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noi e gli altri

2011 > licenza


3 ottobre 2011


noi e ... gli altri




Ieri sera ho visto un breve flash di
'Presa diretta', la trasmissione di Riccardo Iacona.

Premetto che, come ho sottolineato più volte, non la vedo quasi mai: di solito non vedo tutti interi neppure i programmi di
Milena Gabanelli.

Non perché non siano interessanti: al contrario!

Descrivono puntualmente una realtà, la nostra, che è francamente deprimente e spesso anche rivoltante.

Si tratta di situazioni che, grazie alla navigazione in Internet, per molti aspetti conosco già e che proprio non ce la faccio a riascoltare in tutta la loro crudezza e nella loro inaccettabile configurazione.

Iacona e la Gabanelli, invece, le analizzano in ogni dettaglio, le fanno sanguinare ben bene, ne fanno uscire tutto il marcio che contengono e fanno intuire anche tutto il peggio che non si può né mostrare né raccontare.

Francamente per me è troppo.

Ritornando alla trasmissione di ieri sera,
Iacona ha proposto un documentario-inchiesta su Barcellona. Città mediterranea che molti di noi conoscono per averla visitata.

Si tratta di una
metropoli con molti problemi, certo, ma anche con molta vivacità, parecchia iniziativa e grande attenzione alla qualità della vita.

Nel tempo ha migliorato sensibilmente il sistema dei trasporti e l'agibilità dei quartieri e dell'intera rete urbana.

A Barcellona la comunità straniera più numerosa è proprio quella italiana.

Iacona è andato per incontrare i giovani che sono fuggiti dall'Italia (che sono dovuti fuggire, per sopravvivere) e che là si sono potuti costruire una nuova esistenza.

Ragazzi che se ne sono andati tra i 25 e i 30 anni, con un diploma, una laurea o una specializzazione in tasca: qui in Italia si sentivano chiusi, inutili, sfruttati, misconosciuti e ignorati.


Ha parlato * con il fotografo che ha realizzato il sogno della sua vita, * con i fratelli che hanno impiantato una catena di ristoranti, * con la specializzata che ha vinto il concorso per insegnare storia dell'arte medievale all'università, * con altre due laureate che si sono inserite in una casa editrice, * con il giovane che fa documentari...

Non tutti erano preparati per professioni alte o importanti: ha presentato anche
* la giovane che si occupa dell'attività di alcuni bar, * il ragazzo che, partito dall'Abruzzo, fa il fattorino e porta in giro cibo giapponese o * la ragazza che è riuscita ad impiegarsi in una scuola materna.

Insomma
tutti, nel giro di qualche anno, hanno trovato un impiego, si sono sistemati con la casa, alcuni si sono anche sposati e hanno messo al mondo un figlio o due.

L'Eldorado?

Non credo.

Avranno certamente incontrato delle difficoltà.

Che, tuttavia, potevano essere affrontate e superate.


Badate bene: stiamo parlando di Barcellona, non di una città tedesca industrializzata: di una città, quindi, che si affaccia sul Mediterraneo e che si trova in un Paese che ha tanti problemi di crescita e che, per certi aspetti, vive una situazione molto simile alla nostra.

Quali differenze hanno notato questi giovani rispetto all'Italia?


* A Barcellona la burocrazia è efficiente e rapida: non vive per intralciare e rendere impossibile la vita della gente ma per agevolarla e renderla il più possibile produttiva.

* Il fisco è equo: si pagano meno tasse ma devono pagarle tutti. Ragion per cui, in genere, le persone non vengono assunte in nero ma con contratti siglati alla luce del sole.

* I concorsi non sono truccati e chi vi partecipa può puntare sulla sua preparazione e sul merito.

* In generale e per riassumere tutto, i giovani non sono considerati un peso ma una risorsa preziosa da incoraggiare, valorizzare e mettere a frutto.

Certo,
non saranno tutte rose e fiori, non sarà sempre dappertutto così, ma sicuramente questi aspetti sono presenti e operanti: tanto è vero che molti giovani italiani, là, ce l'hanno fatta, hanno trovato la via non solo per sopravvivere ma anche per realizzarsi.

Non capisco una cosa: perché i nostri politici non vanno all'estero, dove le cose funzionano, e cercano di imparare in modo da trovare anche qui da noi la soluzione dei problemi.

L'osservazione riguarda tutto il nostro sistema di vita: la burocrazia, certo, ma anche i trasporti, la difesa del territorio, la scuola, la salute, la gestione dei rifiuti …

Se uno non sa fare qualcosa, va da chi conosce, impara e trova la soluzione.

E' talmente semplice.

Lo diceva già
Platone, nei suoi dialoghi, alcuni secoli prima di Cristo.


Non lo fanno perché, evidentemente, i loro interessi di bottega, vanno in direzione contraria: l'immobilismo, il parassitismo, la burocrazia, il familismo, la corruzione, l'inganno … servono a sistemare se stessi, la propria famiglia, gli amici, i figli e gli amici degli amici.

Gli altri possono andare in malora.

E' un atteggiamento inaccettabile, anche se è comprensibile dal loro punto di vista.


Quello che non capisco è l'atteggiamento dei cittadini, la passività di molti giovani che, pur vedendosi sfruttati e rigettati assistono inerti alla loro rovina.

Mi chiedo spesso: possibile che tutti questi ragazzi, che si trovano davanti delle muraglie insuperabili, che sono sfruttati e rifiutati, possibile, dico, che non sentano il bisogno di ribellarsi a questa situazione intollerabile, che non vogliano far niente per se stessi, che non si diano da fare per mettere fine a questo sistema che non è solo ingiusto ma, nei fatti, opprimente e repressivo?

Sicuramente ci saranno dei ragazzi che, attraverso la famiglia e la sua rete, possono sperare di imbucarsi da qualche parte a fare qualcosa.

Ma io credo che
la stragrande maggioranza è senza prospettive e senza un futuro dignitoso.

Questa maggioranza dovrebbe fare qualcosa, non di violento, ma di eclatante: * per farsi sentire, * per pretendere un cambiamento, * per costringere i politici a modificare questo sistema che è, ormai, del tutto intollerabile.

Ai giovani non può essere rimasta come unica risorsa solo quella di andarsene all'estero in cerca di fortuna: devono trovare qui le ragioni di vita, le opportunità per realizzarsi e diventare membri attivi e importanti della società.

I muri che la politica, la burocrazia, il sistema nel suo insieme hanno innalzato a propria difesa, vanno abbattuti. Si possono abbattere.


La scienza e la tecnica offrono oggi gli strumenti per velocizzare le pratiche, per testare la preparazione, per far prevalere il merito: contro la burocratizzazione esasperata e il sistema delle clientele e delle 'conoscenze'.

Si tratta di imporne l'uso.

Si tratta di mettere da parte sistemi e procedure che servono solo per premiare l'affiliazione, non le capacità, l'esperienza e la conoscenza.

Va ripristinata la speranza, va reintrodotto nelle menti e nei sogni il futuro.

Chi può fare tutto questo?

La politica?

Non ha nessun interesse a farlo.


La politica è una struttura essenziale per il buon funzionamento di una società complessa come la nostra, ma va incalzata e costretta ad agire come deve: con serietà e competenza al servizio della comunità tutta, di cui è espressione.

Sono i ragazzi che devono prendere in mano la loro sorte e far sì che non sia disastrosa.


Solo loro possono 'costringere' la politica a cambiare radicalmente, a essere meno occupata solo dei propri vantaggi, ad interessarsi del bene comune e del destino delle giovani generazioni.

E' bene che si mettano in testa una cosa chiarissima: se non lo faranno loro, nessun altro lo farà al loro posto.


Non credo che preferiscono andare a fondo senza nemmeno darsi una chance.

Se la possono e se la devono dare.

Prima lo faranno, meglio sarà per loro.

Non solo.

Ne guadagnerà la società tutta intera.




















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