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pranzi, convivi, simposi ...

2007-2010 > 2010 > RIFLESSIONI


23 settembre 2010


pranzi, incontri, simposi, convivi ...



La letteratura, il cinema e l'arte hanno raffigurato un'infinità di simposi diversi.

C'è
la cena del liberto Trimalchione descritta da Petronio Arbitro nel Satyricon: esagerata, eccessiva, sovrabbondante e sbalorditiva, perfino stomachevole e rivoltante.

E c'è
'Il pranzo di Babette', centellinato in ogni suo passaggio dal regista Gabriel Axel nell'omonimo film (tratto dall'omonimo racconto di Karen Blixen): delicato ma nello stesso tempo sontuoso, ricco e insieme struggente.

Il cinema, in particolare, ha raccontato un'infinità di occasioni conviviali: da '
Il grande freddo' a 'Compagni di scuola', da 'La grande abbuffata' a 'Fanny e Alexander'.

Ricordo in particolare il mesto e toccante ricevimento che chiude
'Il cacciatore' di Michael Cimino: gli amici, reduci dal Vietnam, sbocconcellano qualcosa canticchiando sommessamente 'God bless America'.

C'è poca allegria e
Meryl Streep a stento trattiene le lacrime, che fa sgorgare, invece, dagli occhi degli spettatori più sensibili.

Neppure i libri sapienziali sfuggono alla tentazione di narrare pranzi e cene.


Si ricorderà, ad esempio,
il banchetto di Epulone evocato da Gesù per preparare la dura invettiva contro i ricchi e i potenti.

O
le nozze di Cana che vedono Gesù e sua madre impegnati a mantenere alte la gioia e l'esaltazione dei convitati.

Per non parlare del
l'ultima cena: forse l'evento biblico che più di ogni altro ha ispirato scrittori e, più ancora, pittori.

E poi ci sono
un'infinità di altri pranzi che segnano la vita privata e pubblica delle popolazioni: ogni volta che dei potenti si incontrano non mancano mai di sedersi a tavola per tacitare i loro robusti appetiti; così come le occasioni liete della vita spingono le famiglie a scambiarsi vicendevolmente lauti inviti gastronomici.

Le nascite, i matrimoni, gli anniversari … sono tutte ricorrenze che vengono celebrate, tra l'altro, anche sedendosi a tavola.


In molte culture si pranza in forma comunitaria anche in occasione di un funerale.

Non mi è mai capitata un'esperienza del genere e, francamente, mi è difficile accostare la convivialità del cibo con l'atmosfera triste e pesante che inevitabilmente accompagna la dipartita di qualcuno, soprattutto se si tratta di una persona cara.

Le contingenze che giustificano un pranzo comunitario sono in ogni caso innumerevoli e variano da cultura a cultura: una volta andavano molto anche le
cene tra coscritti o tra persone nate nello stesso anno solare.




Ma ci sono anche i nostri pranzi: due fino a questo momento.


Non sono stati immortalati in una pellicola o in un dvd, né, credo, sono stati fermati sulla carta o su un monitor dalle dita di un qualche grande scrittore.

Non sono pranzi di potenti: ammesso che ve ne siano, se ne stanno talmente in incognito da non poter essere individuati da chicchessia.

Non sono nemmeno incontri conviviali legati a una qualche ricorrenza, a un evento particolare, a una data significativa.

Non sono pranzi dispendiosi né esagerati: sono 'banchettini' dignitosi, che nascono da un preciso contratto riguardante il prezzo, la quantità e la qualità dei cibi.

Niente di stucchevole o di ridondante.



Nascono da un'idea: fare in modo che delle persone che hanno vissuto un'esperienza in comune, si ritrovino, ricordino 'li tempi passati' e, attraverso la convivialità, rinforzino i loro legami per il futuro.

Non si tratta di un raduno di ex.


Ex è un termine che non amo, che trovo decisamente brutto e negativo.

Nella vita,
tutti sono sempre ex di qualcosa e mano a mano che vanno avanti sono ex di qualcos'altro.

In realtà non facciamo altro che vivere, di seguito, situazioni diverse: passiamo continuamente da una stagione all'altra, da una condizione ad un'altra, senza interruzioni né cesure.

Il 'prima' vive nel presente e, silenziosamente, modella il 'dopo'.


Di fatto
siamo sempre ex di tutto e di niente: tutto passa e tutto si mantiene dentro di noi, in un lavorio incessante che ci arricchisce fino alla fine.

Se non sono ex, i partecipanti
sono semplicemente delle persone giovani (dai 20 ai 30) che decidono di ritrovarsi per stare qualche ora assieme, per godere della reciproca compagnia, per scambiarsi ricordi, impressioni e desideri, per fare il punto in modo leggero sulla propria situazione e, magari, per scoprirla straordinariamente simile a quella di molti altri …

Il fatto straordinario è che questi giovani, fino a qualche anno fa ancora adolescenti, hanno adesso, ognuno, delle proprie convinzioni, diverse da quelle di tutti gli altri: in campo politico, in fatto di sport, rispetto alla religione.

Hanno gusti particolari a proposito dei cibi e delle persone, della moda e della musica, delle materie di studio e delle attività lavorative, dell'arte e della scienza e di tutto ciò che può essere fatto oggetto di scelta o di valutazione.

Si ritrovano tutti assieme in 100 o in 90 e non si scontrano, non si aggrediscono, non si insultano, non si provocano.


Sarà l'atmosfera: gli incontri si svolgono a settembre inoltrato, fine estate - inizio autunno e, com'è noto, l'aria di Roma e dintorni in quel periodo è magica, pare drogata, è suadente e vibrante come in nessun altro mese dell'anno.

Sarà che i partecipanti sono tutte delle belle persone, pronte a emozionarsi ma anche capaci di ragionare e di governare quel limite che può essere lambito ma che non deve mai essere sorpassato, pena la rovina.

Qualcuno potrebbe pensare che tutti quei giovani sono in realtà
degli ipocriti: conoscono molto bene le diversità e i punti deboli degli altri ma fanno finta di …, si guardano bene da …, hanno individuato i lati sensibili ma non li toccano a bella posta per non …

Se questa è ipocrisia allora bisogna dire che tutti viviamo immersi in una
coltre impenetrabile di finzione: se ognuno di noi dicesse degli altri tutto ciò che gli passa per la testa non sarebbe possibile alcun tipo di convivenza.

E poi:
chi ci assicura che il nostro punto di vista coglie veramente la realtà in tutta la sua complessità e non mette a fuoco, invece, semplicemente un brandello di verità, un aspetto magari secondario della situazione di fatto?

E siamo sicuri che rendere impossibile la convivenza in nome di una non meglio specificata e malintesa autenticità sia veramente il risultato da perseguire a ogni costo?

A me sembra invece straordinario e magnifico che delle persone, dei giovani, che si incontrano una volta sola e per poche ore in un anno, sappiano valorizzare la socievolezza, l'ilarità, il piacere della compagnia e la reciproca comprensione a dispetto della ritrosia, dell'astio, della contrapposizione e dello scontro.

Mi ritengo fortunato, come persona più anziana, di poter vivere le stesse emozioni dei giovani, di partecipare ai loro progetti, di condividere desideri e aspirazioni, di respirare, insomma, un'aria leggera e piena di brio, così diversa dal clima plumbeo in cui solitamente siamo immersi.

Non so se sarà possibile
rifare quel tipo di incontri: ci sono esperienze che dovrebbero restare un unicum, per non sfiorire nella ripetizione e nella routine.

In realtà
abbiamo osato riprovare una volta: non possiamo dire che sia andata male, anzi.

Dipende tutto dalla volontà, dal desiderio, dall'entusiasmo e dalla determinazione.

Non tanto dalla ragione, in questo caso, ma dal profondo dell'animo.

Se sentiamo di volerlo fare, se lo viviamo dentro come un'esperienza indimenticabile, qualcosa di bello cui è un peccato rinunciare, allora perché no?


Diversamente è meglio lasciar perdere.

Intanto possiamo urlare '
evviva!' per quello che è stato fino ad oggi.





NOTA


Per quanto mi riguarda, ogni volta
nell'imminenza dell'evento, ero angustiato da due eventualità, entrambe poco incoraggianti.


*)
La prima si presentava nel sonno di notte in forma di
incubo: mi pareva che, allora stabilita, non arrivasse nessuno.
Aspettavo davanti al portone con il ristoratore ma il tempo scorreva e nessuno si faceva vivo.
Sentivo su di me lo sguardo del gestore, dei camerieri, dei cuochi e del personale tutto; cominciavo a sudare e cercavo di escogitare un escamotage per togliermi dall'impaccio; la tensione tutt'intorno cresceva, nessuno si presentava, camminavo sempre più inquieto su e giù per l'androne cercando di avvicinarmi alla mia macchina che vedevo, ahimè, sorvegliata da degli energumeni.
Per mia fortuna non ho mai assistito al finale: mi sono sempre svegliato prima, sudato ma felice di scoprire che si trattava solo di un brutto sogno.


*)
L'altra era legata all'imponderabile e si presentava, da sveglio, in forma di
anticipazione.
Temevo che a un certo punto si scatenasse la scazzottata.
Per un apprezzamento ardito, per una valutazione sportiva sopra le righe, per una contrapposizione politica, per un bicchiere di troppo … D'improvviso scoppiava il putiferio: vani, pensavo, sarebbero stati gli interventi del personale, del tutto inutile il mio urlare dentro il microfono...: fuggi fuggi generale e polizia a sirene spiegate.
Era una previsione alquanto improbabile e singolare ma difficile da estirpare.
Anche se mi dicevo: hai visto troppi film western.




E' fantastico ritrovare dei ragazzi con cui si è condiviso qualche anno della propria esistenza.

E' sublime godere della loro compagnia, della stima e dell'amicizia.

Non c'è che da augurarsi che duri.



















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