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quanti'68? (fine)

2007-2010 > 2007 > SOCIETA'

30/11/2007

(precedente)

Il ’68 è finito da un pezzo.
Seppellito, vituperato, osannato, imbalsamato.
Sopravvivono protagonisti, indifferenti e detrattori.
Tra questi ultimi bisogna annoverare molti intellettuali di età un po’ più avanzata: persone che avevano almeno 10 anni più di noi.
I cosiddetti fratelli maggiori.
Fratellastri.
Ex fascisti, democristiani, ex resistenti, crociani ...
Hanno sputato veleno sulle nostre battaglie.
Non hanno capito il nostro movimento.
Non l’hanno voluto capire.
Né allora, né dopo, né mai.
Per invidia, per miopia, per supponenza, per grettezza...
Gli indifferenti, a dire il vero, sono un gruppo piuttosto sparuto.
Il ’68 ne ha fatte di cotte e di crude: non era facile restare indifferenti.
I protagonisti: oggi sono in parte reduci, in parte ex.
I protagonisti sono i giovani che, allora, hanno dato vita al movimento.
O anche coloro che l’hanno attivamente contrastato.
La tipologia dei protagonisti è molto vasta.
Oserei dire sterminata.
Non è possibile illustrarla tutta.
Per comodità parlerei prima dei capi e dei capetti dei vari movimenti e gruppuscoli.
Costoro primeggiavano nelle assemblee e nelle manifestazioni.
Avevano sempre un microfono in mano, o un megafono.
Erano generalmente antipatici e vagamente autoritari.
Per quel tanto che lo consentiva lo spirito libertario di allora.
Appartenevano quasi tutti alla medio alta borghesia.
In minima parte si sono dati alla lotta armata.
Molti sono rientrati nei ranghi della loro classe sociale.
Altri hanno pascolato nelle praterie della sinistra facendo pesare le medaglie conquistate sul campo. Per occupare comode poltrone ai vertici della politica o della burocrazia. Trasformando quindi la loro militanza in elevati stipendi e privilegi di casta.
La massa, alla quale mi onoro di appartenere, si è dispersa in mille rivoli.
A coltivare in segreto gli antichi ideali.
A rimuginare e a recriminare.
A tirare avanti alla giornata.
Che cosa ha prodotto il ’68?
Cambiamenti radicali soprattutto sul piano del costume.
Se è vero che sotto molti rispetti l’attuale società è arretrata rispetto alle conquiste di quel periodo è anche inoppugnabile che senza il ’68 il nostro modo di vivere e di pensare sarebbe molto diverso.
In che cosa ha fallito?
Nella capacità di fiaccare i detentori del potere reale.
Le centrali del potere politico, economico e burocratico se in un primo tempo hanno vacillato, si sono poi riprese egregiamente e un po’ con la repressione, un po’ con la cooptazione sono riuscite a mantenersi indenni e, alla fin fine, a rafforzarsi.
Come detto, il ’68 è stato archiviato.
Adesso è buono solo per le celebrazioni: che non mancheranno.
Per le detrazioni: che continueranno.
Eppure molti di noi hanno conservato qualcosa dentro di sè.
Qualcosa di indelebile.
Un anelito di libertà e di giustizia che nessuna prosopopea e nessun anatema è in grado di soffocare.
Qualcosa che dovremmo mettere al servizio delle generazioni più giovani.
Dei nostri figli.
Che sono frustrati nei loro entusiasmi dalla mancanza di prospettive.
Che sono minati fino al midollo dalla precarietà.
Una generazione non può pretendere riconoscenza eterna per quello che ha fatto in un dato momento storico.
Non può aspettarsi una incondizionata venerazione postuma.
Anche le storie più sacre, ripetute all’infinito, provocano assuefazione e perfino rigetto.
Le nuove generazioni guardano all’oggi, al loro presente: che assumono come metro di giudizio.
Hic Rhodus, hic salta.
Se riuscissimo a ridurre la precarietà dei nostri figli, potremmo dire con fierezza: non siamo vissuti invano.
Per la seconda volta.

(FINE)

















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