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my hometown

2012


10 aprile 2012


my hometown



Pomeriggio - sera di pasquetta a casa: di ritorno da un breve, piacevole e bagnato soggiorno in Toscana.

Un rendez vous tra amici, come ai vecchi tempi.

Un po' di canzoni e qualche flash di attualità.

Cercando di gettare lo sguardo al di là.



Non so perché né come, mi è capitato di riascoltare
'Come in uno specchio' di Eugenio Finardi ( album 'Acustica', 1993).

Una canzone tristissima che parla di solitudine esistenziale quasi disperata e disperante.

'Fa male sentirsi rifiutati e rigettati dalla gente …
Ci si sente feriti, usati e poi gettati via
Ci si sente traditi come bambini abbandonati …'


La musica 'ovattata' e ipnotica, quasi di sottofondo, accompagna la limpida voce di Finardi che seguita imperterrita ad affondare il coltello nella piaga.

'Ma guardati come sei messo, ti sta crollando il mondo addosso
E ti senti così perso, come un cucciolo sull'autostrada
E sei così spaventato che oramai ci hai quasi rinunciato.'


Vien quasi voglia di spegnere e di cambiare, vien voglia di qualcosa di più primaverile, di più scoppiettante e trascinante.

Continuo, invece, e alla fine arriva il messaggio di speranza, la mano che tira su, che rimette in piedi e indica la strada.

'Se ti senti troppo vecchio, troppo vecchio stanco e consumato
Guarda a me come in uno specchio anch'io lo sono stato, solo,
Tu puoi farcela ma credimi non puoi farcela da solo
Anche tu hai bisogno degli altri e forse gli altri hanno bisogno di te.'



Ecco: puoi farcela, anche tu puoi farcela, ciascuno di noi può farcela e tutti possono (possiamo) farcela.

Non da soli, ma con l'aiuto di qualcun altro.

Perché se è vero che a volte gli altri sono 'l'inferno', è anche vero che senza gli altri non si va lontano: soprattutto nei momenti di crisi e di difficoltà.

Gli altri sono indifferenti, sono cinici e indisponenti, sono crudeli e insensibili: a volte fanno ammattire, altre volte perseguitano con un'insistenza esasperante che fa male ed è quasi insopportabile.

Ma gli altri sono tanti, per fortuna, e diversi: c'è sempre qualcuno che vuol bene, disposto ad ascoltare, pronto anche a dare una mano.

Bisogna saperlo individuare questo 'qualcuno' e tenerlo caro: nel momento del bisogno non si deve aver paura di ricercarlo, di abbandonarsi a lui senza riserve.

La mano la darà e sarà forte e sicura, spazzerà l'orizzonte più tetro e saprà fare intravedere una via d'uscita.

Sì: perché la cosa peggiore è rimanere chiusi in se stessi, nel piccolo mondo delle proprie elucubrazioni, nella realtà 'tossica' costruita con un rosario interminabile di esperienze negative.

Una sorta di cappa spessa e plumbea che impedisce di vedere al di là del naso, che costringe a considerare sempre e soltanto i propri guai.

Ecco, squarciare il negativo che avvinghia per trascinare sul fondo: questo è il compito degli amici e delle persone care, l'aiuto che possono dare e che volentieri danno.

A patto che venga richiesto.


Nella vita è sempre importante allargare gli orizzonti, guardare un po' più in là, inserire la propria piccola vicenda in un contesto più ampio: non per banalizzarla ma per farle acquistare il significato più autentico.


'Come in uno specchio' termina con una parte musicale e un recitativo di cui mi era sempre sfuggito il senso.

Capivo solo che si trattava di un testo in inglese.

A pasquetta non si può non approfondire, una volta per tutte: ho recuperato l'intero brano.

Anzi, ho rintracciato l'originale che è di un certo
Richard Beauvais.

(Si tratta di un attore che ha composto e recitato il pezzo nel 1965, in una comunità terapeutica californiana. Almeno credo. Ma potrei anche sbagliarmi, visto che si trovano poche informazioni in merito.)

Anche qui si parla di solitudine e, naturalmente, degli altri.

Che possono costituire lo specchio che offre l'opportunità di ritrovarsi e, appunto, di andare oltre.

'Can I find such a mirror?
Here, together, I can at last appear
Clearly to myself,
Not as the giant of my dreams,
Not the dwarf of my fears,
But as a person, part of a whole,
With my share in its purpose.
In this ground, I can take root and grow.
Not alone anymore, as in death,
But alive, to my self and to others.'



Dopo Finardi un po' di
Springsteen.

My hometown (pubblicata come singolo nel 1983 e inserita nell'album 'Born in the USA' del 1984).

E' un piccolo
affresco esistenziale che sembra scritto ai nostri giorni.

Un bambino di 8 anni gira in macchina con suo padre che gli mostra la città e gli ricorda:
'this is your hometown'.

Il piccolo diventa un ragazzo che vive con passione l'irrequietezza e i cambiamenti degli anni '60:
'Troubled times had come to my hometown'.

Ad un certo punto arriva la crisi, le fabbriche chiudono, i negozi si svuotano e la Main Street sembra un deserto.

Pare che i giovani se ne vogliano andar via per sempre, non ritornare più nella loro
'hometown'.

Il bambino di un tempo è diventato un uomo maturo, sposato con un figlio piccolo: ad un certo punto lui e la moglie decidono di abbandonare la città per andare a cercare fortuna verso sud.

Attraversa in macchina i luoghi della sua infanzia e, come ha fatto un tempo suo padre, li mostra al suo bambino e gli sussurra:
'this is your hometown'.

Se ne stanno andando ma il figlio non deve dimenticare che quella è la sua città, la sua terra, il nido dove è nato e che, in fondo, gli appartiene.


Il mio pensiero è andato
alla crisi che stiamo vivendo, a ciò che ci viene imposto, alla sorte toccata alla Grecia, al futuro che sta dietro l'angolo.

Alla fine che qualcuno prospetta a noi e a molti altri popoli.


Come canta Finardi anche noi, intesi come popolo, sembriamo impotenti, quasi schiacciati da una realtà incombente, incapaci di reagire e disposti ad accettare il destino che qualcun altro ha preparato.

Dovremmo rialzare la testa, se non altro per urlare con forza 'this is my hometown'.

Questa è la nostra terra, nessuno osi toccarla.

Non so se potrebbe essere risolutivo affidarsi ad un altro, recente, suggerimento di Springsteen: we take care of our own.

Né so se arriveremo mai a realizzare il sogno di
Dylan:

'And we gazed upon the chimes of freedom flashing'.

Tuttavia so di sicuro che, fintanto resteremo piegati in noi stessi, chiusi, ciascuno, nella nostra situazione sempre più scarna, triste e spoglia, non andremo da nessuna parte.

Meglio: andremo proprio là dove la minoranza mondiale ultra ricca vuole condurci.

Una via d'uscita c'è: basta vederla, basta imboccarla, basta crederci.


Possiamo percorrerla fino in fondo solo mettendoci assieme con tutti coloro che vivono la nostra stessa condizione.

Siamo la stragrande maggioranza: come ricordava
Socrate a Callicle.

Basta che ce ne rendiamo conto.




















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