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solo presente ... and nothing more

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15 novembre 2010


solo presente ... and nothing more



Le notizie di questi giorni ci fanno sapere che non siamo più in grado di conservare ciò che i nostri antenati ci hanno 'regalato'.

I musei vengono chiusi, il personale ridotto, i finanziamenti tagliati …: qualcosa è trafugato, qualcos'altro si dissolve,
alcuni monumenti crollano letteralmente su stessi sbriciolandosi al suolo.

(Potevano le cose andare diversamente dal momento che il nostro bene più prezioso è affidato alla cura di uno che spende il suo tempo nello scrivere poesie e nel dedicare epinici al suo scopritore, signore e padrone?)


Ma non è dei mentecatti nobilitati dall'unto che mi voglio occupare.

Osservo, invece, come la nostra epoca non stia producendo assolutamente niente di duraturo.

Niente che valga la pena di essere conservato e tramandato.


Entrate in
S. Pietro a Roma: sarete sopraffatti dallo splendore dei marmi, dallo sfavillio dei dipinti e degli stucchi, dalla magnificenza delle sculture, dall'eleganza degli elementi architettonici, dalla solennità e dalla maestosità dell'insieme.

E
non è solo S. Pietro: i resti della Roma antica, le torri medievali, i palazzi, le basiliche e tutte le altre chiese che non è nemmeno possibile ricordare.

Un patrimonio inestimabile che riempie i nostri occhi di stupore, che placa le ansie, che alimenta la nostra mente, che allarga il cuore aprendolo solo a ciò che è nobile e bello.


Naturalmente
Roma è solo una parte di questo tesoro che ancora fa dell'Italia un posto agognato da tutti gli abitanti del pianeta.

Perché poi ci sono le mille altre città e contrade, da nord a sud passando per il centro: con le loro bellezze, con le loro ricchezze, con il fasto abbagliante dei loro capolavori, con lo sfarzo e la sontuosità di chiese e palazzi.

Penso per esempio alla
Cappella Palatina di Palermo, alla Basilica di Assisi, al Duomo di Siena, all'arena di Verona, a Venezia …

E poi basta:
l'elenco sarebbe sterminato ed è conosciuto da tutti.

Perché ci ritroviamo con questo (im)meritato tesoro?


Semplicemente perché nelle epoche storiche precedenti ci sono state delle comunità di mercanti, ci sono stati dei signori, si sono avvicendati dei cardinali e dei papi che hanno impegnato una parte importante delle loro ricchezze nella costruzione di edifici e nella commissione di opere che dovevano sì illustrare il loro presente ma anche perpetuare il loro tempo nei secoli.

Chi può fare questo?


Chi riesce ad avere una simile fiducia nel proprio tempo e una consapevolezza spirituale così potente da proiettarsi dentro le generazioni future?


Chi è ricco?

La ricchezza è un requisito importante, vorrei dire indispensabile: ma
non è sufficiente.

Da sola non è sufficiente,
basta appena a riempire l'oggi: o poco più.


Prendiamo
qualche esempio.

Prendiamo un
Briatore: partito quasi dal nulla ha accumulato negli anni una ricchezza se non favolosa certamente importante.

Che cosa ha realizzato?

Ha speso un patrimonio nel tenere in piedi una fitta serie di relazioni con le
donne più 'costose' dei nostri tempi: cito per tutti la sola Naomi Campbell.

Ha comprato uno
yacht da favola.

Ha aperto, tra Sardegna e Toscana dei
locali alla moda per vip, finti vip, ricconi e riccastri di varia provenienza ed estrazione.



E senza andare troppo per le lunghe parliamo subito di lui, del
l'uomo più ricco d'Italia.

Non mi interessa qui il
'come' ha accumulato le sue ricchezze (tema su cui le voci che ogni tanto si diffondono hanno aperto più di uno squarcio): ma voglio ricordarne l'impiego.

Ha comprato residenze da sogno, ha costruito case e ville un po' dappertutto: sicuramente non gli mancano elicottero ed aereo personale.

Abbiamo sentito ultimamente, per puro caso, del villaggio turistico e della favolosa residenza di
Antigua, nei Caraibi.

E visto come stanno le cose se ne può dedurre che quello non sia un caso isolato: che cioè, probabilmente, '
il Loro' possegga qualche altro 'mazzo' di ville in qualche altro ancora sconosciuto 'buco' del mondo.



Qualcuno dirà che
non sono affari miei: non sono del tutto d'accordo ma so che la società in cui viviamo, attribuisce ai privati come ricchezza personale anche ciò che, almeno in parte, sarebbe della comunità.

E tuttavia
accetto che le cose stiano proprio così come sono.

Il fatto su cui voglio soffermarmi è questo:
l'enorme ricchezza che viene lasciata ai privati non è impegnata per innalzare palazzi in grado di sfidare i secoli, per pagare artisti che realizzino opere 'immortali'.

Viene sprecata a soli fini personali, per alimentare degli ego che non sanno guardare nemmeno al di là dei propri figli.

Viene impegnata in
manovre finanziarie che servono o a distruggere moneta o a incrementare dei possessi effimeri in grado, a loro volta, di produrre, al più, una gloria passeggera, destinata a finire dentro la tomba con il suo stesso artefice.

Oltre alla ricchezza ci vuole anche qualcosa di cui abbiamo perso le coordinate, qualcosa che né i papi, né i signori, né gli altri potentati economici sanno più cosa sia, né dove stia di casa.

*. E' il senso profondo del proprio destino.

*. La consapevolezza piena della grandezza della propria persona, come espressione di una comunità pronta a sfidare il tempo.

*. E' la capacità di credere ai sogni, di affidarsi alla fantasia di consegnarsi all'immaginazione.

*. E' una fede incrollabile nei valori che hanno fatto grandi i popoli del passato e che, si pensa, costituiranno la base e l'ossatura delle società future.

*. E', insomma, un sentire intimo e appassionato che attinge alle radici della persona e della comunità, che non scaturisce da ragionamenti o da argomentazioni, ma sgorga incoercibile da ciò che si è, da ciò che si ha dentro.


E' chiaro che se dentro c'è il deserto il risultato è quello che vediamo.

Il nulla produce altro nulla.

La frivolezza frutta solo inezie, caducità.


I lustrini e le luci della ribalta servono solo ad abbellire chi li crea: dopo cadono a terra lacerati e inservibili.


Non è bello dirselo in faccia, ma è bene ogni tanto ricordarselo: di noi non resterà proprio niente, forse neanche il ricordo.


Facciamo di tutto, almeno, per
conservare e trasmettere a chi ci seguirà ciò che hanno prodotto le generazioni passate.

Visto che nella memoria collettiva non potremo occupare il posto dei potenti Comuni medievali, né quello delle magnifiche casate nobiliari o dei grandi papi del Rinascimento, cerchiamo al meno di
non offuscare il ricordo di Attila.




















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