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mostri, barbarie e caverne

2007-2010 > 2010 > RIFLESSIONI


14 ottobre 2010


mostri, barbarie e caverne




Da giorni non si fa che parlare di mostri.


Si susseguono eventi, individuali e collettivi, che inducono televisioni e giornali ad evocare il termine
barbarie.

E non in Africa o in Estremo Oriente, ma proprio qui da noi, in quest'Italia che traballa e vacilla, che sempre più a fatica riesce a stare in piedi sulle proprie gambe, che ancora respira e si dimena ma sembra anche sull'orlo del tracollo.

Ricordate:
il centro-destra ha vinto le ultime elezioni politiche condannando e bombardando con ogni mezzo la presunta tolleranza del centro sinistra.

La sua incapacità di gestire l'ordine pubblico.


Promettendo rigore e
tolleranza zero, la fine della malavita e degli atti criminosi, singoli e associati.

E invece tutti hanno potuto vedere, a
Genova, delle forze dell'ordine non solo incapaci di impedire e di sedare delle plateali manifestazioni di violenza, ma quasi inette, spettatrici inconcludenti di un dramma assurdo.

Tutti abbiamo seguito con trepidazione e sdegno gli episodi relativi al
tassista milanese ammazzato di botte per aver inavvertitamente investito un cagnolino, all'infermiera romena stesa con un pugno, per futili motivi, nell'indifferenza generale, allo zio di Avetrana che ha ucciso la nipote quindicenne e ne ha violentato il cadavere.

Con ogni evidenza abbiamo a che fare con un raggruppamento politico che ha vinto le elezioni
promettendo qualcosa che poi non ha mantenuto: lo stesso potrebbe dirsi del problema dei rifiuti e dello sbarco dei clandestini.

Se ci fosse una televisione pubblica indipendente degna di questo nome, dovrebbe denunciare gli inganni e le menzogne che stanno sotto gli occhi di tutti.

E invece la RAI, con
Minzolini nasconde la realtà inventandosene un'altra di comodo (quella che piace al Padrone) e con Masi si incarica di tappare le poche bocche libere ancora in circolazione (vedi l'inusitata censura inflitta a Santoro).



Ma non è di questo che voglio parlare.

Non solo di questo, almeno.


Torniamo per un momento ai Serbi e alla Serbia.


La storia della
Serbia è lunga e complessa, contorta e intricata: è la storia di una soggezione secolare e mai accettata all'impero ottomano.

Una storia fatta di efferatezze e massacri, di aspirazioni infrante e di sconfitte 'gloriose'.


Com'è noto, uno delle date più care ai nazionalisti slavi è il
1389, anno in cui l'esercito serbo fu sconfitto dai Turchi in Kosovo.

(
Ivan Bogdanov, il ciccione incappucciato di nero che dirigeva a Genova gli ultras serbi, ha quella data tatuata sul braccio)

Dopo la seconda guerra mondiale la Serbia, grazie all'azione del croato Tito, riuscì a realizzare l'unione di tutti gli Slavi del Sud: diede vita alla Jugoslavia in cui era, di fatto, la regione egemone.

Quella Repubblica non resse alla scomparsa del suo fondatore ed artefice:
morto Tito cominciò la dissoluzione.

La Serbia visse il distacco e l'indipendenza delle varie regioni (
Slovenia, Croazia, Bosnia, Macedonia e da ultimo anche il Montenegro) come una vera e propria spoliazione, una perdita dolorosa subita come un destino atroce, accettata solo obtorto collo.

La transizione non fu certo indolore e costò a quelle zone, guerre, distruzioni, massacri e vere e proprie pulizie etniche.


Il mondo occidentale, con una serie rovinosa di
bombardamenti, anche su Belgrado (cui ha partecipato anche l'Italia di Massimo D'Alema), si incaricò di fare ingoiare alla Serbia tutti i bocconi indigesti che la Storia le metteva sul piatto.

E non è finita: la questione
Kosovo è ancora tutta da sistemare.

Oggi la
Serbia è una piccola nazione con una economia in espansione e una psiche disastrata, se così si può dire.

La Serbia è un Paese terremotato dentro, che non sa come trovare la sua diversa, definitiva identità.


Ha le mani protese verso il futuro e la testa immersa nel passato:
non dimentica gli affronti, esalta le sconfitte, coltiva rancori, medita vendette.

E mentre
il suo Pil aumenta del 7 - 8 % all'anno (il nostro non arriva all'1), molti dei suoi giovani non trovano di meglio che inneggiare ad Arkan, il capo delle Tigri, la banda che negli anni '90 si macchiò, in tutta la ex Jugoslavia, di massacri e nefandezze disumane.


Ci sono popoli che, nell'indifferenza o con la complicità di tutti gli altri, ad un certo punto regrediscono nelle caverne e precipitano nella barbarie.

Così come
ci sono individui che, per tutta una serie di circostanze, si isolano in una capsula di brame e di rancori che ogni tanto esplode lasciando sul terreno tragedie e morti ammazzati.

Non faccio il 'buonista', nel senso che non dico che le responsabilità sono solo degli altri: c'è sempre una dimensione individuale, di ciascun popolo e di ogni singola persona, che materializza e determina le scelte.

Voglio solo dire che
la responsabilità individuale, che pure esiste, non è l'unica e spesso non è nemmeno quella prevalente.

La comunità internazionale, l'insieme delle nazioni più vicine, deve aiutare ciascun popolo ad accettare la sua storia, ad affrontare gli eventi anche quelli più duri e imprevedibili, a razionalizzare i rovesci e ad elaborare le sconfitte per depotenziarle.

Nessuno esclude che non si possano adottare provvedimenti drastici come le sanzioni o, come ultima ratio, anche il ricorso alle armi.

Ma
la sola repressione senza l'integrazione non raggiunge quasi mai gli effetti desiderati: come dimostra il profondo malcontento dei serbi, come dimostrano, ancora meglio, l'Iraq e l'Afghanistan.

Allo stesso modo non bastano, nei confronti delle singole persone, i provvedimenti di polizia o la tolleranza zero.

Non basta e non serve nemmeno la pena di morte: in Cina, dove la pena di morte viene praticata con una certa facilità, la malavita è sempre all'opera ed è in continua ascesa.

L'individuo è responsabile dei suoi atti ma la comunità deve sforzarsi di integrare, di sostenere, di coinvolgere e di accompagnare.

La sola azione di polizia, i proclami elettorali e le sparate ad alzo zero non risolvono i problemi, non fanno star meglio le persone, non rendono più vivibile la società.

Com'è ampiamente dimostrato dai fatti.


C'è chi è insofferente a questi discorsi, chi ritiene la razionalità una perdita di tempo e chi pensa che lavorare per costruire un sentire comune sia in realtà un cedimento.

A guardare le situazioni e gli eventi per quello che effettivamente sono, per quello che chiaramente raccontano e insegnano,
non esistono alternative credibili: per il semplice fatto che non esistono scorciatoie.

Scandalizzarsi per la barbarie o urlare contro i mostri serve a poco.


La storia insegna che la barbarie è la compagna di strada di ogni popolo; le scienze umane ci dicono che il mostro è annidato dentro ciascuno di noi.


Volere a tutti i costi eliminare la barbarie degli altri, spesso non aggiunge altro che barbarie alla barbarie: provoca distruzione, morte e desolazione.


Pretendere di schiacciare la testa ai mostri incontrollati che esplodono nelle persone che ci stanno vicine non elimina il male che sta dentro di noi, non impedisce ai mostri di ripresentarsi.


E' inutile farsi delle illusioni.


Ognuno va messo di fronte alle proprie responsabilità.

Tutti devono operare per il bene comune facendo sì che le caverne non si spalanchino e che i mostri dormano tranquilli nelle profondità dell'inconscio.



NOTA

Ho sentito che
il ventenne che ha mandato in coma l'infermiera romena, ha scritto una lettera pubblica di scuse con la quale, tra l'altro, invita i ragazzi a non fare come lui.

Lo stesso è stato, in passato, protagonista di altre aggressioni e violenze gratuite.

Perché ha scritto quella lettera?

Per lo stesso motivo per cui
Ivan Bogdanov ha già chiesto scusa all'Italia.

Per essere perdonati e rilasciati subito, a stretto giro di procedure: aggressione e violenza, arresto, richiesta di perdono, scarcerazione e via come prima.


In realtà, come non c'era prima, in queste persone, alcuna cultura del rispetto, non c'è poi alcuna consapevolezza degli atti compiuti.

Sono disposte a qualsiasi ammissione: basta non pagare, basta non rispondere né a se stessi né agli altri.

E' l'altra faccia di ciò che dicevo più sopra: non hanno avuto (o non hanno voluto) un'educazione alla pacifica convivenza sociale; dopo i fatti non vogliono iniziare alcun percorso che li riporti dentro la comunità.

Pretendono, solo, di non pagare alcun prezzo.


Hegel diceva che l'infrazione della legge richiede, necessariamente, la pena: l'elemento, cioè, che solo può ripristinare il tessuto sociale strappato.

Siamo agli antipodi.




































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