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liturgia

2012


30 maggio 2012


liturgia



Deriva dal greco 'leitourgia' che significa: carica pubblica, servizio pubblico, funzione o ministero divino.

Nell'antica Atene i cittadini più abbienti di tanto in tanto sovvenzionavano opere di pubblica utilità con una maggiorazione straordinaria delle imposte.

Dal Medio Evo il termine ha assunto il significato di un insieme di riti e cerimonie con cui la chiesa manifesta anche esteriormente la sua devozione a Dio.

In epoca contemporanea ha assunto un significato ancora più ampio: si può dire che ogni qualvolta un popolo o una comunità festeggia o riafferma i fondamenti del suo stare insieme, celebra una liturgia.

Liturgici sono ad esempio gli eventi che, il 25 aprile, ricordano la liberazione.

Naturalmente ci sono anche
tante contingenze della vita di singoli cittadini o di una famiglia che sono, a tutti gli effetti, liturgiche.

Penso alla
nascita di un nuovo membro, alla celebrazione di un matrimonio o al rito che 'saluta' un defunto.

Sono tutti momenti di capitale importanza, in occasione dei quali una comunità si riunisce, consolida i legami e riafferma i vincoli di appartenenza.

Non sono solo semplici atti esteriori che lasciano il tempo che trovano: meno che mai trattasi di inutili formalità.


Abbiamo bisogno, di tanto in tanto, come popolo e come comunità più circoscritte, di ritrovarci, di sentirci uniti, di riproporre anche pubblicamente e anche in modo formale quei valori che sono alla base della nostra convivenza.

La Chiesa cattolica (ma anche le altre Chiese, cristiane e non: per non parlare delle comunità 'primitive') ha capito da subito l'importanza di questi riti e ne ha fatto un caposaldo della sua missione.

E questo è certamente uno dei fattori che giustificano la sua longevità.

E forse la sua crisi attuale è da attribuirsi anche all'affievolirsi della sua azione liturgica, alla confusione che si è ormai ingenerata nei suoi riti e nelle sue cerimonie.

Dico questo da laico.


E lo dico perché
mi sono spesso domandato come mai il pensiero laico non è ancora riuscito a conquistare saldamente le grandi masse popolari.

Secondo me uno dei motivi più importanti è collegato alla liturgia.

I laici non hanno liturgie.

Non hanno saputo crearne.


E quando le hanno create le hanno poi abbandonate e dismesse.

I laici rifiutano le liturgie.

Se ne vergognano.

Quando le celebrano lo fanno con fastidio, quasi con disgusto.

Ma così non possono pensare di conquistare le masse.

Che hanno bisogno oltre che di parole anche di comunione.

Oltre che di ragionamenti anche di calore.

Oltre che di razionalità anche di sentimento.

Oltre che di verità anche di passione.



C'è stato un periodo,
a cavallo tra gli anni '60 e i '70 in cui il mondo laico e progressista si ritrovava spesso con manifestazioni all'aperto o negli stadi: per affermare i propri valori, per contrastare il militarismo, per sostenere le fragili democrazie sparse per il mondo.

Erano
eventi liturgici veri e propri che rinvigorivano gli ideali e cementavano le volontà.

E avevano anche gli officianti 'adatti'.


Ricordo
Umberto Terracini, con la sua prosa ottocentesca.

Ricordo
Ferruccio Parri, con la sua intatta passione.

Ricordo
la manifestazione tenutasi nel settembre del '73 al palazzetto dello sport di Roma, per condannare l'assassinio di Allende e il colpo di stato militare di Pinochet.

Eventi e personaggi che sembrano appartenere ad un'altra epoca e che sono dell'altro ieri.

'Riti' e 'celebranti' nei quali le persone trovavano tutte intere se stesse: le ragioni della mente ma anche quelle del cuore.

Oggi quei 'celebranti' sono morti e nessuno sa più organizzare certi eventi.


Voglio solo ricordare
la manifestazione indetta il 15 ottobre del 2011, alla quale ho partecipato, dalla quale sono dovuto fuggire a causa degli scontri violenti.

Non c'era un palco, non c'era un microfono, non c'era alcun centro né alcun nucleo attorno al quale aggregarsi: poteva non finire disastrosamente?

E non sono solo i grandi eventi che vedono i laici assolutamente in ritardo rispetto alle chiese:
anche i piccoli-grandi appuntamenti della vita individuale li vedono oltremodo carenti, se non addirittura assenti.

Che cosa si fa quando nasce un bambino?

E quando due si sposano?

O quando si tratta di commemorare una persona cara scomparsa?


Se non si va in chiesa non si riesce a fare quasi niente.

Ricordo, a questo proposito
due eventi cui ho partecipato: uno in positivo e l'altro in negativo.

Un matrimonio, il primo:

Il luogo scelto era magnifico, così come il clima psicologico e meteorologico.

L'assessore comunale addetto alla celebrazione del matrimonio (una donna!) ha saputo trovare tempi, modi e parole per trasformare quella che spesso viene trattata come una veloce pratica burocratica, in un vero e proprio rito, ricco di pathos e di tensione vera.

Alla fine tutti sentivamo di aver partecipato a qualcosa di importante e unico, di aver in qualche modo consolidato con l'unione degli sposi anche le nostre unioni: con il partner, con i figli, con gli amici.

Nessuno ha avvertito, in quella circostanza, la mancanza di un sacerdote o di una chiesa.

Il secondo è stato invece un
funerale.

Era
morta una cara amica, in giovane età, nemmeno 40 anni, stroncata da un terribile tumore combinato con l'improvvisazione e la presunzione dei medici.

Un evento terribile e drammatico a cui, ancora adesso, non riesco a tornare con la dovuta serenità.

Il funerale è stato completamente 'laico': niente chiesa e niente preti.

Fin qui va bene.

Ma non c'è stato niente di niente.


La poveretta giaceva distesa in una stanzetta e con la sua persona gridava al mondo intero tutta la sua incredulità di fronte a quell'evento che l'aveva travolta ancor giovane e nel pieno di progetti importanti da realizzare.

Noi andavamo e venivamo da quella stanza, ci riunivamo in crocchi a parlare del più e del meno, ci avvicinavamo ai parenti più stretti a recitare frasi di circostanza e ci ritiravamo nuovamente in disparte in attesa di qualcosa che nessuno sapeva bene che cosa fosse.

Questo qualcosa alla fine si materializzò nel nero carro funebre che 'incamerò' la giovane amica e la portò velocemente al cimitero.

Nessuno prese la parola, nessuno delineò pubblicamente un ricordo, nessuno ne ripropose in qualche modo la splendida, schietta figura.

Ognuno visse l'evento per conto suo in modo alquanto fortuito, o accanto agli amici a parlare di lei e soprattutto di tante altre cose di nessun conto.

In quel caso si è sentita nettamente la mancanza di una liturgia, di quel qualcosa che avrebbe potuto unire i partecipanti e che, mancando, ha lasciato ognuno alle proprie elucubrazioni.


Leggo spesso il blog di
Piergiorgio Odifreddi e devo dire che condivido molte delle sue considerazioni.

Nella sua
polemica anti ecclesiastica, tuttavia, a volte mi sembra esagerato.

Si affida a pure considerazioni di natura 'cerebrale': non considera i sentimenti, le passioni e gli affetti di cui i popoli e le comunità hanno bisogno.

Di cui tutti abbiamo bisogno.

Da laico a laico vorrei dirgli: troviamo i modi e le forme per far sì che le comunità possano 'celebrare' gli eventi topici della loro esistenza con calore e partecipazione.

Non si deve trattare di qualcosa di artefatto ma di modalità sentite e coinvolgenti.

Esistono e volendolo e si può fare.

Ma se non siamo capaci di dar vita a qualcosa di significativo o se, semplicemente, non ci va di impegnarci in quella direzione, allora lasciamo al popolo i suoi riti e le sue celebrazioni senza indulgere alla critica o peggio ancora al dileggio.

Se non capiamo l'importanza delle 'liturgie', non è colpa 'loro', ma solo nostra.

Non si vive di soli beni materiali né di soli ragionamenti.

Ma anche di comunione e partecipazione.

Che, in certe circostanze, solo una
'liturgia' sa accendere.


























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