire, fiaccare e rendere inoffensiva la tale istituzione; infiltrare e svuotare quell'altra …




Ma non era di questo che volevo parlare.

Purtroppo l'attualità, con le sue continue iniezioni di novità, mi condiziona al punto da far prendere alle mie riflessioni una direzione del tutto diversa, inusitata, a volte addirittura non voluta.

Volevo invece soffermarmi un po' su ciò che queste feste rappresentano per molti.

Diventano, in concreto, l'occasione per incontrarsi, per stare insieme, per rivedersi e parlarsi, magari dopo un lungo periodo di lontananza.


La fase più bella e più limpida è probabilmente quella della preparazione.

L'immaginario proprio dell'attesa è denso e struggente, scevro di qualsiasi impurità, solare e appagante.

Soprattutto quando l'attesa diventa anche fervore attivo, arricchito dall'acquisto di regali, dalla predisposizione di 'pensierini', dalla stesura di dediche e bigliettini.

L'attesa dell'evento positivo agognato è, insomma, carica di sensazioni piacevoli, sprigiona allegria, dispone l'animo alla fiducia e all'intimità.



Poi viene
l'incontro che, nei voti, dovrebbe realizzare tutto quanto prefigurato nell'aspettativa.

Gli incontri, come si sa, non vanno sempre nella direzione voluta.


Non tutto ciò che si era fantasticato può concretizzarsi: perché le persone non sono esattamente come le immaginiamo; perché noi stessi, spesso a nostra stessa insaputa, non siamo così come ci pensiamo; perché le circostanze portano imprevisti ed elementi incontrollabili che vanno a sparigliare il set predisposto; … … …

Comunque, a parte i casi più disgraziati, si può dire che
pure l'incontro è ricco di soddisfazioni e di piaceri.

Qualche frizione è inevitabile ma la gioia di ritrovarsi, la felicità delle parole e dei ricordi, il godimento legato anche solo allo star vicino alla persona cara, superano e sublimano tutte le contrarietà.



L'incontro, tuttavia, ad un certo punto ha fine e
sopraggiunge il momento della separazione.

Che è dolorosa, penosa, spesso anche lacerante.


Quanto più l'attesa è stata intensa e l'incontro è stato lieto e inebriante, tanto più il distacco è fastidioso e amaro.

La partenza è un momento essenziale di tutto il processo che nasce con l'attesa e tuttavia giunge sempre inaspettata, è brusca e dura, ci coglie sempre impreparati.

A nulla serve pensare che, in realtà, se non ci fosse l'addio non esisterebbe nemmeno tutto ciò che lo precede.

Lasciarsi, quando si è stati bene, comporta necessariamente uno strappo profondo che si sente immeritato, che, quanto meno, si vorrebbe evitare.

Non so sia più forte il piacere dello stare insieme o il dolore dell'allontanamento.


Forse è più forte quest'ultimo.

Per fortuna quando si pensa alla festa, non si pensa al dopo, non si soffrono, preliminarmente, le pene della fine, per cui si corre all'incontro leggeri, pieni solo d'ansia e di buona disposizione.

Il dopo sopraggiunge inevitabilmente e naturalmente: ma dopo.


In un secondo momento non prefigurato che, quindi, non pregiudica né il prima né il durante.

Se le cose non stessero così, se, cioè, il distacco fosse presente nella psiche con tutto il suo contorno ingombrante di ferite e privazioni fin dall'inizio, molti incontri non si realizzerebbero.

Si rinuncerebbe al piacere preliminare pur di evitare le pene finali.

Forse è meglio che siamo proprio come siamo.




















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