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ROBESPIERRE e ... Andreotti

2007-2010 > 2008 > FLUTTUAZIONI



(10/04/2008)

Dell’avvocato di Arras si sono scritte e dette talmente tante cose che sembrerebbe inutile, se non addirittura pretenzioso, voler aggiungere qualcosa.

Mi limiterò quindi ad alcune osservazioni di carattere psicologico, di ordine ‘morale’.


Maximilien Marie Isidor è morto ammazzato a 36 anni, il 28 luglio del 1794.

Non c’è nella storia moderna un personaggio che, così giovane, sia stato altrettanto emblematico.

Quando Robespierre inizia il suo percorso rivoluzionario è un uomo di trent’anni, colto e molto preparato nella professione giuridica: ha letto Rousseau e ne ha assorbito alcune importanti idee che traduce nei suoi discorsi.

Robespierre è un oratore stringente ed efficace.

Egli vuole abbattere il regime feudale, odia l’aristocrazia e non prova alcuna simpatia per i detentori di ricchezza.

Nello stesso tempo capisce che il popolo va educato: le masse devono imparare a dominare i propri istinti e a regolarli secondo leggi chiare ed equanimi.

Che tutti devono rispettare: dal re all’ultimo sanculotto.

Robespierre è passione politica pura, è dirittura morale elevata all’ennesima potenza.

Non ha altri interessi, non subisce altre attrattive: unico nella storia è stato definito l’Incorruttibile.

Da ammiratori e detrattori.

Si potrebbe dire che è rimasto vittima dei suoi stessi pregi.

Che gli hanno impedito di valutare fino in fondo la pericolosità delle classi più abbienti e la labilità del favore popolare.

La destra accusa Robespierre di dispotismo e di eccessi di terrorismo.

Dimentica di aver praticato il dispotismo per tutti i secoli precedenti la rivoluzione e, morto l’inflessibile antagonista, di aver dato il via ad una campagna terroristica molto più virulenta.

La sinistra imputa a Robespierre la scarsa attenzione alle esigenze ‘economiche’ delle masse popolari.

Si dimostra così ancora più utopistica di lui: dopo la sua morte i sanculotti hanno sperimentato sulla loro pelle non solo la fine della misure di sopravvivenza (le maximum) ma anche l’impunito terrorismo dei muscardins.

Certo!

Robespierre ha peccato di idealismo, di rigorismo, di scarso senso della realtà.

Probabilmente ha peccato di eccessivo entusiasmo e cieca fiducia.

Sicuramente non ha saputo valutare la situazione in tutti i suoi aspetti ed ha creduto troppo nell’efficacia di strumenti meramente repressivi.

Quasi certamente non è riuscito a controllare adeguatamente i suoi stessi seguaci sparsi per tutta la Francia, anche perché non ha avuto il tempo materiale di formare una nuova classe dirigente.

Robespierre è la razionalità.

E’ l’utopia che, come tutte le utopie, non è riuscita ad escogitare i compromessi giusti per salvare se stessa e i suoi interpreti.

A fronte di un Robespierre la Storia ci offre una miriade di personaggi che hanno saputo maneggiare il compromesso (alto e basso, ma soprattutto basso) in modo sublime.

Politici che, a differenza di Robespierre, hanno trascinato ossa e pellaccia fino alla vecchiaia riuscendo a morire sul proprio letto.

Addirittura venerati da tutti, a volte.

Uno degli esempi più insigni è sicuramente rappresentato dal vescovo de Talleyrand-Périgord, anche se da noi è più conosciuto Giulio Andreotti, un suo modesto epigono.
*

Sono sicuro che se avesse potuto, Robespierre, quegli individui li avrebbe fatti soffocare dentro la culla.

La routine politica è solitamente governata dai Talleyrand e dagli Andreotti: dicono che è bene che lo sia.

Tale gestione, senza scatti né moralità, porta sempre e immancabilmente alla conservazione, al predominio del privilegio e alla oppressione delle classi popolari.

Uomini come Robespierre sono indispensabili per riaffermare i principi e i valori, per ricordare all’umanità di non essere composta solo da mandrie di erbivori e da branchi di carnivori.

L’ideale sarebbe un Robespierre con la duttilità diplomatica di un Talleyrand o un Talleyrand con la dirittura morale di un Robespierre.

Individui simili non sembra appartengano alla nostra specie.

Tutti coloro che ci hanno provato, prima o poi, per un verso o per l’altro, hanno deviato vistosamente dai propositi iniziali.


Robespierre non ha dato inizio alla rivoluzione francese: paradossalmente sono stati gli aristocratici a far da detonatore agli eventi che poi li hanno affossati.

Non è stato nemmeno il personaggio più in vista della prima fase dell’evento, ma è emerso strada facendo.

Pur tra mille contraddizioni ad un certo punto ha rappresentato il tentativo estremo di un popolo di trasformarsi da gregge in protagonista, di passare direttamente e senza transizione dalla nullità alla dignità.

Un’opera sovrumana che più che un singolo individuo avrebbe richiesto un’intera e matura classe dirigente.

Ha sbagliato, ha fallito ed ha pagato duramente.

Rimane nella Storia come monito e ideale.

Monito per le classi dirigenti che non intendono porre dei freni alle loro insaziabili brame; anche per i ceti popolari che non sanno controllare i propri istinti.

Ideale per chi crede che una maggiore giustizia sia in qualche modo possibile.

Per chi pensa che l’adulazione, l’ipocrisia e il servilismo non siano consoni alla dignità umana.

Per chi crede sia possibile formulare buone leggi da imporre poi al rispetto universale.

Potremo anche ringraziare i Talleyrand e gli Andreotti per i loro servigi, restando tuttavia consapevoli che l’ammirazione è un’altra cosa.

L’onore e la gloria spettano a chi, pur tra errori e rigidità, ha operato affinché l’umanità ricordi il richiamo dantesco:
fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e conoscenza. **


* Charles-Maurice de Talleyrand-Périgord fu nobile, vescovo e politico.

Iniziò la sua carriera al servizio di Luigi 16°;

fu con la rivoluzione che ghigliottinò il re;

si ritirò quindi in disparte per ricomparire durante l’era napoleonica.

Servì Napoleone fino al suo apogeo e l’abbandonò con l’inizio del declino.

Rappresentò la Francia al Congresso di Vienna che liquidò Napoleone.

Fu al servizio del restaurato re francese, Luigi 18°, fratello del 16°.

Lo ritroviamo, infine, dopo il 1830, ambasciatore a Londra per conto del nuovo re Luigi Filippo, affossatore della monarchia borbonica di Carlo 10°, fratello di Luigi 18°.

La sua vita privata fu altrettanto contraddittoria:

fu vescovo, amante, padre e marito;

fedele al papa e ai suoi nemici;

ammiratore di Voltaire e prete.

La sua vicenda, più che uno storico, domanderebbe un romanziere di doti eccezionali.

Al confronto il nostro Andreotti sembra non tanto un epigono ma una controfigura di terz’ordine. Che ha copiato dall’inarrivabile maestro anche la sua battuta più famosa:
Il potere logora chi non ce l'ha.

** Dante Alighieri, Divina Commedia, Inferno, canto XXVI, 119-120.
















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