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navigare a vista - estratto 2

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NAVIGARE A VISTA (estratto 2)


( il prof. Tampi si avvia per Roma ad aspettare un'amica)
(in che parte di Roma si trova?)
(indovinalo alla prima frase)


Era in largo anticipo sull'orario previsto; si fermò sotto le alte arcate bianche per far scattare l'ombrello automatico: piovevano radi ma pesanti goccioloni.

Atinia, moglie devota e riconoscente, aveva controllato di persona i lavori per l'erigendo mausoleo in onore di Marco Virgilio Eurisace, già suo marito, operoso ma sfortunato fornaio, ottimo padre, oculato amministratore dei frutti del proprio lavoro.

Nell'incerta luce della sera, naso all'in su, vide l'uomo seminudo proteso verso le bocche del forno, circondato da aiutanti, in faccia ai clienti in attesa.

Spingendo l'ombrello in avanti attraversò veloce la larga arteria e riparò per qualche secondo sotto le cappottine del bazar di articoli funerari.

Colonne spezzate, fiori recisi, colombe con le ali spiegate e giovinetti senza età; madri composte ed immote reggevano sulle ginocchia fanciulli ignudi dalla folta capigliatura riccioluta; anziani coniugi seduti su panchine a stecche si tenevano per mano guardandosi fissamente con espressione di rammarico; angeli di tutte le taglie con lunghe ali da archaeoptryx; scritte dorate e argentate, nere su marmo bianco, bianche su pietra nera; madonne serene e madonne affrante, madonne leziose e madonne scarmigliate, madonne attempate e madonne bambine.

Il marciapiede che accompagnava l'informe stradone verso la testa della stazione era sporco di unto antico impastato di oli, grassi, secreti organici e terriccio di riporto: un intruglio pantanoso che rendeva disagevole anche il semplice camminare, specie in una serata di pioggia.

E dovunque autovetture parcheggiate fin sopra i marciapiedi, in doppia e terza fila, davanti ai portoni dei palazzi, rasente le rotaie.

Il trenino di periferia avanzava con smorti fari-itterizia sferragliando svogliato, modello far west primi anni venti, a scartamento ridotto, a velocità da maratoneta, coccodrillo impacciato in mezzo alla selva delle automobili, con urla stridule e minacciose, fino a perdersi nella parte alta della stazione, mammut fossile con spenti occhi di drago morente.

Sulla destra, di lato e sopra l'agenzia funeraria si ergevano anonimi palazzoni scrostati: palazzi cadenti, palazzi abbandonati, palazzi pretenziosi, palazzi decaduti, palazzi moralisti -se insisti e resisti alfine conquisti-, palazzi latinisti -ubi labor ibi uber-, palazzi slabbrati, palazzi imponenti dai piedi di argilla, palazzi supponenti come l'asino con il leone, palazzi dimenticati, palazzi intonati e palazzi stonati.

In faccia, sull'altro lato della strada, si innalzavano costruzioni più basse, di altezza e foggia diversa, dai nomi fantasiosi, talvolta insignificanti, tal'altra originali.

Maiuscole in abbondanza per confondere e nascondere.

Alloggi di infima categoria, senza categoria, al di fuori e al di là di ogni possibile categorizzazione. Ritrovi di donne di mestiere, di innamorati disperati, di omosessuali in cerca di anonimato, di transessuali abusivi, di neri, orientali e mediorientali, di clandestini e di tutto l'universo che suole ruotare attorno alla stazione centrale di una grande metropoli. Tombe della voglia di evasione, della bramosia del nuovo, della ricerca del diverso, del desiderio dell'ignoto, del brivido delle emozioni forti, del lampo di pazzia, della scappatella di un'ora.

La strada era deserta: di tanto in tanto qualche raro passante frettoloso scompariva ingoiato da portoncini vetro-metallo che lasciavano trasparire soltanto una cimiteriale luce giallastra.

Sulla destra troneggiavano ardite e possenti le rovine di Minerva medica: intrappolate tra le due ferrovie, strette dalla strada che quasi ne lambiva le fondamenta, assediate dalle macchine fuori uso piangevano l'antico splendore, chiedevano pietà per la vergogna e invocavano l'annientamento.

'Cara Minerva, non poteva toccarti latrina più maleodorante. Anche la divinità ha i suoi inconvenienti. Tutto sommato sta meglio l'Eurisace. La riconoscenza di una moglie ha potuto più della sapienza divina, più del signore dell'Olimpo tuo genitore.'

Dietro il tempio grandeggiava la più vasta esposizione di travertino mai allestita sulla faccia della Terra: la mole imponente della stazione -alta e levigata, farcita di finestrelle e portali, impreziosita di arcate e torrioni dalle scalette attorcigliate come serpenti- correva per centinaia di metri, lastra dopo lastra, fino a perdersi su in cima nel grande lenzuolo svolazzante. Sembrava un'enorme balena in disarmo, stesa supina a ruminare umani e macchine, calma e vorace, indifferente e pensosa, efficiente più di una macchina e comprensiva come un mammifero, col suo grande cuore in perpetua diastole e sistole.

Oltre il fornice, addossata alla livida barriera biancastra, in un fazzoletto di terra, umile e discreta sopravviveva -più fortunata della pagana Minerva- la vergine Bibiana: affondava le sue radici nel fascino adamantino della purezza e nel pietoso ricordo degli undicimiladuecentosessantasei martiri.

E finalmente il lungo corridoio buio della banchina battuto giorno e notte da gente di tutte le etnie e di tutte le lingue: che trascinava panciuti valigioni, che si ammassava sui pullman per l'aeroporto, che bivaccava in attesa di stivare i bagagli, che gesticolava, che mordicchiava, che sbevazzava, che gracidava, che imprecava, che chiamava, che implorava, che malediceva, sorrideva, salutava, si dimenava, si accasciava, si precipitava in un incessante andirivieni punteggiato di vestiti e odori di ogni angolo della terra.

E lettrici di mano avvolte in lunghi scialli fruscianti di raso nero; bambini petulanti e questuanti arrancanti con arti sani su stampelle vere pronti a lanciarsi sull'inebetito turista; venditori di biglietti della lotteria; venditori di orologi in puro princisbecco; venditori di occhiali da sole; venditori di accendini e sigarette di contrabbando; venditori di antennine televisive miracolose; venditori di giubbotti di renna sintetica; venditori di oggetti tribali africani confezionati nei bassi di Napoli; venditori di giornaletti porno in busta opaca sigillata; venditori di cd e dvd contraffatti; giocatori delle tre carte con la loro corte dei miracoli; giocatori con i tre ditali e il grano di pepe; giocatori con il chiodo e il pezzo di spago. Tutto poteva essere comprato e venduto in un batter d'occhio, senza ripensamenti, senza nemmeno guardarsi in faccia, senza paura di sbagliare visto che l'inganno era manifesto e sfacciato.

Guardò il tabellone elettronico e scoprì che il convoglio viaggiava con più di un'ora di ritardo.
'Far viaggiare i treni in orario!' esclamò contrariato. 'Non sarebbe male se diventasse uno slogan della democrazia.'

Si tuffò nella corrente alternata dell'androne per raggiungere l'estremità opposta. Viaggiatori andavano e venivano senza tregua, mescolandosi frettolosi, scontrandosi disattenti, incespicando su borsoni e valigie sformate.

Conduttori abusivi di taxi e piazzisti di camere di albergo con berretto a visiera traccheggiavano nel bel mezzo della mischia: fuchi invadenti e petulanti pizzicavano a destra e a manca, creando rapidamente il vuoto intorno, costringendo la folla soprappensiero a spostarsi bruscamente di qua e di là come un gregge attaccato da cani stizzosi.

Piegò a destra lungo il marciapiede delle sale d'aspetto: semideserta quella di prima classe, affollata e maleodorante quella di seconda. Viaggiatori in lettura, viaggiatori assorti, viaggiatori nervosi, viaggiatori addormentati. Sacchetti strappati, coltelli conficcati nel pane, bicchieri di carta capovolti sulle bottiglie, bocche spalancate nell'inghiottire, bocche spalancate nel sonno, bocche spalancate nel ringhio rivolto ai bambini. Valigie di cartone che un tempo avevano viaggiato in senso orizzontale dall'Europa all'America risalivano adesso verticalmente dal Sud verso il Nord.
'Alla larga dalle sale d'aspetto' brontolò tra di sé allungando il passo: 'lontano dalle valigie! Una volta ci si fidava delle valigie, anche di quelle altrui: ci si sedeva sopra quando le gambe non reggevano più. Solo un pazzo o uno sprovveduto lo farebbe ora.'

Girò a sinistra dentro i 'gabinetti per signori.' La minzione era impellente: premeva dalla vescica piena sulle saracinesche dei condotti pronta a dilagare rumorosamente come l'acqua di un invaso artificiale trattenuta a forza dalla diga artificiale.
Una sorta di nebbia acre stagnava a mezz'aria raccogliendo i caldi vapori costretti all'interno da una brezza esterna decisamente rigida. Tampi odiava quei locali per esibizionisti e guardoni patentati. Vi accedeva solo in caso di necessità e di urgenza, come quella sera per l'appunto, per colpa di un'improvvisa folata assassina. L'interno era affollato come un bar di mattina all'ora del caffè. Ai lavabi un signore strofinava delle strisce scure, forse calzini, bretelle o fazzoletti bisunti; un altro passava e ripassava -meticoloso ed ossessivo- le lunghe mani affusolate sotto l'acqua corrente; un altro si sbarbava con un rasoio a batteria; un altro ancora rimirava compiaciuto la propria faccia, seccato che altri lo sorprendesse guardarsi. Il custode andava e veniva con un largo secchio di plastica che riempiva ad un grosso rubinetto e poi svuotava con violenza sulle turche imbrattate. Tampi, che aveva pensato di introdursi in un servizio chiuso, dovette rinunciarvi. Aborriva le nicchie di ceramica bianca incastonate nel muro, una accanto all'altra, più adatte a ricevere statue che molli organi penduli. Odiava gli sguardi in tralice dei compagni di necessità che sciabolavano dall'alto verso il basso a frugare riluttanti intimità e detestava fare lo sciacquabarile in mezzo ai liquidi organici, costretto ad assumere posizioni esageratamente divaricate, penosamente antiestetiche. Per non parlare dell'incapacità di pensare i pensieri normali sfuggendo all'ossessione del momento; dell'inquietudine esistenziale di chi si sente costretto ad aprirsi mentre amerebbe conservare tutto per sé il tepore della propria latebra; del disagio propriamente canino di incontrarsi, scoprirsi, mostrarsi agli sconosciuti, sguardarsi e ritrovarsi uguali, inequivocabilmente labili, oggettivamente vulnerabili.
'Se le donne potessero frequentarci in questi posti' pensò il professore, 'potrebbero senza colpo ferire spiccare la testa di Oloferne, tagliare i capelli di Sansone, sghignazzare sul burbanzoso Noè ubriaco e discinto.'
Si accostò e vuotò l'ampolla: con rapide e impercettibili flessioni e concomitanti rinculi spillò fino all'ultima goccia, aggiustò e occultò lo strumento e abbandonò senza esitazioni la sala della liberazione.

Offrì volentieri la faccia aperta all'aria pungente della sera: le mani ficcate nelle tasche del giaccone, il berretto calcato sulla fronte assaporò a pieni polmoni un inaspettato senso di benessere.

Si sedette ad uno dei tanti tavolini schierati nell'atrio davanti al bar centrale, ordinò un liquore caldo con cannuccia e stette a guardare nell'attesa.

Passò garrula una muta di giovani monache orientali guidate da una religiosa bianca più anziana: si fermarono per un consulto a pochi metri, sorridenti ed ingenue nei loro mantelli grigio-neri a tutto corpo.
Il loro volto era fasciato -quasi incorniciato- da bende di lino bianchissimo: erano indiane o forse indonesiane, birmane probabilmente. Non riusciva a stabilirlo con esattezza, come mai del resto era stato capace di distinguere i giapponesi dai cinesi o dai coreani, i vietnamiti dai cambogiani o dai laotiani.
Le suorine ciangottavano allegre quasi fossero state africane, sembravano felici per il solo fatto di esistere. I mantelli svolazzavano agitati dai larghi gesti delle braccia scoprendo una tonaca scura, ampia, di panno pesante, fermata in vita da un cordone di canapa intrecciata dal quale pendeva un lungo rosario di grani di legno duro rozzamente sfaccettati, culminante in una scintillante croce di acciaio.
Provò ad indovinare a quale ordine appartenessero: aveva una certa dimestichezza di istituzioni monacali per via della sorella e di una vecchia zia convolate anni prima alle sante nozze col Cristo.
Suore adoratrici del santissimo sacramento, Suore ancelle concezioniste del divin cuore, Suore Betlemite, Suore Caldee, Sorelle di Maria di Dormstadt, della carità della Immacolata concezione di Ivrea, del buon Soccorso di Parigi, del buon soccorso di Troyes, della divina volontà di Bassano del Grappa, della s. Famille de Bordeaux, di carità del principe di Palagonia. E ancora: Suore di S. Giovanni Battista dette Medee, Suore di s. Giuseppe della montagna, Suore domenicane di s. Sisto vecchio, Suore domenicane di s. Caterina di Oakford, Suore francescane Atonnement. E per finire: Suore Francescane Dillingen Donau, Suore francescane missionarie del cuore immacolato di Maria dette d'Egitto, Suore Oblate di Tor de' Specchi. Staccò gli occhi dall'interminabile processione e li alzò al gruppetto delle orientali: le vocianti suorine si erano dileguate, come dissolte nel turbinio delle congregazioni appena considerate.

Svanita l'attenzione e spento l'interesse si sentì mezzo congelato: sospinse rumorosamente all'indietro la sedia di ferro e saltellò verso le grate di via Marsala per scaldarsi all'aria calda proveniente dalle viscere dell'immenso pachiderma.

Gli si presentò uno spettacolo grandioso e miserevole, Giudizio universale e Paese della Cuccagna sovrapposti e confusi insieme.
Sulle robuste stecche giacevano distesi decine di barboni avvolti in stracci e cartoni: non c'era una barra libera, tutta la superficie era ricoperta di carne umana avida di caldo, una sequenza unica di corpi stretti gli uni agli altri fino all'ultima grata.
Microcosmi affiancati gomito a gomito, a tiro di fiato eppure impermeabili, intrecciati l'un l'altro ma nello stesso tempo condannati ad un insondabile isolamento.
C'erano uomini dalle barbe folte, ispide, dure di grasso e cibo raffermo; donne dai capelli corti, tagliati da mano inesperta, impegolati di unto e sudore.
Alcuni mangiavano, altri bevevano, altri ancora fumavano, qualcuno dormiva, qualcun altro seduto con la schiena appoggiata al muro fissava diritto davanti a sé senza dire una parola, senza guardare niente di preciso, murato nel suo mondo, sordo ad ogni sollecitazione.
Ognuno con le sue borse di plastica, stretto in cartoni slabbrati, raccolto in laceri stracci variopinti.
Monadi senza porte né finestre abitanti galassie diamagnetizzate, satelliti al silicone vagolanti in autoclavi a tenuta stagna, filugelli innamorati del proprio bozzolo, ninfe incapaci di evolvere in farfalle. Mostravano tutti un'avanzata maturità fatta degli stessi capelli infeltriti dal colore indefinibile, degli stessi denti spezzati e giallastri, delle stesse rughe pronunciate, degli stessi cibi e, forse, delle stesse mute convinzioni.
Giovani in jeans e giaccone passavano di corpo in corpo offrendo cibo e tagliandi che avrebbero permesso, a chi lo avesse desiderato, di trascorrere una notte in un albergo. Tutti ringraziavano, ritiravano il primo, rifiutavano gentilmente ma recisamente i secondi.

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