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presente e futuro

2012


13 marzo 2012

il futuro come presente



'New Scientist' ci assicura che tra centomila anni ci saremo ancora.

Con buona pace dei
Maya che, evidentemente, non avevano una buona vista.

Per non parlare di
Nostradamus.

Ci sarà ancora la specie umana, dunque.


E' chiaro che più numerosi sono gli esseri umani e più è probabile che qualcuno di loro sopravviva anche alle contingenze più terribili.

Tra qualche decennio saremo (saranno)
9 miliardi: le probabilità di sopravvivenza della specie, quindi, aumenteranno.

Anche se, forse, la qualità della vita si deteriorerà ulteriormente.


Naturalmente nessuno sa dire come saranno
i nostri discendenti: pare certo, ci assicurano, che in qualche modo assomiglieranno a noi.

Nel senso che noi, se fossimo presenti, saremmo in grado di riconoscerli.

Così come loro, se trovassero una qualche nostro reperto, sarebbero in grado di rintracciarne la parentela.

Gli esseri umani, cioè, non avranno un occhio solo, tre gambe o quattro braccia.


Ma
potrebbero essere, per esempio, completamente glabri: rivedendo noi potrebbero pensare che eravamo una specie di scimmioni, parenti stretti di quei primati da cui noi amiamo distinguerci nettamente.

Potrebbero avere i piedi più lunghi e le braccia un po' più corte oppure potrebbero sviluppare un bacino molto più ampio del nostro.

Forse avranno anche un po' più di cervello: non possiamo dire, adesso, se questo li renderà più pacifici o più litigiosi.

Certo:
centomila anni sono un bel salto soprattutto se pensiamo che il sapiens sapiens, probabilmente, non ha più di centocinquantamila anni sulle spalle.

E che dire del fatto che solo quarantamila anni fa esistevano ancora i
Neanderthal?

E che quando parliamo di
preistoria ci riferiamo a diecimila anni fa?

Personalmente non mi arrischio a spingermi tanto in avanti.

Anche perché ci pensano i catastrofisti a tagliare le ali alla fantasia.


Senza fermarci ai Maya che hanno decretato la nostra sparizione per la fine di quest'anno, la
Global Catastrophic Risk Conference del 2008 aveva ipotizzato che l'umanità aveva scarse possibilità di superare il 2100.

I disastri che vengono ipotizzati sono molteplici e tutti piuttosto deleteri: *) surriscaldamento e innalzamento delle acque con conseguente sparizione di intere aree oggi densamente abitate (New York tra tutte); *) alternanza di desertificazioni e glaciazioni che renderebbero via via inabitabile una parte molto ampia del pianeta; *) esplosioni di vulcani e terrificanti terremoti; *) impatto con meteoriti, asteroidi, nane nere o comete; *) attacco di virus particolarmente resistenti ad ogni tipo di farmaco; *) esaurimento delle materie prime ed estrema scarsità di acqua … and so on.

Ce n'è per tutti i gusti e per tutte le fantasie.

Naturalmente su tutto ciò non si può solo scherzare né ritenere che sia soltanto frutto delle fantasie malate di alcuni oscurantisti.

A prescindere dall'
azione dell'uomo, è noto che la Terra, nel corso della sua storia geologica, è andata incontro a notevoli cambiamenti: pensiamo per esempio alla riunificazione di tutte le terre in un solo continente e alla loro successiva suddivisione.

Fenomeno che non si è verificato una sola volta nel corso dei milioni di anni che costituiscono il passato del nostro pianeta.

E immaginiamo a quali conseguenze, avvenimenti di quel tipo, potrebbero avere sulla superficie della Terra.

Insomma c'è sufficiente materiale e per sostanziare le previsioni degli scienziati e sbrigliare le fantasie degli scrittori, degli artisti di cinema e di teatro.


Quello che tutti sembrano escludere è la possibilità di incontrare su altri corpi celesti, civiltà diverse dalla nostra.

A parte le stelle, verso le quali sarebbe del tutto insensato dirigersi, i pianeti che teoricamente potrebbero ospitare altre forme di vita sono situati a tali distanze, nello spazio e nel tempo, che non pare possibile possano essere in qualche modo raggiunti.

Potremmo forse
essere contattati da altri esseri totalmente diversi da noi, capaci di sfondare quelle barriere spazio-temporali che sono per noi come le sbarre di una munitissima prigione.

E poi, conoscendoci, dobbiamo davvero augurarci un incontro con degli alieni?

Visto che non riusciamo ad andare d'accordo con i nostri simili, l'eventualità, potrebbe anche trasformarsi in tragedia.

In ogni caso da qui ai fatidici centomila anni ipotizzati dalla rivista New Scientist, l'umanità sarà certamente chiamata a superare delle
sfide impensabili, ad affrontare situazioni molto critiche e a sottoporsi a cambiamenti che oggi riusciamo a stento ad immaginare.

Non sappiamo
quando 'suonerà la campana': potrebbe essere tra diecimila anni, tra venti o settanta mila ma potrebbe accadere anche molto prima, magari tra un millennio o tra un secolo.

E' chiaro che se toccasse a noi saremmo del tutto impreparati.


Non tanto dal punto di vista degli accorgimenti materiali: che nessuno riesce a pre costituire e che sarebbe anche folle voler approntare.

Non saremmo all'altezza soprattutto dal punto di vista mentale, sotto il profilo culturale, rispetto ai sentimenti e alle reazioni pulsionali.


Il nostro mondo è fatto di egoismi, di particolarismi, di aggressività e di prevaricazione: una tragedia del tipo di quelle più sopra ipotizzate scatenerebbe delle reazioni istintuali che lungi dall'attenuare, amplificherebbero le conseguenze negative.

Forse non sarebbe male se l'umanità meditasse sulla propria fragilità, prendesse atto della propria impreparazione e cominciasse a coltivare un habitus mentale improntato al rispetto e alla solidarietà.


E' un atteggiamento che potrebbe servire in occasione di una qualche imprevedibile catastrofe, ma che sarebbe molto positivo anche nella
'normalità' che oggi abbiamo il privilegio di vivere.

Sì, perché nonostante tutte le crisi dobbiamo dire di essere fortunati, visto che ci è toccata in sorte una Terra sostanzialmente amica.

Se fossimo capaci di ampliare il nostro orizzonte mentale, di strapparci di dosso i paraocchi e di alzare la testa da quel trogolo a cui vogliono tenerci incollati, forse ce la faremmo anche a dare un calcio ai default e a vivere anche in maniera più disincantata e leggera.

In fondo anche più realistica.

Pensare ai centomila anni futuri non equivale a fuggire dalla realtà, non vuol dire ignorare il presente e vivere solo per il futuro, anzi.

Serve all'oggi.

Ci serve per non finire in un film dell'orrore.

Per vivere in funzione di ciò che è veramente importante.

Il nostro e l'altrui benessere.




















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