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ricchezza, povertà e ... Martone

2012


25 gennaio 2012


ricchezza, povertà e ... Martone




Ricchezza e povertà sono due nozioni che possono essere interpretate sia in termini assoluti che relativi.

La ricchezza è assoluta quando è considerata per se stessa e fa riferimento ad una situazione di benessere pieno, solido e tranquillo: fatto di beni mobili e immobili e di un'alta posizione sociale.

Inversamente
la povertà è totale quando si manifesta nella mancanza dell'essenziale per vivere: quando chi ne è colpito non ha i mezzi per sostentarsi, non ha un tetto sotto cui ripararsi, non ha i mezzi per curarsi.

In molte società moderne, queste due condizioni coesistono all'interno dello stesso Stato.

Naturalmente il fatto provoca tensioni e conflitti e non di rado sfocia in drammatici scontri sociali.

E' evidente che in una comunità equilibrata non dovrebbe esistere né la ricchezza assoluta né l'indigenza totale.


Lo diceva già
Aristotele.

L'ha ribadito a più riprese anche
Rousseau.

'Nessuno deve essere tanto ricco da poter comprare i suoi simili, nessuno deve essere tanto povero da essere costretto a vendersi come schiavo'.



Molti Stati moderni, invece, soprattutto anglosassoni, accettano l'innaturale convivenza come se si trattasse di una condizione naturale.


Ci possono essere, tuttavia, anche
una ricchezza e una povertà relative: sono tali quando vengono considerate l'una in rapporto all'altra.

Se, ad esempio, due persone riescono entrambe a soddisfare i bisogni essenziali ma una può permettersi l'automobile e l'altra no, si dirà che la prima è ricca mentre l'altra è povera.

Una differenziazione nelle condizioni di vita degli individui, appartenenti a una società complessa e articolata come le nostre contemporanee, penso sia inevitabile e forse anche legittimo.

Appartiene, se non altro, alla diversa gestione del danaro e della ricchezza che sono nella disponibilità di ognuno.

Uno può abitare in affitto e spendere i suoi soldi in viaggi, in divertimenti o, addirittura, sprecarli nel gioco.

Un altro preferisce invece investirli in beni immobili comprandosi, ad esempio, una casa e un'automobile.

Il livellamento totale è irrealizzabile e, in definitiva, non è nemmeno augurabile.


Abbiamo visto come è finito il
tentativo sovietico: alla fine ha creato disparità più profonde di quelle del sistema concorrente.


Ogni società dovrebbe essere in grado di garantire a tutti un livello di sopravvivenza dignitoso permettendo poi, a chi lo volesse, di accumulare più beni di quelli mediamente posseduti dalla massa.

Attraverso il lavoro, naturalmente, e l'applicazione dell'ingegno individuale.

Considerando che qualsiasi attività onesta comporta la collaborazione di molti individui e lo sfruttamento di opere e conoscenze prodotte nel passato dall'intera collettività (strade, ponti, ferrovie, stazioni, ospedali, scuole …), non si può permettere a nessuno di accumulare una ricchezza che, di fatto, risulterebbe ingiusta e offensiva nei confronti degli altri cittadini.

Per essere chiari: se una certa disparità è tollerabile e per certi aspetti anche giusta, una eccessiva disuguaglianza diventa insopportabile e fonte di continui conflitti sociali.

Il tutto ha una sua logica se, come detto sopra, la massa dei cittadini vive in condizioni di dignitosa sopravvivenza: se manca questa condizione, infatti, ogni esagerato accumulo di ricchezza diventa, oltre che inammissibile, immorale.


In Italia, negli ultimi due decenni, la forbice ricchi-poveri si è allargata a dismisura, più che in quasi tutti gli altri Paesi europei.

Il 10% più ricco della popolazione ha 11,6 volte di più del 10 % più povero.


In Europa e sopravanzata solo dall'
Inghilterra dove l'entità è pari a 13,5.

Tuttavia in
Germania le volte sono 6,9.

Tenendo conto del fatto che molte famiglie vivono ormai in uno stato di vera e propria indigenza e considerando che una buona fetta di ricchezza è prodotta dalla malavita o è realizzata contravvenendo le leggi, si può concludere che viviamo in una situazione quasi intollerabile.

Al limite della disgregazione sociale.


C'è da chiedersi, infatti, fino a quando la massa sopporterà di vivere nelle ristrettezze a fronte di una minoranza di persone che, a suo danno e in barba a tutte le leggi, accumula ricchezza e fa sfoggio di uno sgargiante benessere.

Si può obiettare ricordando che negli
USA il moltiplicatore non è 10 ma 40 e che in Messico si arriva perfino a 45.

Ma questo non vuol dire niente.

Non è che perché lì qualcuno ti spara, qui devi accettare di essere preso a schiaffi.

Se la nostra situazione è indecente e insostenibile, quella anglosassone e americana in genere è del tutto improponibile.



In una delle tante trasmissioni televisive alle quali ha partecipato,
Mario Monti ha detto che la ricchezza non va demonizzata: una volta che uno ha pagato le tasse deve poter essere contento dei propri averi e deve anche poterli esibire con orgoglio e in tutta tranquillità.

Intanto bisogna vedere se l'ipotetico detentore ha veramente dato alla società tutto quello che le spetta; secondariamente se la comunità in cui vivi non se la passa bene, anzi è proprio in difficoltà, non è consigliabile né opportuno e forse nemmeno moralmente ineccepibile che tu faccia sfoggio di un di più che può suscitare sdegno, rammarico e forse anche odio.

Lo stesso concetto espresso da Monti è stato ripreso, fatto proprio e ribadito anche da
Fabio Fazio in uno scambio di battute con il vice direttore della Stampa, Gramellini, che era di diverso avviso.

Fazio se la prendeva con il clima ostile alla ricchezza che si è creato in Italia, un clima per cui è impossibile non ostentare ma nemmeno vivere serenamente la propria ricchezza.


Fazio prende quasi 2 milioni di euro all'anno mentre un operaio ne porta a casa a malapena a 30.000 e un insegnante alla fine della carriera arriva si e no a 35.000 .

Per non parlare di tutti i giovani laureati senza reddito e senza futuro.

In base a quale legge non scritta Fazio deve avere quel reddito, a dispetto di tutti gli altri che ne ottengono invece un'ennesima parte?

Oltre tutto, quasi
per un'atroce beffa, la massa dei poveri è chiamata ogni anno a pagare un canone televisivo sempre più pesante, per consentire poi alla Rai di strapagare i vari Fazio che lavorano per lei.

Questa massa dovrebbe anche essere contenta?

Dovrebbe gioire nel vedere il Fazio di turno che si gode in tutta tranquillità le ricchezze accumulate?


Oggi, nel corso di una cerimonia collegata al premio Leonardo, una partecipante ha pubblicamente affermato: '
sono una privilegiata perché ho un lavoro'.

A tanto dunque siamo arrivati.

L'espressione, tuttavia, è comprensibilissima vista la condizione di tanti giovani, laureati e no.

Il presidente Napolitano, nel suo discorso, ha poi detto: 'Spero che la signora ……. non si senta più una privilegiata perché ha un lavoro. Questo è l'augurio che rivolgo a tutti i giovani'.

Mi dispiace dirlo ma avverto, anche nei politici più aperti e sensibili, una inadeguatezza e quasi una insensibilità di fronte alla situazione drammatica in cui siamo tutti immersi.

Ciascuno di noi capisce perfettamente l'orgoglio della signora che sente di essere fortunata perché svolge un'attività lavorativa.

Napolitano sembra quasi rimproverarla e si limita ad augurare a tutti i giovani di trovare presto un impiego.

Sembra ignorare che la maggior parte dei ragazzi o è senza lavoro o svolge un'attività mal retribuita e del tutto non in linea con la preparazione e le aspettative.

C'è bisogno di incidere i bubboni delle sperequazioni, di fermare l'emorragia di danaro pubblico, di dirottare le risorse verso la ricerca e il lavoro: c'è bisogno di sostenere gli anziani e di dare un futuro alle nuove generazioni.

Nei fatti.

Altro che auguri e auspici!



Chi tuttavia ha oltrepassato ogni limite, anche quello basilare della decenza, è
il sottosegretario al Welfare Michel Martone.

Il
'fichetto' ha 37 anni, è figlio di un alto magistrato ben introdotto in tutte le stanze che contano, ha fatto una carriera folgorante e velocissima arrivando, non ancora quarantenne, a far parte di un governo della Repubblica.

Ha detto semplicemente che
'chi non si laurea entro i 28 anni è uno sfigato'.

Naturalmente è una frase che molti di noi potrebbero pronunciare al bar o in conversazioni private, ma detta da lui diventa inaccettabile e offensiva.

C'è chi vivacchia all'università ma c'è anche chi, mentre studia, lavora per mantenersi o magari lavora anche per dare una mano alla famiglia: perché, con sicumera e spocchia, buttargli la croce addosso?

Non bastano le negatività che già gli toccano?


Martone sarà anche bravo, nessuno lo nega, ma la sua vita, la sua carriera è stata una corsa in discesa, favorita, puntellata e sostenuta da una potente famiglia e da tutti gli altri potenti ad essa collegati.

Il punto non è se Martone merita o no tutto quello che ha accumulato: ma riguarda i mille altri 'Martone' che certamente si annidano dentro la massa dei laureati disoccupati, magari anche dentro al numero di coloro che si laureano a 30 anni, che non avranno mai le sue chance, che non avranno nemmeno la possibilità di competere con lui per l'ottenimento di un qualsiasi incarico.

Che diritto ha Martone di esprimersi in quei termini?

Nessuno, io credo.

Secondo la teoria di Fabio Fazio, avrebbe tutto il diritto di far sfoggio dei suoi numerosi e ben retribuiti incarichi, alla faccia degli 'sfigati' che non possono sognarsene nemmeno mezzo.

A mio parere l'unica strada a sua disposizione è
il silenzio.

E
la modestia.

Nella consapevolezza che quanto accumulato non è frutto del caso né del solo merito.

Sua cura dovrebbe essere, se mai, quella di spogliarsi di alcune delle sue attribuzioni per far posto ad altri giovani, forse non meno meritevoli di lui, sicuramente meno fortunati.

Ma è come chiedere ai politici di rinunciare a qualche privilegio.


Viste però tanta
insensibilità, miopia, tracotanza, sfacciataggine e indifferenza non mi meraviglio più di alcuna manifestazione sociale.

Condanno ogni forma di
violenza fisica, cui sono visceralmente alieno, ma so che la violenza morale fa altrettanto male e, spesso, è ancora più disastrosa.

In una società in cui i potenti non rispettano la massa dei meno fortunati, tutto diventa possibile.

Anche se non è auspicabile.



















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