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padri e figli

2007-2010 > 2009 > COSTUME


30/07/2009



padri e figli


Il rapporto tra padri e figli è sempre stato al centro delle analisi degli studiosi e dell'attività di molti artisti.

Più che gli psicologi, sono stati gli scrittori i più acuti nel penetrare gli animi e nel cogliere le convergenze e, più ancora, le asprezze di questa relazione.




Ivan TURGENEV ha intitolato il suo romanzo più riuscito 'Padri e figli'.

E' ambientato attorno alla metà dell'800 ed è stato pubblicato nel 1862.

Il nucleo centrale dell'opera è incentrato sulla storia di due giovani,
Arkadij e Bazarov, sulla loro amicizia e sui rapporti con le rispettive famiglie di origine.

Il personaggio principale è
Bazarov: materialista e libero pensatore, critico dei costumi della società del suo tempo, antitradizionalista e nichilista.

Arkadij va un po' a rimorchio: da una parte avverte il fascino e l'attrattiva delle idee dell'amico, dall'altra non riesce a staccarsi dal mondo in cui è nato e cresciuto, una realtà immobile e patetica nella quale tuttavia alla fine si rifugia.

I rapporti tra adulti e giovani sono caratterizzati un po' dall'affetto che, soprattutto nei padri, è quasi incondizionato (quello delle madri è totale e senza alcuna ombra) e un po' dallo scontro ideologico.

I padri (ma anche gli zii e i maschi più anziani in genere) sono impastati di valori patriottici e dediti alle pratiche religiose, sono spiritualisti, attaccati alla terra e alla proprietà, assertori di una Santa Madre Russia fossilizzata nella sua secolare struttura sociale.

I giovani, Bazarov in particolare, si dimostrano insofferenti: vorrebbero un cambiamento radicale della società, auspicano la fine dell'autoritarismo e l'instaurazione di istituzioni più democratiche e liberali.

Non ne possono più di quello spiritualismo che si esprime, a loro modo di vedere, non solo nella religione ma anche nella poesia e nell'arte.

Credono nella scienza e nelle sue possibilità di favorire un cambiamento radicale dell'esistenza degli individui.

Riporterò solo alcune battute (Garzanti ed.) per far capire la natura del contrasto.

Il dialogo si svolge tra Arkadij, suo padre Nikolàj Petrovic e lo zio Pavel Petrovic: parlano di Bazarov.


'E' nichilista', ripeté Arkadij.

'Nichilista!' esclamò ancora Nikolàj Petrovic. Poi continuò.

'La parola viene dal latino nihil, nulla, che sappia io; questa parola dunque definisce un uomo che … che non crede a niente?'

'Dì piuttosto che non rispetta niente', disse Pavel Petrovic.

'Che considera ogni cosa dal punto di vista critico', osservò Arkadij.

'Non è la stessa cosa?' domandò Pavel Petrovic.

'No, non è la stessa cosa. Un nichilista è un uomo che non si inchina davanti a nessuna autorità, che non accetta nessun principio alla cieca, qualunque sia il rispetto che lo circonda'.

'E ti sembra che vada bene questo?' interruppe Pavel Petrovic.

'Secondo per chi, zio. Va bene per certuni e male per cert'altri.

'Ah è così, dunque, ho già visto, non è per noi. Noi siamo uomini del secolo scorso e crediamo che senza principi … accettati alla cieca, come dici tu, non si può muovere un passo e nemmeno respirare. Vous avez changé tout cela. Che Dio vi dia buona salute e il grado di generale e noi staremo ad ammirarvi … Staremo a vedere come vi reggerete sul nulla, nel vuoto.…'

La situazione illustrata da Turgenev è emblematica e rappresentativa della società russa dell'800, ancora ingessata ma già ricca di fermenti.

In quel contesto il contrasto tra le generazioni si presenta inevitabile e, in un certo senso, fisiologico.



Le numerose lettere che
Giacomo Leopardi inviò al padre Monaldo rivelano un profondo rispetto formale ma anche una decisa rivendicazione della dignità e delle proprie non comuni capacità.

Giacomo è consapevole del suo valore, ha visto e vede ogni giorno riconosciuto e onorato il suo talento da tante persone diverse, da principi e da illustri letterati.

Quella genialità che il padre Monaldo non solo non riconosce ma spesso nega senza tanti scrupoli.

'Per quanto Ella possa aver cattiva opinione di quei pochi talenti che il cielo mi ha conceduti, Ella non potrà negar fede intieramente a quanti uomini stimabili e famosi mi hanno conosciuto ed hanno portato di me quel giudizio ch'Ella sa, e ch'io non debbo ripetere.

Ella non ignora che quanti hanno avuto notizia di me, ancor quelli che combinano perfettamente colle sue massime, hanno giudicato ch'io dovessi riuscir qualche cosa non affatto ordinaria, se mi si fossero dati quei mezzi che nella presente costituzione del mondo, e in tutti gli altri tempi, sono stati indispensabili per fare riuscire un giovane che desse anche mediocri speranze di sé.

Era cosa mirabile come ognuno che avesse avuto anche momentanea cognizione di me, immancabilmente si maravigliasse ch'io vivessi tuttavia in questa città, e com'Ella sola fra tutti, fosse di contraria opinione, e persistesse in quella irremovibilmente.'

Il poeta ricorre spesso all'ironia, non per alleggerire le sue affermazioni ma per renderle, se possibile, ancora più chiare e incisive.

'È piaciuto al cielo per nostro gastigo che i soli giovani di questa città che avessero pensieri alquanto più che Recanatesi, toccassero a Lei per esercizio di pazienza, e che il solo padre che riguardasse questi figli come una disgrazia, toccasse a noi.'

Giacomo è consapevole che il padre non potrà mai stimarlo né apprezzarlo: sa di coltivare idee e di ispirarsi a valori lontani le mille miglia dal mondo ideologico di Monaldo e tuttavia chiede al genitore almeno un po' di compassione.

'L'ultimo favore ch'io le domando, è che se mai le si desterà la ricordanza di questo figlio che l'ha sempre venerata ed amata, non la rigetti come odiosa, né la maledica; e se la sorte non ha voluto ch'Ella si possa lodare di lui, non ricusi di concedergli quella compassione che non si nega neanche ai malfattori.'



Franz Kafka scrisse 'La lettera al padre' nel 1919, a 36 anni, mentre viveva nella casa dei genitori perché già malato di quella tubercolosi che lo avrebbe portato in pochi anni alla morte.

Non la pubblicò in vita e non la consegnò mai al destinatario.

La missiva è amara, quasi rancorosa, un atto di accusa e, per certi aspetti, anche un guanto di sfida e di rivincita …

Tutto questo è già esplicito nelle prime frasi dello scritto.

'Carissimo padre, di recente mi hai domandato perché mai sostengo di aver paura di te.
Come al solito, non ho saputo risponderti niente, in parte proprio per la paura che ho di te, in parte perché questa paura si fonda su una quantità tale di dettagli che parlando non saprei coordinarli neppure passabilmente.
E se anche tento di risponderti per iscritto, il mio tentativo sarà necessariamente assai incompleto, sia perché anche nello scrivere mi sono d'ostacolo la paura che ho di te e le conseguenze, sia perché la vastità del materiale supera di gran lunga la mia memoria e il mio intelletto.'


Per confermare e rafforzare le sue affermazioni, lo scrittore ricorda un episodio dell'infanzia.

'Una notte piagnucolavo incessantemente per avere dell'acqua, certo non a causa della sete, ma in parte probabilmente per infastidire, in parte per divertirmi.
Visto che alcune pesanti minacce non erano servite, mi sollevasti dal letto, mi portasti sul ballatoio e mi lasciasti là per un poco da solo, davanti alla porta chiusa, in camiciola.
Non voglio dire che non fosse giusto, forse quella volta non c'era davvero altro mezzo per ristabilire la pace notturna, voglio soltanto descrivere i tuoi metodi educativi e l'effetto che ebbero su di me. Quella punizione mi fece sì tornare obbediente, ma ne riportai un danno interiore…
Ancora dopo anni mi impauriva la tormentosa fantasia che l'uomo gigantesco, mio padre, l'ultima istanza, potesse arrivare nella notte senza motivo e portarmi dal letto sul ballatoio, e che dunque io ero per lui una totale nullità'.


A parte queste asprezze, Franz Kafka ritiene che mai suo padre si è mostrato in qualche modo aperto e disponibile nei suoi confronti.

'Tutte le idee apparentemente sottratte alla tua dipendenza erano fin da principio gravate dal tuo giudizio negativo; e reggere questa situazione fino a manifestare un pensiero in maniera completa e compiuta era quasi impossibile. Non parlo di pensieri particolarmente elevati, ma di una qualsiasi piccola iniziativa infantile. Bastava essere felici per una cosa qualunque, esserne presi, tornare a casa, raccontarla, e la risposta era un sospiro ironico, un crollare la testa, un tambureggiare con le dita sul tavolo: "Ho visto di meglio", oppure "Se i tuoi pensieri sono tutti qui", oppure "Ho ben altro per la testa, io", a anche "E che te ne fai?", o infine "Senti un po' che avvenimento!".'

Il genitore era forte, alto e atletico, derideva l'inconsistenza fisica del suo Franz, l'inadeguatezza negli sport e nelle attività manuali e, cosa ancor più odiosa, gli impediva di parlare, gli troncava le parole in bocca …

L'unico spazio che Franz riuscì a conquistarsi fu la scrittura: il padre non apprezzò mai questa sua dote, che proprio per questo divenne ancor più cara allo scrittore che la sentì solo sua, priva di un qualsiasi imprimatur autoritario.



Mio padre era dei primi del '900 e io sono l'ultimo dei suoi numerosi figli.

Era stato educato da un padre severissimo, una sorta di dittatore all'interno della sua famiglia.

Mio padre aveva altri due fratelli maschi, entrambi più vecchi di lui: dopo la morte di mio nonno, dei tre fratelli egli fu quello che più mantenne vivo il ricordo del padre.

Lo trasformò in una sorta di mito e lo propose a noi suoi figli come esempio e come icona.

Mio padre non manifestò mai i suoi sentimenti nei confronti dei figli (come penso abbia fatto anche con sua moglie, mia madre): era profondamente religioso e sembrava impegnato a far valere in ogni circostanza i valori in cui credeva.

In sostanza egli era i principi che professava.

Non ricordo, da piccolo, una sola carezza, un bacio affettuoso, una calda manifestazione di amore, un cedimento, un'espansione …

Probabilmente mio padre era prigioniero della sua educazione, delle ferree e inderogabili norme che aveva introiettato fin da bambino.

E' stato per tutta la vita ostaggio di suo padre.


Questo l'ho constatato da grande, soprattutto nel suo ultimo periodo di vita, quando forse era diventato un po' più debole, più fragile: a volte si commuoveva fin quasi alle lacrime, gli si vedevano gli occhi umidi, non riusciva a nascondere interamente le emozioni intense che lo scuotevano.

Continuava, tuttavia, a non rivelare niente di sé, a non lasciarsi andare ad alcun tipo di manifestazioni ma si vedeva che avrebbe voluto essere diverso, che avrebbe voluto disfarsi di quella corazza di perbenismo che lo ingabbiava senza dargli scampo.

Il suo comportamento contagiò e condizionò anche me: quante volte avrei voluto fare a mio padre una qualche confidenza ma sempre, all'ultimo momento, l'ho evitato.

Poi è morto portandosi via tutto ciò che avrebbe voluto dire e che non ha mai detto.

Lasciando nel mio animo cascate di parole non dette, ingorghi di sentimenti non espressi.




Anch'io, ad un certo punto, sono diventato padre.

L'ho desiderato e voluto ardentemente.

E' stata una delle esperienze più forti ed entusiasmanti di tutta la mia vita.

Ero sicuro che non sarei stato come mio padre, per non parlare del nonno.

Ero convinto di poter essere uno dei migliori padri possibili.


La mia generazione ha realizzato, all'interno della famiglia, la completa parità tra uomo e donna, tra padre e madre: mia moglie ed io ci siamo sempre occupati dei figli in maniera paritetica.

Il che non significa solo provvedere all'igiene e alla alimentazione dei piccoli ma anche soddisfare la loro componente emozionale, riempire la loro infanzia di sentimenti affettuosi.

Eppure con l'adolescenza qualcosa è cambiato: i miei figli hanno cercato e ottenuto una maggiore indipendenza, una più spiccata autonomia che mi ha di fatto escluso da alcuni aspetti della loro esistenza.

Sono stato, anch'io, vittima di mio padre?


Ho, magari inconsapevolmente, adottato alcuni suoi comportamenti, fatto miei dei suoi atteggiamenti che hanno steso tra me e i miei figli una sorta di filtro che pare insuperabile?

E così mi ritrovo, a mia volta, ad affossare nel mio animo delle frasi che vorrei dire e che sento di non riuscire a dire; leggo talvolta nelle espressioni dei miei figli delle parole che vorrebbero dire e che non dicono, che non diranno mai.


So che di certe cose parlano più volentieri con i loro amici o con altri adulti, piuttosto che con me.

A volte vorrei lanciarmi a testa bassa contro questo diaframma, per rompere il malefico incantesimo che ci frena e blocca: ma non lo faccio, non riesco a farlo, so che non lo farò mai.

Contrariamente a quanto avevo pensato, adesso so che anch'io me ne andrò con il mio ingombrante bagaglio di non detto: so che i miei figli resteranno con i loro rimpianti, che nessuno potrà più soddisfare.

E tutto questo accade nonostante le migliori intenzioni.

Nonostante il cambiamento dei tempi e delle mentalità.

Forse è inevitabile che accada.


Forse è scritto nella psicologia degli esseri umani che tra padre e figli non ci possa mai essere una confidenza completa a prova di ombra.

Nonostante la buona volontà e la disponibilità di un padre, nonostante l'apertura e l'affetto che i figli possono manifestare, sempre si viene a formare quel velo, più o meno spesso, che impedisce la sintonia totale tra le parti.

Probabilmente non sarebbe nemmeno giusto che avvenisse il contrario.

Sicuramente i figli hanno bisogno di una 'zona' riservata dove costruire la loro personalità, al riparo da qualsiasi interferenza, anche da quella genitoriale.

Dico questo per consolarmi?

Forse avrei potuto sbagliare di meno, nel mio rapporto con loro: ma non è detto che non si sarebbe ugualmente frapposto un qualche paravento.

E se mi arrivasse una lettera come quella di Kafka o di Leopardi?

Non me ne resterei certo con le mani in mano.

Prenderei la palla al balzo per saltare quell'ostacolo che si presenta come naturale e insormontabile.

Correndo il rischio di dire anche di più di tutto il 'fin qui non detto'.



















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