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politici sorridenti e ... politici in marcia

2007-2010 > 2007 > POLITICA

26/11/2007

Si è sempre detto che i politici americani sono ossessionati dall’immagine.
Assumono dei veri e propri staff per essere in sintonia con i tempi.
Eppure, a pensarci bene, da almeno 50 anni sono fermi allo stesso cliché.
Da Kennedy a Bush jr., passando per Carter e Reagan.
Senza dimenticare Clinton.
Sorriso a denti spiegati e mano alzata a salutare.
Chi salutino e perché ridano rimane un mistero.
I politici italiani sono sempre stati considerati, a questo riguardo, dei dilettanti.
Invece, se guardiamo la loro evoluzione, dobbiamo considerarli dei maestri.
La loro creatività è inesauribile.
Lasciando da parte i decenni trascorsi, guardiamo soltanto i primi anni del 2000.
Le ultime tornate di amministrative hanno aperto la strada.
Le politiche del 2006 hanno confermato il cambiamento
I nostri politici sono passati dalle scrivanie istituzionali all’aria aperta.
Basta giacche scure e cravatte di ordinanza.
Al loro posto camicie chiare e giacche estive di taglio giovanile.
Tutti i manifesti (3X2, 6X3, 12X9 ...) mostrano le stesse immagini:
uomini sorridenti, giovani e meno, in maniche di camicia,
con le maniche arrotolate e il collo sbottonato,
l’indice della mano destra artigliato e sollevato all’altezza della clavicola
a sorreggere una giacca distrattamente abbandonata sulle spalle.
Sfondo di cielo azzurro e prati fioriti.
Dopo le politiche del 2006, la spigliatezza è diventata movimento.
Tutti i leaders, da allora, si fanno riprendere mentre camminano.
Sarebbe più esatto dire mentre marciano,
A volte galoppano, per essere ancora più precisi.
La telecamera è quasi sempre posizionata un po’ più in alto.
Onde inquadrare la bocca e la testa del personaggio.
Che a stento si distinguono nella selva delle guardie del corpo.
Dentro la foresta di microfoni.
E’ una vera e propria carovana che si muove.
Piegando ora a destra ora a manca.
Giù di corsa per una discesa, più spesso arrancando su per una salitella.
Sbandando vistosamente, ansimando rumorosamente.
Se restano inspiegabili i sorrisi e i saluti dei leaders americani,
ancor più incomprensibili risultano le corse di quelli italiani.
Che scelgono di far conoscere il loro Verbo proprio camminando.
Solo correndo.
Per sembrare giovani?
Più agili?
Per trasmettere l’idea di un attivismo frenetico?
Per comunicare ai telespettatori ‘che c’è chi sa dove si deve arrivare’?
Fino a poco tempo fa si pensava che la corsa non fosse la condizione ideale per riflettere sulle soluzioni migliori da adottare.
Che non potesse agevolare una comunicazione chiara e persuasiva.
Ci eravamo sbagliati.
I destini della nazione si pensano di corsa e si comunicano al trotto.
Tuttavia quella scelta, continuata pervicacemente nel tempo e ritenuta vincente dagli interpreti, non sembra aver prodotto gli effetti sperati.
Il rigetto del popolo nei confronti dei politici si è manifestato le prime volte proprio quando gli eletti hanno cominciato a camminare.
La marcia ha sancito il distacco.
Il galoppo attuale coincide con una vera e propria fase di repulsione.
Sorrisi e corse alla fine si equivalgono.
Maestri e dilettanti conseguono gli stessi risultati.
L’inganno quando funziona gonfia le vele.
Quando si palesa, diventa tsunami.




















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