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pranzi e incontri

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24/10/2009



pranzi e incontri



Sempre le persone che hanno vissuto un'esperienza importante desiderano, a un certo punto della loro vita, incontrare nuovamente gli 'antichi compagni di avventura'.

E quanto più passa il tempo, tanto più cresce il desiderio, si irrobustisce la voglia, diventa stringente l'attesa.


A volte l'occasione dell'incontro è data da un pranzo o da una cena.

Perché la convivialità, il mangiare e il bere assieme, sono situazioni che accendono il buonumore, favoriscono la cordialità, agevolano i ricordi, inibiscono l'animosità e l'aggressività e, in definitiva, sprigionano l'empatia.

Immaginate un incontro in una stazione ferroviaria, in un parco o in una piazza cittadina: tutti in piedi, saluti, abbracci, impacci, gaffes, qualche parola, qualche battuta e poi?

O ci si reca in un bar, in un ristorante o in qualche altro posto simile, o tutto è destinato a concludersi nel giro di pochi minuti.

La letteratura e soprattutto il cinema hanno descritto e rappresentato
incontri e pranzi di vario tipo: a volte di infimo tipo, altre volte di sublime.

Quanto agli incontri ricordo brevemente tre film.




The Return of the Secaucus Seven, di John Sayles, del 1980.

Alcuni ex studenti sessantottini trentenni, si riuniscono in casa di due di loro, nel New Hampshire, per un weekend.

Sono trascorsi dieci anni dalle loro battaglie: dal periodo in cui si erano impegnati nella controcultura e nell'anticonformismo e in cui avevano cercato di abbattere le certezze e i cliché dei loro padri.

Sono quasi tutti in crisi: chi soffre per un disagio esistenziale; chi è incappato in un fallimento sentimentale; qualcuno deve fare i conti con un dissesto professionale.

Ne parlano, anche a costo di far esplodere attriti e conflitti.

Alla fine si può dire che l'incontro è servito: se non altro per inquadrare le diverse situazioni in contesti più agibili e vivibili.


Il grande freddo, di Lawrence Kasdan, 1983.

Sette ex contestatori degli anni 60 si ritrovano al funerale di un comune amico morto suicida.

Passano insieme un weekend.

La situazione è simile a quella del film precedente (qualche critico ha scritto che Kasdan si è ispirato a Sayles): dominano i ricordi, le vicende esistenziali passate e presenti, i desideri e le prospettive incombenti.

I racconti, i dialoghi e le battute creano una solidarietà di gruppo che in qualche modo ripropone le antiche abitudini e forma una specie di scudo protettivo contro i disagi del presente e le angosce del futuro.


Compagni di scuola, di Carlo Verdone, 1988.

Trascorsi 15 anni dall'esame di maturità, Federica riunisce nella villa del suo amante gli ex compagni di scuola.

Anche a proposito di questo film si è parlato di imitazione: de 'Il grande freddo', per la precisione.

A me pare francamente che, a parte la comune idea di un incontro tra ex, tra i due film ci sia poco altro in comune.

Più che di amici, in questo caso, si tratta di compagni di scuola che si incontrano per trascorre insieme una serata, non un weekend.

Non c'è vera nostalgia né una vena autentica di malinconia in questo film; emergono invece le miserie, le piccinerie, le nevrosi e le volgarità dei convenuti.

Che alla fine si lasciano senza riuscire a ritrovare alcun minimo denominatore comune, senza far scattare alcun lampo di vera umanità.


E veniamo ad alcuni pranzi famosi.



La cena di Trimalcione, descritta da Petronio Arbitro (1° secolo d.C.).

Si tratta di un pasto organizzato da un liberto arricchitosi, Trimalcione appunto, che non bada tanto a sfamare i suoi ospiti ma a sbalordirli con trovate gastronomiche impensabili inframmezzate da intrattenimenti circensi.

I piatti sono mastodontici e gli accostamenti bizzarri: non si mangia per fame, né si beve per una qualche necessità.

Ogni portata, ogni otre di vino, tutti i vassoi e tutte le coppe servono per esaltare la ricchezza, l'eccentricità e l'insaziabile voglia di stupire del padrone di casa.

Il pranzo è inteso come una sorta di orgia in cui tutti i sensi devono essere stimolati, impressionati e quasi tramortiti.


La grande abbuffata, di Marco Ferreri, 1973.

E' un film che per certi aspetti richiama la cena di Trimalcione del Satyricon.

Quattro borghesi in profonda crisi esistenziale si danno appuntamento in una villa alla periferia di Parigi per mettere fine ai loro giorni.

Decidono di suicidarsi mangiando o, che è lo stesso, decidono di mangiare fino a morirne.


Tra volgarità, eccessi, parentesi di sesso e oscenità di basso conio, i quattro si rimpinzano di tutto il ben di dio precedentemente predisposto finché, uno dopo l'altro, vanno incontro alla morte progettata.

E' un film duro, in cui il significato conviviale del cibo si perde e si annulla nella volontà auto distruttiva delle persone.


Il pranzo di Babette, di Gabriel Axel, 1987.

E' tratto dall'omonimo racconto di Karen Blixen.

E' un film straordinario, di una grazia e di una sensibilità davvero uniche.

Babette Hersant, fuggita dalla Francia, viene ospitata in un piccolo villaggio danese da due anziane sorelle figlie di un pastore protestante.

Per anni la giovane francese fa la governante per le due donne, finché un giorno le arriva la notizia di una grossa vincita realizzata in Francia.

Contrariamente a quanto tutti pensano, Babette impiega il danaro per allestire un pranzo per le due signorine nubili e per la piccola comunità che segue il loro insegnamento religioso.

Il pranzo è straordinario: tutto si svolge con estrema cura e delicatezza, tutto è centellinato, assorbito e quasi interiorizzato in un'atmosfera di grande sensibilità e partecipazione.


19 SETTEMBRE 2009


A Castel S. Pietro, sopra Palestrina, presso Roma, c'è stato un pranzo di ex studenti che, proprio grazie all'occasione conviviale, si sono re - incontrati.

Partecipava all'evento, in qualità di organizzatore e di sentimentale aficionado, anche un professore, di cui tutti quei ragazzi erano stati studenti.

Che cosa ha a che fare questo pranzo-incontro con quelli sopra ricordati?

Quasi niente.


Li ho richiamati soltanto per mostrare come ogni incontro (e ogni pranzo) è assolutamente diverso dall'altro: le motivazioni che ne sono all'origine possono anche somigliarsi, ma lo svolgimento, l'atmosfera e il tono generale sono quasi sempre del tutto diversi.

Ma torniamo al 19 settembre.

Tutti sanno che una volta terminate le scuole è difficile mettere insieme più di una decina di ex studenti: chi lavora, chi studia, chi si trasferisce, chi si è legato ad un qualche partner, chi viene bloccato da un impedimento imprevisto …

E' una diaspora difficilmente componibile.


E invece erano in 105: per l'esattezza erano 104 studenti più il professore.

Una sorta di miracolo.


La giornata era meravigliosa, il posto incantevole, il cibo all'altezza: tutto ha funzionato a dovere, come meglio non si sarebbe potuto desiderare.

Ciascuno di quei partecipanti era certamente portatore di problemi suoi, più o meno gravi, più o meno opprimenti.


Ciascuno coltivava desideri segreti e inespressi, nutriva voglie impellenti ma incomunicabili, si portava dentro un mondo composito, per certi versi incandescente e in qualche caso addirittura burrascoso.

Eppure nella realtà è successo quello che nei film e nella letteratura non capita quasi mai: ognuno ha tenuto per sé, per una volta, le proprie difficoltà, ha limato le asprezze e ha sopito i disagi.

Non è detto che per essere se stessi si debba per forza dare il peggio di sé.


E non è detto che la propria parte migliore sia necessariamente falsa, ingannevole o fuorviante.

Certo!

Sembra che non si possa scrivere un romanzo di situazioni tranquille o di contingenze piacevoli; analogamente pare che non si possa girare un film sugli aspetti positivi degli esseri umani.

Si dice che nessuno comprerebbe un tale romanzo e nessuno andrebbe a vedere un simile film.


Può darsi che sia così: forse noi stessi siamo i primi a cercare nella letteratura e nel cinema l'umanità angustiata e degradata.

Non sto qui adesso ad analizzare perché ciò avviene.

Ma vi assicuro che nella realtà, nelle esperienze in cui ci troviamo coinvolti, è di gran lunga preferibile una atmosfera rilassata e gioiosa, carica di elettricità positiva, serena e nello stesso tempo traboccante di pathos.

Se ci fossimo bisticciati e presi a male parole, avremmo sicuramente dato maggiormente nell'occhio.

Se avessimo concluso l'incontro con una scazzottata da film western, avremmo potuto perfino finire in televisione.


E invece ci siamo accontentati di dar vita ad una specie di miracolo.

Abbiamo modellato dentro di noi
un piccolo tesoro che durerà negli anni, che resterà a riscaldare la memoria e a rallegrare le conversazioni.

Per alcune ore ci siamo sentiti diversi, siamo tornati al liceo dopo averlo depurato di tutta la noia e dei fastidi che a suo tempo l'avevano caratterizzato.

Perfino il professore, piccolo miracolo nel miracolo, si è sentito un liceale.

Fortunatamente, a volte la vita non è né un romanzo né un film.

Talvolta è addirittura peggiore, nessuno ha i paraocchi e tutti lo vediamo.

Ma quando è migliore, è davvero affascinante.



















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