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le rivoluzioni e noi

2011 > popoli (Italia, Europa, Mondo)


24/02/2011


le rivoluzioni e noi



La Storia è una scienza relativa.


Riflette sempre un certo punto di vista, l'angolo di visuale di chi la scrive.

Oggi ne abbiamo, non la conferma, ma la certezza.


Quella che si raccontiamo abitualmente, è la storia del mondo occidentale, più precisamente dell'Europa occidentale.

Essa contiene soltanto ciò che ci riguarda, che ci tocca da vicino, che ci solletica in qualche modo, nel bene o nel male.

Gli eventi nord Africani lo dimostrano chiaramente.


Tutto il nord Africa è in fiamme: ha dato vita ad una
rivoluzione epocale.

Paragonabile agli eventi che tra gli anni 50 e 60 del 900 determinarono la decolonizzazione.

Nel Sudan si è tenuto un referendum la cui portata non è ancora possibile valutare pienamente: il Sud, nero, ha votato per il distacco e l'indipendenza dal nord arabo.

Qui da noi?


Una scarsa attenzione, molta indifferenza, astio e fastidio.

Sì, perché noi non siamo interessati a quegli eventi per ciò che rappresentano in se stessi, ma per gli effetti, negativi, che potrebbero avere sulle nostre economie e, più in generale, sulle nostre esistenze.

Siamo preoccupati per il flusso di petrolio, per l'arrivo o il taglio del gas, per le commesse delle nostre imprese.

Per il paventato arrivo sulle nostre coste di migliaia di profughi.

Un po' anche per le vite dei nostri connazionali.


Per questo, solo per questo, stiamo con il fiato sospeso: della brutalità dei dittatori e delle migliaia di morti non ci cale più di tanto.

Astratta matematica,
macabra contabilità che sempre è collegata a questi eventi.

Non pensiamo nemmeno ad un dato di fatto clamoroso e incontrovertibile:
quei popoli stanno cacciando i dittatori che il nostro governo considerava partner importanti e affidabili.

Quelli stessi che il nostro presidente del consiglio ha omaggiato fino al voltastomaco, non vergognandosi né di inchini, né di baciamano né delle mille altre piaggerie di cui si è reso osceno protagonista.


E non ci passa nemmeno per la testa di scendere in piazza a chiedere le dimissioni del nostro
satrapo: non di tanto in tanto, ma ogni giorno e con sempre più forza.

E sì che per questo non dovremmo nemmeno pagare quel drammatico e terribile tributo di sangue di quei popoli.


No, stiamo qui,
ci gingilliamo come inebetiti, guardiamo il guitto al potere che si dimena e che le prova tutte pur di sfuggire alle sue responsabilità, ammiriamo la fierezza e il coraggio di quei popoli ma ce ne stiamo a casa, a parlare di calcio, ad aspettare il carnevale, a lasciare che chi ci disonora ogni giorno urbi et orbi continui a farlo impunemente, fino allo sconquasso delle Istituzioni, fino a spaccare il Paese, fino alla fine dei suoi giorni e del nostro benessere.


Bisogna che ce lo diciamo francamente e senza distinguo, almeno una volta:
la Storia non passa di qua, si sta facendo da un'altra parte.

Vicino a noi, ma senza di noi: noi non c'entriamo niente.

Stiamo nascosti nelle nostre trincee, aspettando che passi la buriana.

Fiduciosi nel solito
stellone che, finora, ci ha sempre graziato.

Se poi, una volta o l'altra, lo stellone diventerà uno tsunami, mi auguro che avremo, finalmente e semplicemente, la dignità di subirlo.

Senza battere ciglio.

Senza frignare.




















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