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2011 > vario


24 novembre 2011


spigolature



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Sono stato a Monaco di Baviera.

La città è in fermento.

Si sta preparando alle festività.

Nel centro storico e in molte altre piazze si stanno allestendo i 'mercatini di natale'.

Non è un mistero: la città mi è sempre piaciuta.


E' grande abbastanza da trasmettere quel senso di libertà e di leggerezza che i capoluoghi di provincia ignorano o si ingegnano a soffocare.

Non è tuttavia la megalopoli (come Londra, ad esempio) che convive con situazioni di degrado al limite della tollerabilità.

Monaco, nonostante le pecche e le crepe che anch'essa sopporta, è in ogni caso una città cordiale e aperta.

Non so se dipende dalla sua opulenza o dal carattere dei bavaresi, ma là ci si sente a casa.

Si tratta naturalmente di un'impressione circoscritta nel tempo e nello spazio, che potrebbe essere smentita da una permanenza più lunga.

Nei brevi periodi, tuttavia, la sensazione è positiva.


Cosa che non capita con tutte le città, italiane o europee che siano.


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I Bund tedeschi sono rimasti in gran parte invenduti, non acquistati.

Tanto che oggi, per piazzarli, la banca centrale ha dovuto alzare il loro rendimento.

I Bond (in tedesco Bund), come si sa, sono dei pezzetti di debito che gli investitori comprano per mettere al sicuro i loro risparmi e averne, possibilmente, un guadagno: anche minimo, tale da controbilanciare l'inflazione.

E' chiaro che,
più un'economia è debole, più alto è l'interesse che lo Stato deve pagare agli investitori perché si accollino il rischio di acquistare il suo debito.

Tanto è vero che per piazzare i nostri Bond, dobbiamo garantire un interesse che va dal 6 al 7 %.

Tutti si aspettavano che i Bund tedeschi, nonostante il loro risicato interesse, andassero a ruba: e invece no, sono rimasti in gran parte invenduti.

E' successo che gli investitori hanno preso per buono ciò che si va dicendo da più parti, che cioè
l'Italia è troppo grande per poter fallire e che quindi - prima o poi, in un modo o in un altro, da sola o con corpose iniezioni dall'esterno - alla fine si rimetterà in piedi.

Se questo è vero,
perché comprare Bund tedeschi che saranno sicurissimi ma garantiscono al massimo un misero 2% e non investire nei Bond italiani che saranno anche un po' nevrotici e volatili ma che alla fine garantiranno un rendimento pari ad almeno il 6%?


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Ogni volta che passo vicino ad un televisore acceso sento parlare di
Berlusconi.

L'ex
viene intervistato non solo in relazione ai suoi processi o all'andamento del Milan ma anche a proposito della situazione italiana e dei provvedimenti in cantiere.


(Tra l'altro, dopo la partita Milan-Barcellona, ad un tifoso che gli chiedeva di abbassare le tasse ha risposto sicuro ridendo: 'io non conto più niente'. Ha dimenticato di dire che, pur avendo avuto per quasi un ventennio il bastone del potere tra le mani, non solo le tasse non le ha mai abbassate ma le ha anche incrementate. Al netto dell'abolizione dell'ICI sulla prima casa delle persone abbienti, che è uno dei fattori che ci sta portando alla bancarotta. Tanto che dovrà essere reintrodotta al più presto.)


Dal Tipo, conoscendolo, non mi aspettavo un gran che. Anzi.

La regola vorrebbe che un leader dimissionario, tanto più se si è dovuto far da parte per manifesta incapacità, si seppellisca nel silenzio e lasci lavorare in pace il successore.

Ma lui, per i soliti e notissimi interessi e intrecci di cui è titolare, deve cercare la ribalta a tutti i costi, ha bisogno, come dell'aria, della visibilità e della presenza nei media.

Silenzio per lui vuol dire processi e magari condanne e anche chissà quali altre negative conseguenze.

Mi aspettavo quindi la sua invadenza e non mi sono mai fatto illusioni sulla sua sparizione.

Non capisco i giornalisti, invece: anziché lasciarlo alle sue aule di tribunale e alla soluzione dei suoi problemi, lo ricercano, lo inseguono, lo circondano di microfoni implorandone dichiarazioni e prese di posizioni.

Quasi si trattasse di un oracolo.

Non invece di un indovino 'ferocemente' smentito dalla realtà.



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Viviamo nell'attesa.


Siamo come i soldati della
fortezza Bastiani: scrutiamo l'orizzonte per cogliere le mosse del nemico invisibile.

Pare che non ci sia niente ma di notte scorgiamo strani bagliori che sembrano avvicinarsi e che poi si dissolvono con le nebbie del mattino.

Sappiamo che qualcosa accadrà, che qualcosa di negativo sta per materializzarsi: non sappiamo, tuttavia, di che cosa si tratta di preciso, né di quali danni arrecherà.

E' come quando,
d'estate, all'improvviso il cielo si fa scuro, l'atmosfera diventa buia come la notte, l'aria è scossa da tuoni secchi e fragorosi e il cielo è rigato in tutte le direzioni da lampi e saette.

Sappiamo che pioverà: non sappiamo se si tratterà di un acquazzone, anche violento, o di una pesante grandinata che distruggerà i raccolti.

L'attesa è sempre carica d'ansia: alla lunga diventa snervante e può rivelarsi più fastidiosa e dannosa dell'evento stesso.


Il governo Monti era partito in quarta: incarico a tamburo battente, consultazioni con il turbo, poi la composizione del ministero.

Infine, tutti si attendevano i provvedimenti.

Invece, dopo il giuramento dei ministri, non è successo più niente: neanche la nomina dei Sottosegretari che doveva configurarsi come un'operazione di semplice routine.

Monti è andato prima a Bruxelles e oggi a Strasburgo a incontrare Merkel e Sarkozy: ha fatto promesse e ricevuto complimenti.

Quali leggi si appresta a varare, quali accorgimenti intende adottare?

Ancora buio fitto.

Siamo in attesa.

Un'attesa sfibrante.

Che può voler dire attenzione e riflessione: nel senso di adottare le misure meno dolorose e più efficaci.

Ma che
può anche significare indecisione e patteggiamento con quelle forze politiche che sono, in buona parte, all'origine dei nostri guai.


Oltre tutto più passa il tempo più ci si illude che, forse, la situazione non sia così catastrofica e che non richieda le tanto paventate misure draconiane di cui si è più volte parlato.

Più si smorza l'effetto che si era creato con la rumorosa uscita di scena di Berlusconi e meno si è disposti ad accettare quei dolorosi sacrifici che soli, si diceva, possono garantirci la risalita dal pantano.

L' attesa può anche essere uno stato d'animo positivo se si è convinti che aprirà alla speranza e farà posto alla fiducia.

Se, invece, si mantiene nell'ambito dell'indefinito, se si limita ad annunciare qualcosa di negativo senza mai dargli corpo, se, insomma, si qualifica come pura e semplice sospensione senza alcun altro attributo, allora rischia di creare apprensione, di generare inquietudine, di abbattere ancora di più quello spirito che doveva sollevare e far ripartire.


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Ho parlato più volte della
globalizzazione e dei suoi aspetti negativi.

E' certo che se il processo continuerà per il binario intrapreso, porterà ancora più rovine e disgrazie di quelle che abbiamo finora contemplato.

Deve prender corpo, nei popoli, l'aspetto positivo che la globalizzazione avrebbe dovuto mostrare:
la solidarietà.

Il capitale finanziario ha proclamato che il mondo, in realtà, non è che un unico grande organismo, fatto di parti interdipendenti più che concorrenti.

Una interdipendenza che a lui serve per produrre a costi sempre più risibili e per realizzare profitti sempre più cospicui.

Non ha molta importanza se poi, come conseguenza, miliardi di persone sono costrette a vivere in semischiavitù e altri miliardi che prima godevano di un certo benessere sono sospinte dentro la povertà.

Ciò che conta è la ricchezza dei pochi.


I miliardi di persone messi alla frusta dall'esigua rapace minoranza, potrebbero (e dovrebbero) prendere coscienza della loro situazione e dello stato generale delle cose e
scoprire il valore positivo della solidarietà.

Capire il valore della dignità della persona e adoperarsi non per impoverire gli altri ma per arrivare, tutti, a quel grado minimo di benessere che faccia della vita umana, di tutte le vite umane, un'esperienza degna di essere vissuta.

Sono solo belle parole?

Sono parole.


D'altra parte
se i pochi, obbedendo al loro istinto, riescono ad accaparrarsi la gran parte della ricchezza prodotta dall'intera umanità, perché la stragrande maggioranza, facendo leva sul sentimento più nobile che alberga nel suo animo, non può sperare di rendere almeno vivibile la propria esistenza?

Basta crederci, in fondo.

Tutto qui.

Bisogna crederci.




















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