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quanti '68? (1)

2007-2010 > 2007 > SOCIETA'

(18/11/2007)

Nel 2008 ricorre il 40° anniversario del ’68.

Sarà un '48 di celebrazioni, un’orgia di ricordi, ancora una cascata di reprimende.

Molti di coloro che allora erano 'maturi' (matusa), non hanno capito il movimento. Alcuni sì, e sono stati meravigliosi.
Tanti giovani hanno partecipato e hanno dato corpo agli eventi.
Molti sono restati in disparte, a fare altro.
Altri l'hanno attivamente contrastato.
Qualcuno ha scoperto una partecipazione postuma, di convenienza.

Modestamente, dentro il movimento c'ero anch'io: buona ultima ruota del carro. Ecco qualche ricordo, per quello che vale.
Dopo, solo silenzio.







Ci sono tanti '68 quanti furono i partecipanti.
Sarebbe bene, quindi, che ognuno precisasse che si tratta del suo '68.
Sarebbe anche bene che chi se ne è stato in disparte o ha remato contro, se ne stesse zitto.








per iniziare
(parlerò solitamente al singolare; è chiaro che la mia stessa esperienza è stata vissuta e condivisa da tanti coetanei)


Il mio '68 comincia prima della data fatidica.
Tra fine '68 e inizio '69 subisce un leggero appannamento.
Riprende vigoroso con la primavera del '69.
Continua con l'autunno caldo.
Prosegue negli anni seguenti.
Finisce l'11 settembre 1973.
Cos'è stato?
Cos'è rimasto?

La prima è stata la fase liceale.
Un periodo che spesso è bello per la maggior parte dei ragazzi: per me è stato stupendo. Me ne stavo tranquillo, chiuso e protetto dentro il mio bozzolo impenetrabile, quando all'improvviso ho sentito che ero sul punto di risvegliarmi, stavo aprendo gli occhi, soprattutto mi si stava spalancando la mente. Le sensazioni erano dolorose ed esaltanti allo stesso tempo. Deve capitare qualcosa di simile al serpente, quando cambia pelle.
Non sono state le notizie delle Università americane a mettere in moto il cambiamento: quelle le ho conosciute nel '71, quando ho visto 'Fragole e sangue'.
Si è trattato di un mix di molti fattori: l'avventura cubana di Castro e le imprese di Che Guevara; i discorsi di Kennedy; le marce di M. L. King; la distensione di Kruscev; il messaggio di Giovanni 23°; le parole d'ordine che arrivavano dalla Cina di Mao ...
Il tutto indusse noi giovani ad interrogarci sulla nostra esistenza, sulle materie di studio, sulle condizioni di vita all'interno delle scuole, sulla struttura della società, sui valori che avevamo accettato a scatola chiusa, sulla dinamica dei rapporti sociali...
Improvvisamente avevamo voglia di parlare, di confrontarci, di capire per capirci: fu come se, improvvisamente, fossimo ritornati bambini pieni di perché, desiderosi di mettere sotto la lente il mondo intero.
Se non ricordo male non abbiamo scatenato subito la guerra contro il mondo adulto, abbiamo invece formulato una serie interminabile di interrogativi, abbiamo posto domande: volevamo capire e renderci conto. Accettare a ragion veduta. Di qui le discussioni con i professori, i tira e molla con i genitori, le sfide ai Presidi.
Non dirò che abbiamo ricevuto solo dei pesci in faccia: sarebbe troppo unilaterale. Resistenze e rifiuto, questo sì, accompagnati da automatismi autoritari.
Non abbiamo ottenuto molto, quanto alle richieste indirizzate agli adulti.
Il risultato più grande l'abbiamo realizzato in noi stessi: eravamo fieri di ciò che facevamo, pieni di entusiasmo, animati da una potente spinta critica, sospinti da una forte voglia di libertà. Ci sembrava di avere le ali ai piedi, di poter conseguire tutto ciò che ci proponevamo.
Pensavamo davvero di poter cambiare il mondo. In meglio.
Eravamo sicuri di poterlo cambiare.

(SEGUE)














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